“Il fiume ha sempre ragione”: un film di Silvio Soldini, fra cinema e teatro

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di Giuseppe Leone

LECCO - Straordinariamente bello, sia nell’aspetto cinematografico, sia nella materia ispiratrice, questo film sull’arte di Silvio Soldini, con Alberto Casiraghy e Josef Weiss.

il fiume ha sempre ragione1Due artisti-artigiani: il primo, aforista e fondatore della casa editrice Pulcinoelefante a Osnago; il secondo, tipografo e rilegatore svizzero, ora anche nelle vesti di attori, diretti da un Silvio Soldini in perfetta tenuta verista, tanto da dover lasciare  ai due protagonisti l’onore e l’onere di raccontare e di raccontarsi attraverso il loro lavoro, la loro arte, il loro linguaggio, ora monologando, ora dialogando, nei loro rispettivi atelier d’Arte.

Ecco Casiraghy raccontare la sua storia che comincia negli anni Ottanta, allorquando, venuto via dal Corriere della Sera, se ne ritorna a casa portandosi dietro la stampante meccanica a caratteri mobili su cui aveva lavorato per anni; e parlare, poi, dei quasi diecimila libretti di poesie e aforismi stampati nella sua casa-bottega, da sempre meta di molti artisti, disegnatori e poeti; delle sue amicizie e delle sue concezioni intorno alla realtà e alla vita. Quindi Weiss, che si sofferma sulla sua avventura col libro, iniziata nel ’59 in una piccola rilegatoria contemporaneamente alla scuola d’Arte in un seminario; e della sua scelta della tecnologia antica, non certo per nostalgia, ma per resistere alla produzione di massa e curare meglio la qualità del libro.

Il tutto raccontato con misura, durante  72 minuti di intensa narrazione, da cui vien fuori un film a metà strada fra cinema e teatro, qualcosa di più che un semplice documentario, come Soldini stesso lo ha anche talvolta definito; un film di due artisti che vivono serenamente il tempo della modernità con gli strumenti rassicuranti della vecchia tecnologia, uniti da una medesima passione per l’arte e una stessa visione del tempo, che orientano la loro vita  nel segno della bellezza e dell’armonia; e a tal punto, che mi pare superfluo sottolineare  che il fiume presente nel titolo divenga, via via che il film va avanti, anche metafora del tempo che passa più che dell’acqua che scorre, immagine di joyciana memoria intesa come continuità e ciclicità della vita.

il fiume ha sempre ragione3Che il film si giochi qui la sua reputazione, lo fa intuire, prima, Weiss, quando dice: «la velocità ha i suoi pregi, non sono i miei, ognuno deve capire dove vuole arrivare, dove vuole andare. È una scoperta, la vita è una scoperta di me stesso, della mia identità, poi, quello che faccio durante questa vita è relativo. Qui, ho fatto un angolo che io chiamo convento laico»; e poi Casiraghy, quando afferma che, pur riconoscendo che la sua tecnologia sia antica, non gli dispiacerebbe affatto se si dovesse ancora andare avanti in compagnia di essa.

Film chiaro e trasparente, allora, dell’ottimismo si potrebbe dire, tanto che Soldini lo chiude con allegria, quale emana da Alberto e Josef mentre fischiettano l’Inno alla gioia sulla riva di un lago; l’allegria ungarettiana s’intende, la gioia che l’animo umano prova nell’attimo in cui si rende conto di essere sopravvissuto a un pericolo, in questo caso, alla sagra logorante della modernità.

Giuseppe Leone

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