#IViaggiDelFlâneur – Varsavia, l’araba fenice con il respiro da metropoli

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Risorta dalle ceneri: uscita quasi completamente distrutta dalla seconda guerra mondiale (solo circa il 15% rimasto in piedi), la capitale polacca ha saputo risollevarsi, ridarsi il volto, almeno nel suo centro storico, di un tempo e diventare, proprio per questo, Patrimonio dell’Umanità. Varsavia, araba fenice, ha il respiro di una metropoli: vivace e dal ricco panorama culturale, è incontro tra un passato drammatico e una modernità che avanza, tra attenta ricostruzione di parte di ciò che la seconda guerra mondiale ha spazzato via e testimonianza di quello che è venuto dopo, con i viali e gli edifici socialisti e con il Palazzo della Cultura e della Scienza a svettare sulla città, imponente edificio dai circa 230 metri donato da Stalin in segno d’amicizia e in grado di competere, oggi, con i più recenti grattacieli cittadini.

Una capitale che ha conosciuto da vicino gli sconvolgimenti del secolo scorso e che, benché fortemente segnata, porta con sé il fascino di un luogo che ha da raccontare e che non lo fa solo attraverso i resti del passato, bensì anche attraverso l’assenza. È l’assenza, innanzitutto, della più grande comunità ebraica d’Europa, completamente cancellata, e di un intero e chiassoso quartiere, così ben descritto dal “Shosha” del Premio Nobel Isaac B. Singer. È l’assenza, ancora, del tristemente noto ghetto di Varsavia: il più grande mai costruito (per contenere una popolazione ebraica che rappresentava il 30% del totale) e diviso in due parti collegate da un ponte sulle rotaie dei tram, è stato distrutto all’indomani dei 28 giorni di eroica rivolta dei suoi abitanti, nel ’43, e oggi le tracce sono difficili da cogliere, anche se una striscia sulla pavimentazione ricorda tratti del suo perimetro. Ed è l’assenza, almeno per buona parte della città, del passato, raso al suolo dai nazisti appena dopo la rivolta di Varsavia guidata dalla Resistenza polacca e appena prima dell’arrivo dell’Armata Rossa, ferma a pochi chilometri a osservare la resa dei conti tra le due parti in causa.

Targhe in ricordo dei caduti, memoriali, statue di “giusti tra le nazioni”, immagini di opere d’arte che ritraggono la città nel secoli: tra le vie, le piazze, i parchi di Varsavia ci si avventura lungo indizi, ci si ferma a leggere descrizioni, ci si immagina un mondo che, nel bene o nel male, dinanzi a noi non c’è più.

Rynek Starego Miasta

Ma, come detto, la forza di questa capitale europea è la bellezza di cui ha saputo riappropriarsi: minuziosamente ricostruito proprio a partire da documenti, immagini e opere d’arte e benché di vecchio conservi solo l’aspetto, Stare Miasto (la Città Vecchia) riporta indietro nel tempo, con il castello, i vicoli medievali, la Cattedrale, le mura e un imponente bastione difensivo. Fedele all’originale, questa nuova città vecchia colpisce, specie la piazza principale (Rynek Starego Miasta), con gli incantevoli palazzi sui suoi lati – un armonioso mix di elementi gotici, rinascimentali, barocchi e neoclassici – e la famosa sirenetta Zawa al centro, icona della città che secondo la leggenda sarebbe fuggita dall’Oceano Atlantico insieme alla sorella, quest’ultima rimasta a Copenaghen. È una ricostruzione, certo. Ma per noi è anche allegoria di rinascita, poesia che vince sulla violenza.

Ingresso alla Città Vecchia, Castello di Varsavia

Nowe Miasto (Città Nuova), appena oltre il bastione che controllava il passaggio nella città fortificata, è una prosecuzione, per stile e atmosfera, della parte interna a quella che nel Medioevo era la cinta muraria e accoglie, tra le altre cose, la casa museo di Marie Curie. Un grande e suggestivo quartiere centrale, la Città Vecchia e quella Nuova, al quale si aggiunge, sul lato del Castello, l’ampia e vivace via Reale, con i ristoranti, i caffè, le chiese, i palazzi e con le panchine che suonano musiche del grande compositore del luogo, Chopin, presenza che aleggia sulla città.

 

Palazzo Wilanów

Un luogo non tanto di contrasti bensì di incontri, questa Varsavia: un connubio di bellezza più classica e di socialismo reale, di angoli caratteristici e di squadrati quartieri comunisti, di cibi tipici (in primis gli immancabili pierogi) e cucine dal mondo. E ancora di musei innovativi e di parchi che ospitano concerti in omaggio a Chopin, di residenze barocche come il palazzo Wilanów e di sobborghi operai e dinamici come Praga, al di là del fiume Vistola. Un fascino, questo di Varsavia, da andare a ricercare, forse non troppo esplicito ma più denso, sintesi di distruzione e rinascita, di oppressione e rivolta, di orrore e bellezza.

Valentina Sala
Foto @ Valentina Sala

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L'autore di questo articolo

Valentina Sala

È la “flâneuse” che non smette mai di flaneggiare (?): in continuo vagabondaggio tra luoghi (certo) e soprattutto nuovi progetti da realizzare, dirige il giornale in modo non proprio autoritario (!). Ideatrice e cofondatrice de Il Flâneur, non si accontenta di un solo lavoro. Giornalista, ufficio stampa culturale, insegnante di Comunicazione, indossa l’uno o l’altro cappello a seconda delle situazioni. Laureata in Editoria con il massimo dei voti, ama approfondire il rapporto tra città e letterati (sua, infatti, la tesi sulla Parigi di Émile Zola e la Vienna di Joseph Roth), i romanzi che raccontano un’epoca, i film di François Truffaut, le grandi città e, naturalmente, il viaggio flaneggiante, specie se a zonzo per le strade d’Europa. Per contattarla: valentina.sala@ilflaneur.com