L’armonica che squarcia il silenzio, una chitarra appena accennata che arriva da lontano e una voce quasi tremolante che nell’oscurità che tutto avvolge inizia a raccontare di una strana storia avvenuta dalle parti della città di Lincoln, Nebraska: inizia così quello che da oltre quarant’anni è considerato un capolavoro assoluto nella discografia di Bruce Springsteen, ovvero l’oscuro, solitario e acustico Nebraska.
Eppure, per arrivare alla disperazione e alla tensione costante che permea i solchi di questo disco imprescindibile, serve fare un passo indietro di circa dieci anni, quando un giovane di belle speranze, con una chitarra sulla spalla e tanti sogni quanti i personaggi che popolano la sua testa, inizia finalmente a farsi notare con canzoni straboccanti di versi; mettiamo che questo stesso giovane – romantico e sognatore come solo i ventenni sanno essere – trovi pure la chiave di volta del successo, tra il vestito di Mary che svolazza in veranda e una giungla d’asfalto dove i vagabondi come lui sono nati per correre, convinti di poter fuggire via da una città di perdenti e mandare tutti a quel paese; mettiamo infine che lo stesso ragazzo di cui sopra, insieme ai protagonisti delle sue canzoni, si scontri con la dura legge della vita reale, dove le promesse si infrangono nei bassifondi e nell’oscurità che avvolge i margini delle città, mentre l’America non riesce più a essere quella terra promessa tanto agognata e sperata. A questo punto le certezze del nostro protagonista si spezzano e non resta che aggrapparsi con forza a quei legami che uniscono gli uni agli altri, siano essi familiari, amici, la musica o qualsiasi altra cosa che possa essere d’aiuto. Il successo è travolgente, oltre ogni più rosea aspettativa, e tutto sembra finalmente aver preso la piega sognata da quel ventenne con la chitarra in spalla. Tuttavia, smaltita la sbornia derivata dal tour americano ed europeo di The River, a fine 1981 la mente del nostro eroe si riempie di demoni e fantasmi che nemmeno le luci della ribalta riescono a scacciare definitivamente, anzi: tutto questo subbuglio interiore genera soltanto altri brutti pensieri, oltre a una manciata di nuovi personaggi in cerca di una canzone nella quale sfogarsi e raccontare la propria storia.
Per esorcizzare queste angosce, all’inizio del 1982 Bruce Springsteen si chiude da solo per qualche tempo in una casa di Colts Neck, con una chitarra, un’armonica e un piccolo registratore Teac a quattro piste: dimenticati i fasti del rock and roll di Born to run, Darkness e The River, Springsteen si ritrova a scrivere e registrare per la prima volta senza E Street Band, incidendo su una cassetta diventata mitica e centrale in questo racconto una serie di brani scarni e asciutti, un piccolo bozzetto di storie in bianco e nero molto cinematografiche, abitate da serial killer in fuga, ladri e giocatori d’azzardo, vincenti e perdenti d’ogni sorta, fratelli separati soltanto da una divisa e dalla legge federale, tutta gente che scappa da qualcosa o per qualche motivo e che spera di non essere mai fermata a nessun posto di blocco. Nebraska – questo il titolo del disco che prenderà corpo in quelle sessioni solitarie di lavorazione – spiazza tutti e consegna alla storia il primo capitolo di uno Springsteen più riflessivo, intento a scavare tra le storie più buie dell’America per cercare, attraverso le vicende di chi quel buio l’ha già dovuto attraversare, di dare un senso al suo tormento interiore e trovare una soluzione per quei demoni che lo attanagliano da una vita e che ora pare che siano venuti a presentare il conto.
In Nebraska, album volutamente spoglio e senza alcun arrangiamento ad esclusione della chitarra e dell’armonica dello stesso Springsteen, si ribalta totalmente la prospettiva esuberante di Born to run o The river, dando spazio all’oscurità che si intravvedeva già in Darkness on the edge of town e che sarebbe proseguita nei decenni successivi in diversi lavori del rocker americano. Nessuno dei protagonisti delle nuove canzoni vede davanti a sé futuri luminosi, fughe romantiche sul sedile posteriore di una decapottabile o terre promesse d’alcun genere: in Nebraska l’unica via di fuga possibile, la più complicata, è soltanto quella che deriva dai singoli comportamenti di ciascuno, dal lavoro e dall’impegno quotidiano. Solo così, al termine di ogni giornata di duro lavoro, si può trovare una ragione per credere in qualcosa o qualcuno, guardando oltre il parabrezza di un’auto dispersa lungo qualche highway sconfinata tra il confine del Nebraska e quel nowhere – inteso come malessere esistenziale – dal quale il protagonista invoca in più d’una canzone di esser liberato.
