RADIO FLÂNEUR: “Folfiri o Folfox” degli Afterhours. L’elaborazione del lutto a suon di rock: il ritorno in grande stile di Manuel Agnelli e compagni

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disco-afterhoursLECCO – Già dal titolo si poteva intuire che il nuovo lavoro degli Afterhours non sarebbe stato un disco facile e pronto all’uso: Folfiri o Folfox è infatti un doppio album con ben diciotto tracce che affronta a viso aperto e senza sconti il tema della malattia, del cancro, della morte e di conseguenza dell’elaborazione e del superamento di un lutto che però – come accaduto di recente al cantante Manuel Agnelli con la perdita del padre – attraverso un passaggio di scrittura e di condivisione di quella sofferenza sotto forma di canzoni a volte rabbiose e altre volte appena sussurrate, diventa un percorso collettivo di catarsi e di rinascita.

Folfiri o Folfox è inevitabilmente un disco che fa male, che colpisce duro come può colpire il dolore per la perdita di un padre o di una persona cara, tanto da intitolarlo direttamente con il nome di due protocolli chemioterapici per il trattamento tumorale. Un viaggio in musica che unisce da una parte l’elaborazione del lutto metabolizzata a suon di rock e dall’altro la riflessione di chi sopravvive alla perdita di una persona cara e riesce a trarre energia positiva da un evento tanto traumatico. Quello degli Afterhours è un disco doppio, denso, all’apparenza ambizioso per il tema trattato, che cresce enormemente solo dopo diversi ascolti: se è vero, come lo stesso Manuel Agnelli aveva affermato mesi prima dell’uscita dell’album, che l’ultimo compito rimasto oggi ai gruppi rock è quello di raccontare questioni scomode e parlare di ciò che la maggior parte degli artisti non affronta più nelle proprie canzoni, questo Folfiri o Folfox assolve a pieno la missione, centrando un obiettivo per niente semplice né scontato.

Le diciotto tracce che compongono Folfiri o Folfox sono tutte raccolte fra due brani che non a caso aprono e chiudono l’album: si tratta di Grande – un brano in cui la voce di Agnelli squarcia il silenzio, gridando al mondo tutta la rabbia che ha in corpo per quanto accaduto al padre – e Se io fossi il giudice, ovvero l’altra faccia della medaglia, quella della crescita, del riscatto finale, della luce che vince sull’oscurità, dell’accettazione di quanto successo e della voglia di provare comunque a vivere. All’interno si sviluppano altre canzoni che affrontano il travaglio interiore e l’inevitabile razione e crescita personale di chi, da figlio, vede il padre allontanarsi sempre di più, strappato a forza da una malattia che purtroppo non lascia scampo. In questo senso, tra i brani più significativi figurano l’acustica Oggi (una riflessione sulla ricerca ipotetica di un luogo lontano dal dolore), Lasciati ingannare (ancora una volta) ma soprattutto da L’odore della giacca di mio padre, uno dei pezzi più intensi del disco, un bozzetto che inizia con piano e voce in cui Agnelli ricorda in maniera emozionante la figura del padre: “Puoi andare solo avanti / e vai più in là che puoi / lasciando scivolare chi non si aggrappa più… / Tuo padre è nel suo letto, tu guardi la tv / e ti chiedi se hai risposto / ai suoi occhi con i tuoi… / Che sai navigare in un mare d’amore / anche senza di lui / so navigare nel panico solo / e sì, lo so che lui resta dentro di me…”.

afterhoursAl di là dei singoli brani, però, l’abilità e l’estro artistico di Agnelli e degli Afterhours in questo disco è stato quello di aver saputo convogliare e tradurre questi sentimenti contrastanti in altrettante canzoni, ballate acustiche come la splendida Non voglio ritrovare il tuo nome e la sua duplice chiave di lettura o pezzi più apertamente rock e urlati a pieni polmoni, come Il mio popolo si fa (unico brano che parla di attualità, decisamente più figlio del precedente Padania che di questo nuovo lavoro), Ti cambia il sapore (nato dall’esperienza reale delle alterazioni fisiche e psicologiche di chi affronta la chemioterapia), Qualche tipo di grandezza, Fa male solo la prima volta o Fra i non viventi vivremo noi. Sono tutte canzoni che prese unitariamente conferiscono all’album la forma di un diario personale che si fa al tempo stesso collettivo, la mappa di un viaggio introspettivo che parte dal dolore per una promessa infranta o un patto tradito – quello del legame all’apparenza indissolubile tra padre e figlio gridato da Agnelli nell’introduttiva Grande (“avevamo un patto io e te e l’hai tradito tu / perché io diventassi grande / scoprendo che il dolore non era la destinazione vera”) – per arrivare a concludersi con la graduale accettazione di quanto successo, senza alcun discorso fideistico a cui aggrapparsi o al quale chiedere giustificazione. Emblematiche in questo senso, oltre alle già citate Grande, L’odore della giacca di mio padre, Ti cambia il sapore e Oggi, sono il blues graffiante di Né pani né pesci – un invito a tenersi stretto chi o quello che abbiamo, in assenza di altre certezze – e Il trucco non c’è, che pone l’accento sulla paura e il rischio di scoprire che non esiste nessun modo per sfuggire alla morte e al dolore, ma soprattutto la conclusiva Se io fossi il giudice, una sorta di epitaffio e di chiusura perfetta del cerchio, una ballata che mette il punto finale a quel discorso sulla morte e sulla rinascita avviato diciassette tracce prima con Grande: “Oggi svegliandomi ho realizzato che / che tutto il resto è stupido / voglio provare a vivere… / Cammino come un uomo / e parlo come un uomo… / Ognuno ha un suo modo di abbracciare il mondo / il modo che ho è soffrire fino in fondo… / Oggi svegliandomi credevo fossi tu / che mi dicevi stupido / devi tornare a vivere…”.

Folfiri o Folfox è in definitiva un concept album sulla malattia e su tutto quel che ne consegue a livello fisico e psicologico sia per chi ne è vittima, sia per chi è vicino alla persona che soffre; le tracce delineano un lento ma preciso processo di morte e rinascita, di caduta vertiginosa e di risalita a tutti i costi, un viaggio tra il dolore e l’accettazione finale per quanto accaduto. Folfiri o Folfox è disco crudo e sfrontato, pieno di rock e chitarre stratificate, di nuove sperimentazioni musicali come la stessa title track, la tetra San Miguel o gli strumentali Cetuximab e Ophryx, ma anche di momenti più acustici e introspettivi, un disco che parla apertamente di un tema delicato come quello del cancro che mai prima d’ora era stato affrontato in maniera così disinvolta in nessun’altra opera musicale italiana.

Onore al merito dunque a Manuel Agnelli e agli Afterhours per averci provato e per aver vinto l’ennesima scommessa musicale e compositiva: nonostante una genesi legata a un fatto così doloroso e privato, Folfiri o Folfox si conclude con un forte senso di speranza e una celebrazione laica per la vita che ancora rimane da vivere, quasi come un debito da onorare per chi resta nei confronti di chi se n’è andato prima del tempo. In conclusione, il nuovo disco degli Afterhours è la dimostrazione più autentica e lampante che il rock non è soltanto divertimento o trasgressione, ma tante volte può aiutare le persone a reagire e a sopravvivere ai momenti più difficili della propria esistenza. 

Matteo Manente

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