“Io sono nessuno” e la storia di Pietro Nava, primo testimone di giustizia. Intervista a Bonini, Scaccabarozzi e Valsecchi, lecchesi curatori del libro

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«Faccio tutto questo nella speranza che la vita d’inferno che è toccata a me, un uomo innocente, non tocchi mai più a nessun altro testimone. Ancor di più, vorrei che i giovani sapessero ciò che è successo e capissero la differenza tra ciò che è facile e ciò che è giusto».

Lorenzo Bonini, Stefano Scaccabarozzi, Paolo Valsecchi

È merito di tre giornalisti lecchesi, Lorenzo Bonini, Stefano Scaccabarozzi e Paolo Valsecchi, l’aver riportato alla luce, oggi, la storia di Piero Nava, uomo che vive sotto mentite spoglie, con nuove generalità, in un luogo sconosciuto, per aver fatto il suo dovere di cittadino trent’anni fa, denunciando alla polizia di avere assistito a un episodio sospetto sulla Strada Statale per Agrigento il 21 settembre 1990. Quello che aveva visto era l’assassinio del giudice del Tribunale di Agrigento, Rosario Livatino. Primo testimone di giustizia, è grazie a lui che i killer che hanno freddato barbaramente il giovane magistrato stanno scontando tutto l’ergastolo. Sotto protezione dalla sua testimonianza, Nava ha collaborato con la Commissione Antimafia, contribuendo a scrivere la Legge del 2018 che definisce la figura del testimone di Giustizia, prevedendo adeguate tutele. Abbiamo incontrato i curatori del libro Io sono nessuno da quando sono diventato testimone di Giustizia del caso Livatino, uscito per Rizzoli a settembre 2020, a trent’anni esatti dall’omicidio del magistrato Livatino.

Com’è nata l’idea di raccontare la storia di Piero Nava?

Ci siamo imbattuti nel caso di Nava qualche anno fa, per lavoro. Il primo testimone di giustizia ha origini lecchesi e ha compiuto il gesto eroico (ma non chiamatelo “eroe”) di offrire alla polizia in una deposizione i dettagli di ciò che aveva visto quel 21 settembre 1990, sulla strada che porta ad Agrigento, mentre era in viaggio per lavoro.
Non lo sapevamo. Ci siamo detti: questa storia va approfondita. Era relegata alle cronache di quei giorni e a un riuscito film della fine degli anni Novanta (Testimone a rischio, del 1997, diretto da Pasquale Pozzessere, in cui Piero Nava era interpretato da Fabrizio Bentivoglio): dovevamo riportarla a galla e farla conoscere, ai Lecchesi e non solo. Ovviamente, ci entusiasmava anche l’“impresa giornalistica”, di cui tutti e tre sentivamo il richiamo.

Piero Nava ha cambiato nome, non c’è più traccia di lui. È introvabile. Come avete fatto voi a rintracciarlo?

Non è stato facile! Ci sono voluti mesi di ricerche e di lavoro. Sapevamo che non sarebbe stato possibile rintracciarlo direttamente: il nostro intento era fargli sapere che lo stavamo cercando. Abbiamo spulciato le cronache di quegli anni, in cerca di qualche nome a cui poterci collegare. Volevamo risalire al gruppo di superpoliziotti che lo avevano protetto. Alla fine, ce l’abbiamo fatta (e non ci sembrava vero): uno di loro ha acconsentito a farsi tramite tra noi e Piero.

E l’avete incontrato di persona?

Sì. Ci ha dato appuntamento in un non-luogo: l’aeroporto. «Sedetevi al tavolino di quel bar e portate con voi un giornale, tenetelo aperto. Vi riconoscerò e verrò io da voi». Sembrava la scena di un poliziesco, eravamo un po’ agitati. Ogni passante poteva essere lui: non parlavamo, ma ognuno di noi sbirciava e provava a indovinare. Finché abbiamo sentito «Sono io». Ed era lui. Dopo un anno di ricerche, di lavoro, di mail, di telefonate, era lì. Ripensandoci, è impressionante immaginare quanti poliziotti in borghese fossero attorno a noi in quel momento, a controllare la scena. Ancora adesso ci chiediamo da che parte sia arrivato: se con un volo (e da dove) o in macchina. Non è dato sapere.

