Ascesa politica e declino morale ne “L’onorevole” di Sciascia. La recensione

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LECCO – Può un politico mantenersi integro moralmente? Oppure è costretto, “per il bene comune”, anche a venire a patti con persone di dubbia moralità? Il destino del nostro Paese sarà sempre quello di avere una parte di classe politica che costruisce il suo consenso con favori, sotterfugi e legami con un sottobosco criminale? Domande a cui è sicuramente difficile dare una risposta. Domande che in molti si saranno posti dopo aver assistito a L’onorevole, spettacolo prodotto dal Teatro Biondo di Palermo ed Emilia Romagna Teatro Fondazione e andato in scena venerdì 30 gennaio sul palco del Teatro della Società di Lecco.

onorevole2 Tratto dall’omonima opera di Leonardo Sciascia, lo spettacolo è stato scritto, diretto e interpretato da Enzo Vetrano e Stefano Randisi, rispettivamente nei panni dell’onorevole Frangipane e di Monsignor Barbarino. Fedelmente attinente al testo di Sciascia, la pièce ha catapultato gli spettatori in un viaggio nel tempo che è partito dalla Sicilia del dopoguerra, alla vigilia delle cruciali elezioni politiche del 1948, e che è arrivato negli anni Sessanta, passando per le elezioni politiche del 1953. Tre flash temporali, quindi, per raccontare l’ascesa politica di un onesto professore di liceo e il suo progressivo degrado morale, iniziato con la candidatura al Parlamento nelle liste della Dc. Una corruzione lenta ma inesorabile di un uomo che passava le sue giornate tra libri e studenti, rilassandosi leggendo e rileggendo la sua passione, Il Don Chisciotte di Cervantes, e che successivamente arriva a scendere a compromessi con chiunque pur di mantenere il suo ruolo di potere.

onorevole3Corruzione, questa, che coinvolgerà anche la sua famiglia, a eccezione della moglie Assunta, magistralmente interpretata da Laura Marinoni. Assunta rappresenta, infatti, una sorta di coscienza che ricorda costantemente all’onorevole Frangipane quello che è stato e quello che è diventato e che, soprattutto nell’ultima parte dello spettacolo, si trasforma in un vero e proprio doppio dell’onorevole, assorbendo, lei stessa, le passioni da lui abbandonate una volta entrato in politica. Si appassiona al Don Chisciotte, la donna, ma cura sempre meno il suo aspetto fisico: trascurandosi invecchia velocemente e, come in una sorta di specchio alla Dorian Gray, si carica sulle spalle, sul suo aspetto fisico, la corruzione morale del marito. Una Fantasima, così la definisce disperato Frangipane/Vetrano in un dialogo con Monsignor Barbarino/Randisi. Una Fantasima che lo fissa buttandogli in faccia tutto quello che il personaggio interpretato da Vetrano si rifiuta di vedere, arrivando addirittura ad adombragli l’ipotesi di un’eventuale e misteriosa carcerazione, proprio all’indomani della nomina a Ministro nel 1964.

Uno spettacolo, quindi, che racconta una storia sì inventata ma estremamente attuale, facendoci riconoscere nell’onorevole Frangipane numerosi personaggi della storia d’Italia degli ultimi quarant’anni. Sta qui, infatti, la forza dell’interpretazione di Vetrano (più a suo agio nei panni dell’onorevole corrotto che in quelli del moralmente retto professore), che con i suoi atteggiamenti, le sue parole e il suo linguaggio del corpo, riesce a ricordarci, al tempo stesso, nessun personaggio nello specifico e un’intera classe politica. Un establishment, quindi, in particolar modo una parte di quello democratico cristiano, che da un lato richiamava ai sacrifici, alla sobrietà, all’umiltà e al moralismo e dall’altra non aveva remore nel trattare, per dirla come Monsignor Barberino, con personaggi che «non assolveremmo nella confessione». Situazioni che ritroviamo anche ai giorni nostri, dove favori nei piani regolatori, vendita di pacchetti di voti in elezioni e appalti truccati sono all’ordine del giorno, come usciti dalle pagine di Sciascia.

onorevole1Ma questo è inevitabile? La risposta sta tutta in una delle ultime scene prima di un finale pirandelliano, in un dialogo denso di drammaticità e di amaro umorismo tra Monsignor Barbarino e Assunta, reso in maniera ottimale da Randisi e Marinoni. È uno scontro tra due diverse concezioni della politica: quella portata avanti da Barbarino, che lascia intendere che a un politico è permesso sporcarsi le mani purché sia dalla “parte giusta”, e quella di chi ha invece una visione diversa, lotta dalla parte della verità e, come Assunta, crede che un governante non si debba arricchire più del dovuto e possa continuare a essere l’uomo di prima. «Andandomene nudo come me ne vado in effetti è chiaro che ho governato come un angelo», dice infatti Assunta a Barbarino, citando Sancho del Don Chisciotte.

Una rappresentazione ben riuscita, aiutata anche da una scenografia pulita e funzionale ai rapidi cambi di scena. Cambi che, con pochi arredi, conducono in tre situazioni diverse, senza tempi d’attesa eccessivi: dalla casa popolare anni Quaranta a una moderna abitazione arredata anni Cinquanta, fino agli interni della villa d’epoca del terzo atto, ambientato nel ‘64. Ruolo importante, infine, quello svolto dalle luci di Max Mugnai, capaci di suggerire una sorta di progressiva e inarrestabile discesa agli inferi, metafora visiva del decadimento morale di Frangipane.

Daniele Frisco

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