RADIO FLÂNEUR – “Springsteen on Broadway”. Confessioni intime di un rocker che fa i conti con se stesso e con i demoni di una vita

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Springsteen on Broadway non è il classico disco dal vivo, ma nemmeno una pièce teatrale o un discorso assimilabile al teatro-canzone di gaberiana memoria: forse è un ibrido di tutte queste cose, sicuramente è la più profonda e vivida radiografia che si potesse avere dell’anima umana di Bruce Springsteen, una sorta di never seen before nell’ambito degli show musicali contemporanei, uno spettacolo che senza dubbio stabilisce un primo e un dopo sia per Springsteen stesso che per tutti gli altri artisti. Nessuno prima del Boss aveva osato così tanto, nessuno si era messo così a nudo per raccontare, raccontarsi e raccontarci la propria vita attraverso una manciata di canzoni scarnificate in veste acustica e delle introduzioni che valgono almeno tanto quanto i brani proposti.

Questo nuovo capitolo della vita e della carriera di Springsteen è qualcosa di strepitoso, straordinario e inaspettato anche per i fan più accaniti del rocker di Freehold, New Jersey: Springsteen on Broadway è il rovesciamento dell’icona, il ribaltamento del mito, la distruzione di tutta quella che è la classica iconografia springsteeniana, il tutto a vantaggio di una umanizzazione del personaggio e delle storie che racconta. Dimenticatevi, quindi, il muscoloso rocker in versione elettrica che incita folle oceaniche fendendo la sua Telecaaster come se fosse una spada: il disco – e lo spettacolo da cui è tratto, a sua volta figlio della biografia Born to run scritta dal Boss, andato in scena per un anno con ben 236 repliche nel piccolo Walker Kerr Theatre di Broadway – è lontano anni luce dall’immagine del rocker consumato a cui siamo abituati a pensare, è qualcosa di nuovo e di completamente diverso da quanto fatto fin qui da Springsteen.

Springsteen on Broadway è l’autobiografia in musica di un uomo che s’è messo a nudo su un palco, di un uomo che ha attraversato la tempesta della depressione e della vita in generale, ma ne è uscito con le sue canzoni, con la sua forza, il suo lavoro, la sua convinzione e tutti “quei legami che uniscono” come l’amore per i figli, per la moglie e per gli amici di una vita. Questo disco è un clamoroso “magic trick” con il quale il Boss riesce a estrarre l’ennesimo coniglio vincente dal cappello e ad aggiudicarsi una partita tutt’altro che scontata anche per un navigato uomo di palco come lui: con il trucco di raccontare senza filtri gli alti e bassi della sua vita, riesce ancora una volta a far saltare il banco e gli schemi classici di un concerto acustico, perché è pressoché impossibile provare a non avere i brividi su Tenth avenue freeze-out piuttosto che nei duetti con la moglie Patty Scialfa su Tougher than the rest e in pezzi devastanti come The wish, My hometown o Thunder road.

Questo doppio disco dal vivo è un piccolo distillato in sedici atti del canzoniere springsteeniano, rivisitato e minimalizzato all’osso come solo lui poteva fare, gestendo per due ore e mezza un piccolo teatro pieno ogni sera di fans e ascoltatori in religioso silenzio, attenti a cogliere ogni sfumatura e inclinazione della sua voce narrante. Bruce aveva già fatto tour acustici in passato, ma quello di Broadway è un’altra cosa, qualcosa di mai visto prima: vengono i brividi solo a pensare a come potesse essere l’atmosfera all’interno di quel teatro, di fronte a quell’uomo solo sul palco con una chitarra, un pianoforte e i demoni di una vita che lentamente riemergevano e venivano combattuti – oltre che sbattuti in faccia agli ascoltatori – canzone dopo canzone, come in una seduta di psicoanalisi collettiva.

E gli elementi basilari del songbook springsteeniano in questa manciata di canzoni ci sono tutti, nessuno escluso: dall’amore per Patty (Tougher than the rest e Brilliant disguise) a quello per i figli (Long time comin’) e per la sua E Street Band (Tenth avenue freeze-out e il ricordo straziante dell’amico di sempre Clarence Big Man Clemons); dall’impegno sociale, civile e politico (Born in the USA e The ghost of Tom Joad) ai cavalli di battaglia di sempre (Thunder road, The promised land, Dancing in the dark e Born to run) che incitano a crederci nonostante tutto; dai temi classici del sogno, della fuga, della via d’uscita da trovare a tutti i costi e della rinascita (The rising, Land of hope and dreams, My hometown) ai legami complessi con i propri familiari, a partire dal rapporto sempre complicato con papà Douglas (My father’s house) a quello più amorevole con mamma Adele (The wish), fino ad arrivare al punto di partenza di tutta questa storia, ossia il ricordo degli esordi di un giovane cantautore di belle speranze che andava a New York armato di una chitarra acustica in cerca di qualcuno che ascoltasse le sue canzoni (Growin’ up).

Springsteen on Broadway è un disco che attraversa le pagine più belle, quelle più oscure e quelle più lucenti, quelle più gloriose e quelle più basse della carriera di Springsteen, che a questo punto, all’alba dei 70 anni, non è più solo un percorso artistico ma il bilancio di una vita che è andata di pari passo con la musica. Si tratta della vita di un uomo – non solo un musicista – che ha attraversato gioie e dolori, alti e bassi, gloria, successo e depressione e che finalmente ha deciso di affrontare tutto questo e metterlo in scena in uno spettacolo, un disco, un video e un libro che restituiscono la radiografia umana di una persona a cui si vuole bene a prescindere per tutto quello che in questi anni ha saputo regalare a chi lo ha seguito in giro per il mondo.

Quello che esce dal teatro di Broadway e che rimane più impresso nella mente è il ritratto di uno Springsteen distrutto e ricostruito pezzo per pezzo, che fa venire i brividi ad ascoltarlo non solo perché il più grande performer in circolazione, ma perché come sempre canta di noi e per noi attraverso se stesso e le sue storie, al di là dell’abito rock, folk, elettrico o acustico che ha scelto per proporcele. Springsteen parla ancora una volta alla nostra anima con la sua Voce, la sua Musica e le sue Parole, che mai come in questo caso sono fondamentali tanto quanto le canzoni inserite in scaletta: i parlati vanno ascoltati dall’inizio alla fine, sono parte integrante e fondamentale dello spettacolo… e sono proprio questi parlati a ridare, dopo due ore e mezza di fiato in gola, di silenzio e di suspense la sensazione di aver assistito cuore a cuore – non è casuale il battito riprodotto sulla chitarra alla fine di Born to run – alla catarsi di un uomo che per oltre quarant’anni ha combattuto contro i propri demoni e che grazie a questo show ha finalmente (forse) fatto definitivamente pace con se stesso e con i suoi fantasmi: distruggere il proprio mito per guadagnarne in umanità, ecco il “magic trick” che sta alla base di Springsteen on Broadway… e scusate se è poco!

Matteo Manente

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