#IViaggiDelFlâneur – Mostar, la città “ponte”. A 25 anni dal crollo dello Stari Most, un luogo che è monito per il nostro presente

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«O mia città, sei proprio tu? (…) non c’era ragione alcuna perché tutto questo dovesse accadere, e in questo modo: perché si distruggessero le case, i templi, i ponti, il Vecchio ponte sulla Neretva»

(Predrag Matvejević)

Eppure è lì, alto circa venti metri, slanciato ed elegante, splendente ai raggi sole. Sotto di lui la fredda Neretva, di un verde intenso, fiume che attraversa l’intera regione dell’Erzegovina, giunge in Croazia e incontra l’Adriatico. Stari Most, il ponte vecchio di Mostar, è proprio lì, lo riconosciamo, lo guardiamo con ammirazione mista a speranza, perché ancora oggi – quattordici anni dalla sua ricostruzione – prova a fare ciò per cui è stato costruito nel Cinquecento dagli Ottomani: unire le due sponde, essere un tramite, farsi simbolo dell’incontro tra Occidente e Oriente. A venticinque anni precisi da quel 9 novembre del ’93 in cui le milizie croato-bosniache decisero di colpire il centro di Mostar e di abbattere il suo ponte, Stari Most ci pare essere, se possibile, ancor più necessario, messaggio di incontro in un’Europa sempre più divisa, in un mondo che vive il ritorno del mito della nazione.

Mostar, quindi: letteralmente la “custode del ponte”. Una città uscita distrutta dalla furia di una guerra fratricida e in passato idea stessa di convivenza interetnica, di un’unione, quella tra croato-bosniaci e musulmani, che pareva forte e indistruttibile quanto la solida struttura in pietra del suo celebre ponte. Una città, ancora, che oggi ci appare ricostruita in molte delle sue parti: c’è il bel centro storico divenuto Patrimonio Unesco, con le sue vie disordinate e caratteristiche, i negozietti, i campanili e i minareti che svettano sopra le case dai tetti in pietra, la vivace Kujundžiluk, le massicce torri di difesa ai due lati del Ponte Vecchio. C’è il paesaggio che rapisce, con i monti tutt’intorno e il verde gelido del fiume proprio al centro. E c’è la vita, con i caffè tra i vicoli, il bazar con prodotti tipici, i ristoranti e, proprio nel mezzo del Ponte, qualche temerario che porta avanti una tradizione antichissima: quella di tuffarsi nella Neretva.

Ma Mostar è anche ricordo vivo di un conflitto che ancora lascia il segno: cicatrici che non si possono cancellare con una “semplice” ma necessaria ricostruzione, palazzi lasciati in rovina, divisioni che continuano a lacerare. Perché l’Oriente e l’Occidente, le due sponde del fiume, faticano, ancora oggi, a dialogare, a fare della copia dello storico ponte un vero legame tra le due comunità della città: quella cattolico croata, sulla riva occidentale, e quella musulmano bosgnacca, sul lato orientale. Scuole divise, programmi di studio diversi e simboli religiosi che si fanno bandiere identitarie, come la grande croce posta in cima a uno dei monti che circondano la città, lì per segnare la terra; per farsi vedere; per dividere. Macerie morali, in un Paese che vive da anni come in un limbo, in una stasi politica che è eredità di Dayton.

Eppure, non lontano dal fiume, qualcuno ha provato a lasciare un messaggio alla città, alle genti, al mondo: un sasso, una scritta che dice Don’t Forget, il Ponte sullo sfondo. Dice di non dimenticare ed è una speranza, un monito per il presente. Perché il passato non è mai solo passato.

Valentina Sala

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L'autore di questo articolo

Valentina Sala

È la “flâneuse” che non smette mai di flaneggiare (?): in continuo vagabondaggio tra luoghi (certo) e soprattutto nuovi progetti da realizzare, dirige il giornale in modo non proprio autoritario (!). Ideatrice e cofondatrice de Il Flâneur, non si accontenta di un solo lavoro. Giornalista, ufficio stampa culturale, insegnante di Comunicazione, indossa l’uno o l’altro cappello a seconda delle situazioni. Laureata in Editoria con il massimo dei voti, ama approfondire il rapporto tra città e letterati (sua, infatti, la tesi sulla Parigi di Émile Zola e la Vienna di Joseph Roth), i romanzi che raccontano un’epoca, i film di François Truffaut, le grandi città e, naturalmente, il viaggio flaneggiante, specie se a zonzo per le strade d’Europa. Per contattarla: valentina.sala@ilflaneur.com