RADIO FLÂNEUR – “La terra sotto i piedi”di Daniele Silvestri.
Il cantautore romano torna a raccontare il mondo “coi piedi per terra”

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Dopo il mondo “visto dall’oblò di questo aereo” e tutti gli altri equilibrismi del precedente Acrobati, Daniele Silvestri è tornato ad osservare e a raccontare la realtà che lo circonda con i piedi per terra, anzi, con La terra sotto i piedi, come recita il titolo del suo ultimo lavoro di inediti pubblicato lo scorso anno in seguito alla fortunata partecipazione al Festival di Sanremo con il brano Argentovivo.

Arrivato alla fatidica soglia dei 50 anni di vita e dei 25 di carriera musicale, Silvestri non deve dimostrare più niente a nessuno, eppure il nuovo album è l’ennesima conferma del suo talento, della sua “irriverenza sorniona” e della sua innata capacità di giocare con i suoni e le parole, facendole danzare e incastrare fra loro come pochi altri cantautori italiani della nuova generazione sono in grado di fare. La terra sotto i piedi, seppure modifichi il punto di osservazione sulle cose da parte del cantautore romano, segna un continuum con il precedente album, sia per l’ottima intesa sonora trovata con i musicisti, sia per quanto riguarda la stesura dei testi e le tematiche affrontate nelle canzoni.

Come per Acrobati, Silvestri prosegue la sua ricerca dando libero sfogo a qualsiasi istinto musicale abbia il desiderio di assecondare, andando a scomodare anche generi non propriamente suoi e avventurandosi in territori apparentemente lontani degli standard abituali. È il caso per esempio della sanremese Argentovivo o della spassosissima Blitz gerontoiatrico, che strizzano in maniera diametralmente opposta un occhio alla nuova scena rap/trap italiana; nel primo caso Silvestri, insieme a Manuel Agnelli degli Afterhours, scrive un brano che parla delle inquietudini e delle difficoltà di relazionarsi tipiche degli adolescenti, esprimendo tutti i concetti dal loro punto di vista e affidandosi per questo alla collaborazione con Rancore, non a caso uno dei più interessanti rapper della scena italiana: “Ho sedici anni ma è già da più di dieci che vivo in un carcere, nessun reato commesso là fuori, fui condannato ben prima di nascere, costretto a rimanere seduto per ore, immobile e muto per ore, io che ero argento vivo, signore, che ero argento vivo e qui dentro si muore…”. Nel secondo caso, invece, prende letteralmente per il culo tutti quei tic e quelle manie che gli stessi rapper e trapper sbattono in faccia al mondo per farsi notare e apparire uno più eccessivo e “puro” dell’altro: “Fratello preferisco se gesticoli, che almeno le tue mani non strapazzino i testicoli, sperando che le immagini mi spieghino le cose che farnetichi perché rappando biascichi… Perdona questo blitz gerontoiatrico, ma il quiz è se il tuo alito è frutto dello Spritz o è latte andato in acido, lo so che è poco tempo che hai lasciato il biberon, più o meno dal momento in cui hai iniziato a usare il phon…”. Silvestri, dall’alto della sua maturità artistica, usa il linguaggio dei giovani nel primo caso (“E parlano, parlano, parlano, mentre mio padre mi spiega perché è importante studiare, mentre mia madre annega nelle sue stesse paure, tengo la musica al massimo ancora, ma non capiscono un cazzo, no…”) e lo sberleffo puro nel secondo (“Ti guardi nello specchio e cosa vedi, il gangsta ingioiellato dell’America del rap, oppure un guitto fomentato che lo insegue con la trap, ti credi il figlio di Tupac, ma sembri un comico di Zelig…”), riuscendo nell’intento di far arrivare in entrambe le situazioni il proprio punto di vista sugli argomenti trattati.

