Caccia’l drago: il teatro tra Tolkien e l’avanguardia.
Intervista a Daniele Timpano, atteso a “L’ultima luna d’estate”

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Un teatro che sfida lo spettatore; che ricerca e mette in scena la complessità dell’arte e della cultura; che “strappa le fiabe ai bambini”, perché “sono una cosa seria”. A oltre venti anni dalla prima versione auto-prodotta, Daniele Timpano riporta in scena il suo Caccia’l dragomonologo ispirato all’universo di Tolkien e uno degli spettacoli più interessanti dell’edizione 2025 di L’ultima luna d’estate. In vista dell’appuntamento fissato per sabato 6 settembre alle 21 nella Corte del Municipio di Sirone, abbiamo intervistato l’attore, drammaturgo e regista romano. Una chiacchierata sullo spettacolo in cartellone ma anche, e soprattutto, sul suo teatro e sulla figura di Tolkien.

Lo spettacolo che vedremo a “L’ultima luna d’estate” riprende il tuo monologo a oltre 20 anni di distanza. Cosa dobbiamo aspettarci? Quali le novità?

È una novità perché lo spettacolo, pur essendo stato fatto all’epoca molte volte, in diverse stagioni, in diversi spazi, piccoli, medi, indipendenti e occupati, in diversi festival e rassegne, è stato fatto praticamente soltanto a Roma ed è stato visto da solo pochi critici e pochissimo pubblico. Il primo studio risale al 2003, il debutto fu fatto al Rialto Sant’Ambrogio nel maggio 2004. Ha vinto anche un premio, Le voci dell’anima nel 2005 a Rimini, però, ripeto, è stato fatto essenzialmente tantissime volte a Roma, è stato poi solo a Rimini e a Latina nel 2008 – dove si è tenuta l’ultima replica.

Una novità assoluta, quindi, per tutta la Lombardia e per buona parte del Nord Italia…

È una novità sia per L’ultima luna d’estate, sia per la prima che si terrà il prossimo 14 settembre a Cesena al Fu Me Festival. Andando nel dettaglio, diciamo che non esisteva più la scenografia né gli oggetti o un abito di scena. Le musiche all’epoca erano dal vivo, scritte per più strumenti ma in quasi tutte le repliche eseguite da un solo musicista, l’autore Natale Romolo, con pianoforte verticale. Queste musiche ora le abbiamo registrate in studio, la partitura è stata rivisitata, la versione definitiva è per pianoforte, sax, clarinetto, con qualche piccolo inserto di musica elettronica. Anche i costumi e gli oggetti sono nuovi, le luci sono state ridisegnate da Marco Fumarola, che era l’autore del disegno luci originale, il testo attuale è fondato sul testo della versione originale, ma è stato comunque rivisto e asciugato, è diventato un po’ più breve della versione originale.

Uno spettacolo nuovo, quindi, ma lontano nel tempo per quando riguarda la sua ideazione. Che importanza ha avuto nel tuo percorso artistico?

Caccia ’l drago è uno spettacolo che ha in qualche modo inventato il mio linguaggio attoriale, di lavoro sul corpo, sulla partitura fisica, sul ritmo. Ed è uno spettacolo che viene riproposto al pubblico con l’attuale maturità della mia presenza scenica, credo, ovvero di un attore che nel frattempo ha fatto Dux in scatola, Aldo Morto (qui la nostra recensione) e che torna al monologo quest’anno con la reinvenzione di questo primo a solo – e, quasi contemporaneamente, con un altro a solo, Poemi focomelici, che sta girando in qualche festival. Non facevo un monologo dai tempi di Aldo Morto, ovvero dalla Stagione 2012-13. A più di dieci anni di distanza sto in contemporanea reinventando il mio primo lavoro da solo e ho messo in scena uno spettacolo basato sulla mia raccolta poetica. Si tratta di due monologhi molto distanti dall’ultima volta che ho realizzato uno spettacolo in cui sono da solo.

Nella presentazione dello spettacolo dici di voler “strappare le fiabe ai bambini”, cosa intendi?

È un concetto in qualche modo anche tolkeniano. A Tolkien è ispirato questo lavoro. Dopo i suoi romanzi più noti, penso che le lettere siano tra le sue cose più belle da leggere, e nelle lettere Tolkien dice a più riprese che le fiabe sono sì le cose che ovviamente possono leggere i bambini e i ragazzi ma che sono una cosa seria: non sono scritte solo per l’infanzia e soprattutto non bisogna semplificarle, nel lessico, nel linguaggio, nella violenza, per farle arrivare ai più giovani. Perché se la fiaba ha qualcosa di formativo o di pedagogico è proprio in questo suo tentativo di affrontare la complessità, di far imparare nuove cose, nuove parole, nuovi concetti. Il modo in cui cerca, ad esempio, di affrontare la morte, il dolore, i traumi sono concetti che assolutamente condivido e che si trovano in Tolkien, sia nelle sue opere sia nel suo tentativo di spiegare i suoi lavori.

Un approccio, questo, che ritroviamo anche nel tuo spettacolo?

