Palestina: vita, morte e resistenza negli scatti in mostra a Palazzo delle Paure

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LECCO – C’è un carro armato israeliano che avanza. Esercitazioni militari nel villaggio di Jinba, in Cisgiordania. Spettatori tre bambini palestinesi: una sedia, un grosso sasso a cui appoggiarsi e, proprio di fronte a loro, il cannone puntato. Ci sono residenti palestinesi seduti tra le rovine del loro villaggio distrutto, Khalet a-Daba’, e sfollati dal campo profughi di Nur Shams, vicino a Tulkarem, sempre nella West Bank.

E poi ciò che resta del cimitero del villaggio spopolato di Al-Tira, a sud di Jaffa, con la modernità di Israele che avanza, sovrasta; o i ruderi di Bayyrat Hannun, con lo stadio israeliano di Netanya sullo sfondo. Contrasti forti. Il segno di ciò che era e non è più. Piccole tracce di un mondo quasi cancellato.

Infine, c’è Gaza. La distruzione; la morte; la fame. Ma anche migliaia di palestinesi che trasportano sacchi di farina dopo l’assedio e la resilienza di chi, pur tra le case distrutte, si ritrova per rompere il digiuno del Ramadan.

È un percorso in tre tappe, quello allestito al piano terra del Palazzo delle Paure di Lecco in occasione della rassegna “Il volto della Palestina”, promossa in questi giorni dall’associazione Les Cultures APS. Una mostra fotografica dal titolo Activestills – Documenting life, death and resistance in Palestine, visitabile gratuitamente fino al 14 giugno e realizzata da Prospekt Palestine Project grazie al collettivo fotografico Activestills, che a partire dal 2005 ha raccolto fotografi palestinesi, israeliani e internazionali per documentare quanto avviene in Palestina. Curata dall’agenzia Prospekt, oltre a dare giusta visibilità al lavoro sul posto dei colleghi l’esposizione vuole essere un omaggio a coloro che rischiano quotidianamente la loro vita per testimoniare quanto vedono. Un lavoro pericoloso, se si considera che dal 7 ottobre 2023 oltre 240 palestinesi tra giornalisti, fotografi e operatori dei media sono stati uccisi, «spesso – come sottolineano i curatori – in attacchi deliberatamente mirati».

Tre sale, dicevamo, a partire da quella che raccoglie gli scatti dedicati alla Cisgiordania, dove dal 7 ottobre ’23 si registra un allarmante incremento degli attacchi da parte dei coloni. Una trentina di fotografie raccontano, qui, di arresti, violenze, cortei funebri, ulivi sradicati. Una quotidianità segnata dalla forza, dall’intimidazione.

Si passa, poi, alle tracce parzialmente visibili di quelle comunità che dal ’48 hanno lasciato le loro case, i loro villaggi e quartieri urbani: da Ashdod a Jaffa, da Haifa ad Acri, il fotografo Ahmad Al-Bazz è andato alla ricerca di ciò che resta di cimiteri, abitazioni, moschee, in un contrasto visivo con una modernità, quella di Israele, che pare un gigante minaccioso. Come superstiti quasi inconsapevoli, i ruderi di scuole, santuari e villaggi resistono, loro malgrado, all’urbanizzazione israeliana; ricordano, con la loro presenza, la nakba palestinese.

Dedicata a Gaza, invece, l’ultima sala. Qui, i fotografi Mohammed Zaanoun (ora rifugiato nei Paesi Bassi), Yousef Zaanoun e Doaa Albaz raccontano la distruzione di massa, gli sfollamenti, i bambini che non hanno cibo, l’uccisione dei loro colleghi, sempre più bersagli mobili. Uno sguardo che, da ottobre ’23 e con il divieto di accesso a Gaza per i giornalisti internazionali, è l’unico possibile. Necessario.

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L'autore di questo articolo

Valentina Sala

Per contattarla: valentina.sala@ilflaneur.com