La stessa ironia tagliente è alla base di Complimenti ignoranti e Tempi modesti, che prendono di mira alcuni dei vizi, delle ossessioni e delle derive più comuni nel contemporaneo “popolo della rete”; la prima ironizza sul rapporto troppo spesso morboso che si instaura tra cantanti e fans, con le aspettative e le pretese che questi ultimi intendono far valere in merito alle scelte fatte e al successo ottenuto dai primi: “Ogni volta che tu canti faccio tanti complimenti, ma com’è che non li senti? Non li leggi i miei commenti? E sono che io compro i dischi, io sono lì appena esci e faccio un muro contro i fischi e ti trasformo in oro i fiaschi, io ti sostengo quando caschi nei tuoi percorsi equilibristi, anche il successo dei tuoi testi lo devi a me, non lo capisci? Ah, ah… se sono io il tuo fan-an vero… posso mandarti a fan-fan-culo…  ma se non vuoi tirarmi scemo non andare più a Sanremo!”. Tempi modesti, pubblicata come singolo dell’album, analizza invece alcuni comportamenti tipici dell’era social che stiamo mestamente attraversando: “Non cambia niente e tanto come sempre puoi dire quello che vuoi… È stupido ma efficace, ridicolo sì, ma audace, il popolo della rete è là e abboccherà, abbocca già… E infatti guarda come scivola via veloce la logica del “mi piace”, sembrava finire e invece va, ma quanto va, ma dove va? E ti consoli pensando che il rischio non c’è, e ti diverti insultando chi è meglio di te, ché se va bene a un ministro figurati a me, e dai facciamoci un selfie col morto al mio tre…”.

Canzoni più tradizionalmente legate allo stile di Silvestri risultano l’impegnata Qualcosa cambia (“Una musica nuova, una strada pulita, l’Europa sognata, la Siria guarita, un popolo onesto, le navi nei porti, la scuola diffusa, i processi più corti, una generazione che corregga la rotta, la fiducia che torna, la speranza risorta, la lingua dei segni spiegata ai bambini, noi due che riusciamo davvero a restare vicini… qualcosa cambia e se non cambia ancora cambierà… Impara a non guardare solo l’emergenza, vedrai che in lontananza il cielo è rosa, qualcosa cambia…”) e la delicata nonché unica ballad del disco Prima che (“E se potessimo tornare al ricordo che hai di me, alle cose come sono o come erano prima di distruggerle, prima che… Ma se potessimo scappare dall’idea che avrò di te e riprenderci le mani con la voglia di tenerle il più possibile, se riuscissimo a trovare ancora quell’ingenuità che ti fa sentire a casa anche non avendola e senza sforzo fingere di non sapere già com’è che andrà…”).

Tra i brani migliori dell’album figurano invece la gucciniana Concime, che oltre a parlare a suo modo di radici offre lo spunto per il titolo del disco (“Mi manca la terra sotto i piedi, un solido riferimento in basso da cui attingere conforto anche quando non lo vedi, la base da cui puoi spiccare un salto sapendo che al ritorno la ritrovi… Mi manca molto più del desiderio di scoprire mondi nuovi, la terra sotto i piedi… Tu ancora non ci credi, ma servono radici, mi serve gravità, la stessa che negavo fino a ieri, quando predicavo di essere funamboli sospesi per sentirsi liberi e leggeri, volare tra milioni di promesse, avere sempre tutte quante le risposte, qualsiasi cosa chiedi…”) e l’altrettanto cantautorale Rame, nella quale suona la chitarra l’amico Niccolò Fabi: “E invece pensa se tutto il tempo perso per rinfacciarsi qualche errore e discuterne per ore fosse stato messo via con un po’ di fantasia, come spiccioli di rame in un apposito forziere perché poi succederà, anzi a noi è successo già di volere quei minuti, tutti quelli accumulati, ma siccome non ce n’è ci troviamo io e te a cercare il tempo perso nelle tasche di un cappotto…”.

