#FlânerieNatalizia – Tre consigli letterari (di Claudia Farina)

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Flânerie è girovagare, per noi perdersi tra luoghi, pensieri, suggestioni. Così, per Natale, una piccola flânerie quasi casuale tra letture che lasciano il segno. Tre piccoli consigli letterari, per un’immersione tra le pagine di un buon libro. Nessuna classifica, né un podio di romanzi preferiti: tre semplici suggerimenti da Flâneur, in ordine sparso e, in questo caso, a firma di Claudia Farina.

Un ragazzo d’oro (Eli Gottlieb)

«La mia nuova Idea era di andarmene, ciao ciao. La mia Idea era di scappare via da Payton e andare a vivere a casa mia. Non ci avevo mai pensato prima […] Scappare era facilissimo. Ogni tanto qualcuno lo faceva. Ma non un ragazzo d’oro che si comportava sempre in modo perfetto e si impegnava ogni volta al massimo per fare la cosa più giusta di tutte.»

Todd (o Tubes, o Confettino, o Toddy, o «vecchio volpone», o «il vecchio del villaggio»), a cinquant’anni circa, è uno dei veterani del Payton LivingCenter. Ci è entrato a undici anni, accompagnato da sua mamma, in un giorno di pioggia.
È lui a raccontarci la sua storia e a farci vedere l’autismo dal di dentro, attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri. Paura, ansia, consapevolezza, rabbia, nostalgia, odio, voglia di tornare: gli ingredienti di una prospettiva capovolta, che fa indossare al lettore i panni di un personaggio complesso, calandolo in una realtà amplificata in cui niente è come appare.
Pubblicato nel 2018 da minimum fax, Un ragazzo d’oro può essere letto insieme a Il ragazzo che andò via, romanzo d’esordio di Eli Gottlieb, uscito in Italia nell’agosto di quest’anno, sempre per minimum fax. In entrambi i romanzi, Gottlieb tratta il tema dell’autismo, vissuto per esperienza diretta: forse c’è un po’ dell’autore in Nate e Danny, i fratelli minori dei protagonisti rispettivamente di Un ragazzo d’oro e Il ragazzo che andò via.
Scrittore e insegnante americano, in questi romanzi Eli Gottlieb riesce a raccontare l’autismo in prima persona con una tecnica narrativa che rende naturale ciò che è difficile esprimere. Per chi cerca punti di vista nuovi e non teme di confrontarsi (e magari scontrarsi) con una realtà diversa dalla propria.

Le nostre anime di notte (Kent Haruf)

«Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché dureranno.
Lui la guardò. Perché dici così? Non pensi che dureranno? Magari anche un bel po’?
Spero di sì, rispose lei. Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo – per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno.»

Addie Moore e Louis Waters sono due settantenni, entrambi vedovi, che abitano nella cittadina di Holt, in Colorado. La storia inizia con una telefonata, un incontro e una proposta: Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me. Due anime cariche di anni, di vita e di silenzi troppo pesanti, che decidono di incontrarsi di notte per parlare, al buio, fissando il soffitto. Quello di Haruf è un racconto poetico, che si snoda tra narrazione, descrizioni e dialoghi puliti come flussi di coscienza. Azioni, pensieri e parole fanno parte dello stesso impasto narrativo, in un continuum che scorre e si fa leggere senza interruzione. Potremmo parlare di un racconto erotico, anche, nel senso più ampio del termine: di un amore che libera, che ama e che fa sentire amati, che non teme i giudizi, che riporta in vita. Un racconto che ristora.
Pubblicato da NNEditore nel 2017, Le nostre anime di notte è un libro che si legge in un’ora (magari, di notte) e che tiene compagnia a lungo.

Gli ottimisti muoiono prima (Susin Nielsen)

«Capisco che talvolta il mondo possa sembrare un posto poco sicuro, ma noi viviamo a Vancouver. In Canada. Qui siamo…»
«No, non lo dica, preside. Non si è al sicuro da nessuna parte.»

Vi è mai capitato di pensare come la veda un pessimista? O, se siete dall’altra parte, vi siete mai chiesti come ci si senta a essere ottimisti? Petula De Wilde, sedici anni appena compiuti, non ha dubbi: gli ottimisti muoiono prima. Petula ha un motivo per pensarla così: un episodio tragico che l’ha coinvolta in prima persona, che l’ha cambiata e per cui non riesce a darsi pace.
Nonostante la premessa e i temi impegnativi che tocca (proprio tanti), la storia è delicata e scritta con uno stile ironico che la fa scivolare svelta e la rende adatta a un pubblico vasto. Ambientata nei corridoi (e nelle aule, e nel cortile, e nell’ufficio del Preside) di un liceo canadese, la vicenda è perfetta per un target di giovani adulti. Come ogni libro di narrativa per ragazzi, questa storia è altrettanto perfetta per gli adulti, che si ritroveranno in temi condivisi, come il senso di colpa, il dolore per una perdita, la difficoltà di tenere insieme i pezzi di una famiglia, di una vita in continuo mutamento.
Edito nel 2017 dalla casa editrice Il Castoro, Gli ottimisti muoiono prima è un libro che non dà risposte, ma apre interrogativi. Il più grande è: come si fa a capire quando vale la pena di correre il rischio?

Claudia Farina

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L'autore di questo articolo

Claudia Farina

È la più piccola dei flâneurs, con una chioma ribelle e un sacco di sogni. Fin da bambina innamorata del racconto e delle parole, saltella tra una storia e l’altra, tra la pagina e la vita. Laureata in Lettere Moderne, è alla ricerca costante di nuove ispirazioni e di luoghi dove imparare. La tesi sulla narrazione nella musica di Wagner è stata un colpo di testa (e un colpo di fulmine!). Suona il clarinetto da (un po’ meno di) sempre, ama la musica, l’amicizia quella vera, la natura, lo stupore e la Bolivia, che porta nel cuore. Crede negli incontri che cambiano la vita e la rendono speciale, come quello con Il Flâneur! Pensa molto (forse, troppo). Le piace viaggiare e scoprire il mondo, fuori e dentro i libri. Nella scrittura si sente a casa ed è convinta che la cultura, passione ribelle, sia davvero in grado di cambiare il mondo.