Questo concetto lo estendo anche agli spettatori, anche a quelli adulti. È chiaro, uno fa gli spettacoli per parlare a un pubblico e fa in modo di essere compreso. Tutto il nostro teatro, però, ha la bella pretesa che lo spettatore faccia un po’ di fatica e di sforzo e che in qualche modo non vada imboccato. Il popolare è avvicinarsi al popolo e non è semplificare. Questo spettacolo ispirato a Tolkien, in particolare, è molto semplice, ma vuole avere le sue complessità e cala la storia fiabesca, il racconto di un contadino e di una caccia al drago, sullo sfondo di un’Inghilterra medievale immaginaria. Ispirato e reinventato a partire da un racconto di Tolkien che ho letto, non vuole essere un racconto per ragazzi, bensì vuole infilare questa specie di immaginario para-tolkeniano su cui è costruito il lavoro in un immaginario contemporaneo, colto, novecentesco e quindi le musiche dello spettacolo di cui parlavo prima sono comunque musiche contemporanee, classiche, colte. C’è il pianoforte suonato sulle corde, ci sono dissonanze, accenni di improvvisazione, di alea, nella composizione di alcune parti, anche se registrate. E c’è questo suono da spettacolo colto novecentesco. Io non ho pellicciotti, non c’è l’armatura con lo scudo, ma sono vestito in modo contemporaneo e la scena stessa con i suoi pochi elementi vuole riecheggiare qualcosa che può ricordare più la stanzetta nel seminterrato di Finale di partita di Beckett piuttosto che l’immaginario fiabesco infantile (o comunque di uno spettacolo per ragazzi).

A quanto sembra ci dobbiamo aspettare una sorta di cortocircuito: un autore che viene descritto da alcuni come uno degli scrittori più antimoderni del Novecento, inserito all’interno di uno spettacolo che guarda alle avanguardie. Perché una scelta di questo tipo?

Tolkien in fondo, anche come reazione alla modernità, è un autore molto moderno, solo nel Novecento poteva nascere un autore che è anche studioso, anche filologo, e che scrive una cosa del genere, in cui comunque riecheggiano tutti i traumi del Novecento pur rifacendosi a Beowulf e alla mitologia norrena e dintorni o anglosassone. È chiaro che leggere Tolkien non è la stessa cosa che leggere Joyce o Aspettando Godot o Finale di partita di Samuel Beckett o altri autori coevi che hanno scritto tutt’altro senza proiettarsi indietro, nel passato. È un autore contemporaneo, nel senso che mentre lui immaginava la prima, la seconda o la terza era della Terra di Mezzo c’era comunque la musica dodecafonica, c’erano le avanguardie del Novecento, c’erano cose che lui non amava particolarmente, ma c’erano. A me piacciono entrambe, mi interessa Tolkien come mi interessano Joyce, Beckett, Schoenberg, Luciano Boerio, Bruno Maderna. Il tentativo quindi è creare un cortocircuito tra tutte queste cose ed è una scelta stilistica, formale, di attrito. Solo l’attrito può produrre cose: solo una nuova consonanza, per citare la musica colta novecentesca, può creare la consonanza nella contemporaneità. Non potevo assolutamente fare una versione teatrale kitsch e povera del Trono di spade adattando il racconto a questo immaginario. Pur nel divertissement di questo lavoro per me il teatro è una cosa, tra virgolette, seria, proprio come questo autore, e va affrontato senza camuffarlo dietro l’immaginario che ne ha incrostato la ricezione nel corso dei decenni.

Cosa pensi di Tolkien come autore e della sua percezione pubblica?

Di Tolkien penso benissimo, l’ho letto come tanti della mia generazione e io sono del ’74, un fresco cinquantenne. L’ho letto da preadolescente, a undici anni, come molti della mia generazione. Ho letto 6 o 7 volte tutte le sue opere. Ora che stanno uscendo sto comprando i libri di The History of Middle-earth, che sono una decina di volumi e di frammenti con le stratificazioni delle diverse stesure delle varie opere, con tutte le versioni contrastanti da quando Tolkien era ragazzo fino alla sua morte. Condivido dilettantescamente con Tolkien anche la passione per la filologia. Sono quindi un suo grande lettore sin da quando ero ragazzo, ovvero da molto prima che film famosi di Peter Jackson o tanto peggio le serie Prime recenti incrostassero questo immaginario di immagini preconfezionate. Amo molto quest’autore checché se ne dica. Scrive bene, è riuscito a dare una narrazione sicuramente epica dei mondi che ha inventato con una profondità prospettica, colta; per questo non lo accomuno in nessun modo alla letteratura fantasy o para-fantasy, che in parte lo ha preceduto e che lui in parte ha contribuito a inventare. Questo immaginario, che ha portato con forza dalla sua parte un successo planetario, è stato infinitamente ripreso, in qualche caso plagiato, in qualche altro caso reinventato (con più felicità), ma dietro Tolkien ci sono secoli e secoli di letteratura orale e di mitologia. Dietro queste opere, se vogliamo popolari, c’è molta cultura, e a me la cultura interessa. Amo molto questo autore e lo difendo sia dalle recenti appropriazioni di sinistra che lo vogliono strappare alla destra, sia ovviamente dalle appropriazioni della destra che per decenni ha fatto di Tolkien un santino della tradizione, da appendere sui manifesti di Fronte della Gioventù o di Casapound.