Come ha reagito alla vostra richiesta di intervistarlo, alla vostra proposta di scrivere la sua storia?

Il fatto che abbia deciso di incontrarci (e di esporsi per farlo) dimostra la sua determinazione. Lui è il primo testimone di giustizia, testimoniare non l’ha spaventato allora e non lo spaventa adesso. Come dice lui «quando tocca a te, tocca a te». Ha visto questa nostra proposta come un’occasione per far conoscere la sua storia – che riguarda un pezzo della Nostra storia – soprattutto ai giovani.

Il libro è scritto in prima persona, in presa diretta, con una scansione quasi diaristica. Questo accelera la narrazione e dà alla lettura un ritmo incalzante. Possiamo definirlo un romanzo?

Sì, il libro ha una forma romanzata, ma tutto ciò che è raccontato corrisponde alla realtà. Ovviamente abbiamo cambiato alcuni riferimenti, in particolare i nomi dei personaggi, per garantire l’anonimato di Piero e dei suoi affetti.

Cosa potete dirci del Piero che avete conosciuto?

È una persona affabile, disponibile. Ha una storia pazzesca, con cui ha imparato a convivere, ma che lo ha condizionato in modo irreversibile. Nel libro abbiamo voluto non fermarci all’episodio nel 1990, ma raccontare le conseguenze che la sua scelta ha avuto negli anni a venire, per Piero Nava nella sua quotidianità. Se ci fossimo limitati a parlare della sua scelta di testimoniare, avremmo restituito una storia tronca. Era importante, invece, partire da lì per ricostruire i tre decenni successivi: come ha influito quella scelta sulla sua vita? Non potevamo neppure immaginarcelo.

Dopo quel primo incontro in aeroporto, che cosa è successo?

Abbiamo parlato a lungo, fatto lunghe chiacchierate. Più lui raccontava più la domanda che ci sorgeva era: e dopo? La storia che ci stava raccontando era in continuo cambiamento: un colpo di scena dopo l’altro. Dietro l’angolo una nuova delusione, una nuova speranza.

La cosa che vi resta più impressa?

La cosa più forte – che poi è il messaggio che speriamo risuoni nel libro – è che alla domanda “potessi tornare indietro, rifaresti quello che hai fatto?” lui non ha nessuna esitazione. Per lui non c’è mai stata una scelta alternativa, non avrebbe potuto agire in modo diverso. Anzi, si stupisce che in tanti gli abbiano posto questa domanda, come a dire: perché, tu al posto mio non avresti testimoniato?

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Il 15 settembre 2020 il libro Io sono nessuno da quando sono diventato testimone di Giustizia del caso Livatino è stato presentato in anteprima nazionale a Lecco, in Piazza Garibaldi. Sul palco, i tre curatori, Enzo Gallo dell’Associazione Livatino, Rosy Bindi, già Presidente Commissione Antimafia e curatrice della prefazione al libro; in collegamento telefonico – e con voce distorta per garantirne la sicurezza – Piero Nava. Il video della diretta streaming può essere visto qui.

Claudia Farina

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L'autore di questo articolo

Claudia Farina

È la più piccola dei flâneurs, con una chioma ribelle e un sacco di sogni. Fin da bambina innamorata del racconto e delle parole, saltella tra una storia e l’altra, tra la pagina e la vita. Laureata in Lettere Moderne, è alla ricerca costante di nuove ispirazioni e di luoghi dove imparare. La tesi sulla narrazione nella musica di Wagner è stata un colpo di testa (e un colpo di fulmine!). Suona il clarinetto da (un po’ meno di) sempre, ama la musica, l’amicizia quella vera, la natura, lo stupore e la Bolivia, che porta nel cuore. Crede negli incontri che cambiano la vita e la rendono speciale, come quello con Il Flâneur! Pensa molto (forse, troppo). Le piace viaggiare e scoprire il mondo, fuori e dentro i libri. Nella scrittura si sente a casa ed è convinta che la cultura, passione ribelle, sia davvero in grado di cambiare il mondo.