L’umanità positiva di Ulisse nella riflessione iconografica di Maria Elena Gorrini a Lecco

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di Giuseppe Leone

LECCO – Un’Odissea non scritta e neppure raccontata oralmente, quella illustrata da Maria Elena Gorrini con il titolo Penelope, Calipso, Circe, Nausicaa e le Sirene: le donne di Ulisse. Un percorso iconografico nell’arte greca arcaica, la sera del 12 aprile alle 21, davanti a un pubblico numeroso e attento, nell’aula magna del liceo classico Manzoni di Lecco, su proposta della delegazione cittadina dell’associazione italiana di cultura classica. Lo ha fatto, commentando le iconografie di un consistente numero di reperti archeologici, ritrovati per lo più negli anni Cinquanta del secolo scorso, datati fra l’VIII e il V sec. a.C., come la Coppa di Nestore, il Cratere di Caere, l’Anfora di Eleusi, il Cratere a calice Lucano, Scilla di Morgantina, la Penelope di Persepoli, tanto per citarne alcuni.

Come sempre, a presentare la professoressa, la presidente Marca Mutti Garimberti che ne ha elencato i titoli di docente dell’Università di Pavia con formazione ad Atene dove si è specializzata in archeologia classica e di autrice di numerosi lavori sui suoi temi di ricerca: i culti del mondo greco classico ed ellenistico, la scultura ellenistica e romana e i commerci di marmi nel mondo antico.

Tutte esperienze, ora, a conforto di questo suo racconto puntuale e icastico, che hanno consentito all’archeologa di indicare l’identità della Grecia arcaica attraverso le metafore celate in queste iconografie che raffigurano le donne incontrate da Ulisse nel suo viaggio di ritorno a Itaca, il mito di Polifemo rappresentato in tre sequenze: offerta del vino, accecamento, uscita dalla grotta del ciclope,  e gli incontri agli inferi dell’eroe con Agamennone, Achille, Aiace, Anticlea e Tiresia.

Sono spaccati di miti che se all’apparenza sembrerebbero enfatizzare l’asimmetria maschile e femminile, nella sostanza ne armonizzano gli opposti, grazie a una narrazione che la docente conduce alternando commenti archeologici a suggestioni artistiche che fanno risaltare la civiltà greca in chiave tutta umana e terrena, con un Ulisse uomo di frontiera tra l’animale e l’umano, il ferino e il civile: elemento di civilizzazione e di unione tra il mondo della pastorizia e dell’agricoltura, da una parte, e l’arte del canto e della tessitura, dall’altra. Orditura e canto, trame e melodie, che la docente non pone mai in opposizione al mondo governato dagli uomini, ma come attività erette a simbolo, in una circolarità unificatrice.

Una lettura bella e suggestiva, allora, da cui si evince un Ulisse più vicino alla sensibilità dei nostri giorni, sottratto al fato e agli dei, ma che la Gorrini, con stile, ben si guarda  dall’affermarlo personalmente.

Lo fa dire, in chiusura, a Cesare Pavese, attraverso alcune battute tra la ninfa Calipso e l’eroe greco tratte dai suoi Dialoghi con Leucò, che riscattano Ulisse dalla tradizione di astuto mentitore e seduttore, per fare di lui un simbolo di saggezza se ha preferito la condizione di mortale all’immortalità, dopo aver capito che quest’ultima gli avrebbe vietato la ricerca della felicità e del vero amore.

E alla fine i meritati applausi all’archeologa che conclude rispondendo alle domande del pubblico.

Giuseppe Leone

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