Insieme a Elvira Frosini realizzi spettacoli che riescono sempre a dare spunti non scontati, a ricostruire fenomeni storici e movimenti culturali senza mai essere didascalico, bensì sfidando lo spettatore a non cercare nel teatro una verità o una linea artistica o politica e facendolo precipitare nell’assurda complessità della realtà storico-culturale. In “Caccia ‘l drago” rintracceremo questo approccio?

Sì, in qualche modo credo che questa complessità a cui alludi ci sia anche in questo lavoro. C’è in una maniera ovviamente molto diversa rispetto a spettacoli come Aldo Morto, Acqua di colonia o Ottantanove o persino l’ultimo Tanti Sordi che flirta con il nazional-popolare e l’immaginario su Alberto Sordi. Questo Caccia ’l drago non ha nulla di saggistico: si racconta, non raccontandola, una storia piena di personaggi e di peripezie, ma abbastanza semplice, si strizza l’occhio a un immaginario tra il fiabesco e il para-fantasy, ma comunque si utilizza una piccola partitura musicale, para-novecentesca, che stride un po’ con l’immaginario della storia raccontata; si flirta con alcune arbitrarietà che sono di un linguaggio avanguardistico-novecentesco, e magari anche personale, nostro. È uno spettacolo dove c’è una partitura fisica a volte incongrua, a volte iper-didascalica fino all’estenuazione, parodica, a volte astratta e arbitraria, ci sono azioni incongrue a volte rispetto al racconto, è uno spettacolo che stride a livello formale e nelle scelte musicali, in quello che viene fatto in scena. Viene raccontata una storia ma il centro del discorso non è mai la storia, bensì come questa viene raccontata, cioè in maniera giacobinescamente formalistico-avanguardistica. Centrale è il divertimento e la non linearità con cui viene raccontata.

Secondo te, a quale dei vostri lavori è più legato?

Io credo che Caccia ’l drago componga con Dux in scatola ed Ecce robot – tre spettacoli diversissimi – una sorta di trilogia linguistica e formale: il primo ha molti contenuti, parla del secondo dopoguerra, la caduta del fascismo, il cadavere di Mussolini; l’altro racconta uno squarcio sociologico-generazionale tra anni ’70 e anni ’80, l’arrivo delle TV private nei palinsesti italiani, dei cartoni animati giapponesi e della loro ricezione nell’opinione pubblica italiana e parla di una generazione, la mia, che si è formata con un immaginario catodico nipponico; Caccia ’l drago racconta di una fiaba, in un finto spettacolo per ragazzi. Sono tre spettacoli, però, in cui la forma con cui viene messo in scena tutto è fondamentale: non sono forme lineari, sono spettacoli ironici e hanno un alto tasso di arbitrarietà nella costruzione del lavoro.

Stai/state lavorando a qualcosa di nuovo?

Sì, certo. Stiamo lavorando a tantissime cose, c’è un lavoro nuovo di cui non posso parlare ancora, su drammaturgia di Elvira Frosini, e non è detto che vi figurerò io come attore, anche se sicuramente ne curerò la co-regia. Speriamo che nel 2026 o inizio ’27 si riesca a venirne a capo. Siamo in principio di avviare questo nuovo lavoro scritto da Elvira, che sarà comunque più grande e complesso dei due soli che portiamo in scena da questa fine estate in poi. E ancora, stiamo registrando, con diversi musicisti e diciassette giovani attori, un’opera rock su libretto mio e musiche di Marco Maurizi, per una pubblicazione dell’album con il testo che dovrebbe uscire a inizio 2026, Orfeo Opera Rock. Certo, vorrei tanto fare uno spettacolo sulla vita di Vittorio Alfieri e uno su Tolkien, in particolare sulla vita e sulle varie appropriazioni tolkieniane… Mi piacerebbe molto, ma al momento non sono in cantiere.

Daniele Frisco

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L'autore di questo articolo

Daniele Frisco

È il flâneur numero uno, ideatore e cofondatore del giornale. Seduto ai tavolini di un qualche bar parigino, lo immaginiamo immerso nei suoi amati libri, che colleziona senza sosta e che non sa più dove mettere. Appassionato di Storia e, in particolare, di Storia culturale, è un inarrestabile studente (!): tutto è per lui materia da conoscere e approfondire. Laurea? Quale se non Storia del mondo contemporaneo?! Tesi? Un malloppo sul multiculturalismo di Sarajevo nella letteratura, che gli è valso la lode. Travolto da un vortice di lavori – giornalista, insegnante di Storia, consulente storico e istruttore del Basket Lecco – tra una corsa di qua e una di là ama perdersi nel folk-rock americano, nei film di Martin Scorsese e di Woody Allen, nella letteratura mitteleuropea e, da perfetto flâneur, nelle strade della cara e vecchia Europa. Per contattarlo: daniele.frisco@ilflaneur.com