Radio Flâneur: “RATTLE THAT LOCK”. Quando Gilmour imbraccia una chitarra, le emozioni sono sempre garantite

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LECCO – Devo essere sincero: quando ho ascoltato per la prima volta il singolo che ha dato il via al nuovo progetto di David Gilmour – quella Rattle that lock da cui prende il titolo tutto il disco – le prime sensazioni non sono state troppo positive. Vuoi per il ritmo atipico o per le movenze così poco floydiane del brano, ma il primo ascolto mi ha lasciato abbastanza titubante: certo, il solo di chitarra aveva sempre l’inconfondibile impronta di Gilmour, ma poteva uno come lui, che ha scritto – e in buona parte reinventato – la storia del rock contemporaneo insieme ai Pink Floyd, riaffacciarsi sul mercato con un brano così strano?

rattle that lockLa risposta è arrivata qualche settimana più tardi, quando finalmente è stato pubblicato l’intero album, e naturalmente mi son dovuto ricredere: ascoltata nel contesto del disco, anche la title-track assume tutto un altro significato, acquisendo un suo perché ben definito. E di gemme ben riuscite e definite in questo nuovo disco di David Gilmour ce ne sono davvero tante, a cominciare da quella 5 A.M. che apre in maniera sublime tutto l’album: non c’è niente da fare, quando Gilmour imbraccia una chitarra – Strato o Tele è indifferente – le emozioni sono garantite a prescindere. Questo breve strumentale in apertura ne è l’ennesima dimostrazione: dolcezza e delicatezza sono miscelate al meglio per dar vita a un sinuoso tappeto sonoro che, inconfondibile e inimitabile come è sempre stato lo stile del chitarrista dei Pink Floyd, introduce l’ascoltatore verso un viaggio musicale tutto da gustare e da scoprire.

Passati i primi brividi alla schiena, è subito il turno di Rattle that lock e del suo ritmo così diverso dai classici mood floydiani, tanto da spiazzare un po’ l’ascoltatore: quando però arriva il primo solo di chitarra, tutto si fa più chiaro e la canzone prende tutta un’altra piega. Anche la voce di Gilmour sembra parecchio migliorata e molto più curata rispetto al precedente On an island (2006): una costante, quella dell’ottima interpretazione vocale, riscontrata in tutte le tracce cantate del nuovo disco.

La chitarra si dissolve sul finale della traccia e Rattle that lock lascia spazio alla successiva Faces of stone, introdotta dalle note appena sussurrate di un pianoforte: quindi è la volta di una chitarra acustica dalle movenze quasi folk e della voce di Gilmour, che intona un altro gran pezzo. Le atmosfere rarefatte dell’inizio vengono spazzate via a metà del brano, quando irrompe sulla scena in maniera prepotente quella “solita” chitarra ben nota agli estimatori del musicista inglese; una chitarra che squarcia l’aria come un fendente, con un suono tanto limpido, netto, cristallino e pulito da far venire gli occhi lucidi per tanta bellezza musicale sprigionata sia nella coda finale del brano che in altri passaggi del disco… inutile fingere, gli echi dei Pink Floyd – soprattutto quelli post Roger Waters – sono lì a portata di mano e The Division Bell o l’ultimo The Endless River fanno capolino più di una volta.

L’album procede con l’incedere magico e delicato di A boat lies waiting, struggente poesia dedicata alla memoria dell’amico e collega Rick Wright, scomparso pochi anni fa. Non è un caso che per ricordare l’amico tastierista sia stata scelta l’immagine di una barca: in più di una situazione Wright aveva manifestato il proprio amore per le imbarcazioni e per il mare, mentre all’inizio del brano, dopo le prime note, è inserito un piccolo cameo con proprio la voce del compianto Wright. Un modo semplice e diretto per ricordare un musicista che insieme ai Pink Floyd ha contribuito con le sue tastiere alla definizione di un sound immortale e inconfondibile.

Dancing right in front of me colpisce subito dritto su quel poco di lucidità che potrebbe essere rimasta all’ascoltatore, sprigionando ancora una volta atmosfere care agli estimatori floydiani. Canzone di grande impatto, molto ben arrangiata, che esplode letteralmente con il solo finale, interrotto da una sequenza quasi jazzata di alcune note di pianoforte. E il jazz torna da assoluto protagonista anche qualche traccia più avanti, caratterizzando in maniera emblematica il brano più atipico dell’intero disco, ovvero The girl in the yellow dress: atmosfera anni ’30 per una canzone soffusa e sommessa che però è poco più che un comunque riuscito esercizio di stile da parte di Gilmour.  

gilmourDi tutt’altra pasta è invece In any tongue, forse il pezzo migliore del lotto, un brano capace di smuovere ogni corda dell’animo rimasta insensibile grazie al suo incedere di carica solennità, sostenuto da basso, batteria e chitarra che s’intrecciano alla perfezione. Strumentale di grande efficacia è invece il successivo Beauty, costruito su un tappeto di tastiere e riverberi di chitarre che ordiscono una trama sognante e di grande spessore. Prima del gran finale affidato alla strumentale And then…, canzone carica di pathos in cui Gilmour sembra ringraziare l’ascoltatore prima di congedarsi definitivamente, c’è ancora il tempo per ascoltare Today, brano scelto come secondo singolo di un disco che non finisce di stupire, anzi: cresce sempre di più dopo ogni ascolto.

Insomma, sulle qualità di David Gilmour è evidente che nessuno avesse nulla da dire, e ci mancherebbe! Tuttavia questo Rattle that lock aggiunge ancora, se possibile, un tassello ulteriore alla fantastica carriera del chitarrista inglese: ciò che emerge prepotente da questo disco è la consapevolezza di avere a che fare ancora con uno dei musicisti più influenti dell’epoca contemporanea, uno che ha sperimentato quasi ogni possibile direzione del rock moderno, andando a scrivere negli anni ’70 alcune delle sue pagine più importanti di sempre. Ora, alla veneranda età di quasi settant’anni e non dovendo più dimostrare niente a nessuno, David Gilmour si è permesso il lusso di regalarci e regalarsi pennellate musicali degne delle sua fama, pennellate musicali che fanno venire ancora la pelle d’oca come succedeva ascoltando certi brani dei Pink Floyd. E per chi quell’epoca non l’ha vissuta direttamente, si tratta di una piccola, effimera ma allo stesso tempo impagabile soddisfazione. 

Matteo Manente

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