Divertimento e leggerezza che non scadono mai nella banalità arrivano da brani come Scusate se non piango, che racconta l’amore ai tempi degli sgomberi degli stabili occupati (“Scusate se non piango, se non mi rendo conto, scusate poi se non partecipo allo sdegno e neanche mi lamento, non molto perché mi sono innamorato, non sono preparato…”), Tutti matti (“Il suono di te che ridi non entra in nessuna foto, o il fatto stesso che quando arrivi non c’è più il prima c’è solo il dopo e mi sembrano tutti matti, quelli intorno così distratti dovrebbero innamorarsi solo a guardarti perché tu non sei così…”) o La cosa giusta (“Non ci si trova se non ci si applica, non ci si ama se non ci si merita, perché se amarsi è amarsi e farsi male, tu non devi amarmi più, io scendo, guida tu e basta… Dovevi essere più onesta, dovevi urlarmelo dritto in faccia, io volevo fare la cosa giusta…”), tutte canzoni tipicamente nelle corde e nei gusti dell’artista romano, che già in passato ha sperimentato questo genere di composizioni. Molto sentito appare l’omaggio al ritiro di Francesco Totti cantato ne La vita splendida del capitano, (“Cose che càpitano, capitano, capiterebbero anche ad un marziano, ma questo è il prezzo da pagare quando si è puntato in alto e sempre più lontano… Le cose cambiano mio capitano, solo che noi ce lo dimentichiamo, sappiamo fingere di non sentircele tutte le bastonate che prendiamo, vogliamo vincere, voliamo alti, sentiamo ancora l’urlo sugli spalti…”), mentre le conclusive L’ultimo desiderio e Il principe del fango (solo un lieto fine) lasciano intravvedere quanta passione per la sperimentazione e la dimensione musicale dei pezzi abbia permeato le registrazioni di questo nuovo capitolo discografico di Daniele Silvestri.

La terra sotto i piedi è, come sempre accade con Silvestri, un disco ricco di idee, spunti, suoni e colori, suonato e registrato nell’isola di Favignana (ricordate La mia casa nell’album precedente? “Casa mia sarà una cava a Favignana, tra due ali di farfalla, una bianca come il tufo e dolce quasi come l’altra è dura e gialla…”), eletta a base creativa per l’artista romano e i suoi fidati musicisti, rinominati con eco beatlesiana The Magical Mystery Band. La terra sotto i piedi è quindi in definitiva un album che torna a parlare dei nostri giorni, delle paure e delle fragilità con le quali bisogna fare i conti, ma anche dei sogni e della voglia di riscatto e di cambiamento che a tratti si è tornati a respirare: non a caso il disco si apre con Qualcosa cambia e termina con Il principe di fango (solo un lieto fine), spostando il punto di vista dell’autore dall’acrobata sospeso del disco precedente a quello di un uomo che vive coi piedi ben piantati nel presente sociale e culturale della sua epoca. Nel mezzo il cantautore romano passa in rassegna stili diversi, usando linguaggi a volte alti (Concime e Rame su tutte), a volte scanzonati (Complimenti ignoranti e Tempi modesti), ma sempre ironici e mai accusatori (Scusate se non piango o Tutti matti). Dall’alto dei suoi 25 anni di carriera, Silvestri può permettersi il lusso di sfottere chi si atteggia a star di un sistema che non eccelle per qualità artistica prodotta (Blitz gerontoiatrico), ma anche di analizzare i nostri sentimenti (Prima che, La cosa giusta) e le nostre passioni sportive o musicali che siano (La vita splendida del capitano, L’ultimo desiderio), oltre che offrire una voce a chi, come gli adolescenti, spesso non trova il proprio spazio per esprimersi e si sente quindi braccato come dentro ad una gabbia (Argentovivo). La terra sotto i piedi è un disco bellissimo e decisamente riuscito, che conferma ancora una volta il punto di vista mai banale che Daniele Silvestri riesce ad avere e a trasmettere su molte cose, oltre che certificare la vena creativa più che mai attiva di uno dei migliori cantautori in circolazione nel nostro paese.

 Matteo Manente

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