Canottieri: 120 anni di Sport, Passione, Racconti. Intervista a Giovanni Lozza

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canottieri1LECCO – Una nuova puntata della rubrica Canottieri Lecco: 120 anni di Sport, Passione, Racconti. Dopo il racconto Cronaca immaginaria di una sera di Sergio Invernizzi, i ricordi della campionessa di nuoto Wilma Francoletti, l’impresa dei C3 ripercorsa da Piero Pizzi, il racconto di nomi storici e “canottieroidi” firmato da Vittorio Anghileri e il resoconto del giornalista sportivo Ferruccio Calegari, quest’oggi vi proponiamo un’intervista all’allenatore Giovanni Lozza. Trentun anni di attività alle spalle, preceduti da tredici di attività agonistica. Un’intervista curata da Lecco Notizie, di cui vi proponiamo l’incipit e che potete leggere integralmente sul quotidiano lecchese (www.lecconotizie.com).

120 anni di storia e di successi, qual è la filosofia che sottende alla Canottieri Lecco?

«Il tratto distintivo della Canottieri Lecco è sempre stato quello di non aver mai cercato campioncini in erba. In altre realtà il trend è incentivare molto l’attività giovanile sapendo che l’atleta, quando raggiunge la maturità, se vale finisce per salutare la società di appartenenza, per approdare a team militari. Noi possiamo dire di essere in controtendenza, prediligendo una formazione volta alla crescita dell’atleta a 360° gradi».

Come si declina concretamente questa filosofia?

«Mettiamo l’atleta al centro del progetto. Gli chiediamo di approcciarsi con gradualità e di non inseguire il risultato. Il nostro obiettivo è quello di portare ragazzi e ragazze nel periodo della loro maturità agonistica a essere delle eccellenze. Non per nulla da noi sono nati campioni come Antonio Rossi, Nicola Ripamonti e Alessandro Gnecchi per fare tre nomi».

Si può dire che la Canottieri sia una fucina di giovani promesse?

«Senza dubbio. Cerchiamo di forgiare oggi quelli che saranno i campioni di domani. Non inseguiamo un effimero risultato giovanile, ma cerchiamo di far capire loro che i risultati importanti si ottengono più avanti, quando si raggiunge la maturità agonistica. Per portare un atleta a questi livelli servono anni di lavoro, di preparazione e di sacrifici».

Continua a leggere l’intervista qui.

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