Ed è proprio questo il punto focale di Nebraska, esplicitato e reso ancor più evidente dal recente film “Deliver me from nowhere” con Jeremy Allen White nelle vesti di Bruce, dal quale emergono prepotenti il tormento interiore e la depressione che agitavano il Boss nel 1982 durante i mesi di isolamento nella casa sul lago di Colts Neck: Nebraska non è solo il canto cupo e oscuro di un’America tradita dal suo stesso sogno, violenta, emarginata, divisa e sconfitta come appare in prima battuta; Nebraska è la metafora della stessa vita di Bruce Springsteen fino a quel momento, filtrata attraverso le storie in bianco e nero che racconta in queste dieci canzoni acustiche.
L’album è pieno di analogie fra le vicende dei protagonisti narrate nelle singole canzoni e la vita familiare di Bruce Springsteen; si tratta di un disco popolato da gente che uccide per il gusto di farlo soltanto perché c’è della malvagità nel mondo (Nebraska e la tragica vicenda del pluriomicida Charles Starkweather, ma a ben vedere potrebbe essere quello che vorrebbe fare Bruce nei confronti del padre, così come i versi iniziali di Born in the USA rimandano alle sue esperienze difficili vissute da bambino), delinquenti che rubano e uccidono perché hanno debiti che nessun uomo onesto potrebbe mai pagare (Johnny 99, in cui si esaspera il concetto che quando si è costretti alla disoccupazione, come accadeva spesso in casa Springsteen, non può succedere nulla di buono) e altri riferimenti autobiografici che sottolineano in maniera poetica la precarietà economica e la sensazione di sentirsi sempre inferiori alle classi più agiate (Mansion on the hill e Used cars, nella quale si percepisce un primo timido accenno di riscatto futuro). Nel disco emergono inoltre tematiche quali il senso di colpa avvertito da Springsteen per il proprio successo di rockstar ormai affermata (Atlantic city, che col suo casinò in disuso si presta come metafora sia per mettere in guardia da quanto sia effimero quello stesso successo, sia di quanto sia labile il confine tra vincenti e perdenti quando si perde il lavoro e si finisce nel racket della malavita), il rispetto della legge federale che si scontra coi legami familiari e la scelta di una vita al limite della legalità (Highway patrolman e la toccante storia dei fratelli Joe e Frankie Roberts, separati da una divisa ma uniti da un legame di sangue e dalla stessa passione per Mary), ma soprattutto il rapporto conflittuale e mai risolto con il padre Douglas (l’ipnotica e autobiografica My father’s house ben restituisce quel senso di vuoto e smarrimento interiore), che esplode nella richiesta straziante e straziata da parte di Bruce – e quindi dei suoi alter ego che vagano disperati nell’oscurità della notte, sperando di non esser fermati al primo posto di blocco (State trooper) – di “liberarlo dal nulla” (Open all night), ovvero da quel “male di vivere” che non finisce mai per davvero. L’unico spiraglio luminoso all’interno di un album dove dominano i toni cupi è rappresentato da Reason to believe, posta non a caso a conclusione del disco, come per ribadire che esiste comunque per ciascuno la possibilità di riscattarsi e trovare una ragione per credere alla fine di ogni dura giornata di lavoro.
Per tutte queste analogie fra canzoni e vita reale, Nebraska è decisamente ben più di un album folk: è l’anello mancante che congiunge il “futuro del rock and roll” (nonché autore tra il 1975 e il 1980 di alcuni degli album più belli del rock mondiale) alla stella planetaria che sarebbe esplosa da lì a due anni con il successo clamoroso di Born in the USA, una canzone che nella sua bozza originaria deve tantissimo alle sessioni di registrazioni che portarono a Nebraska.
NEBRASKA ’82 EXPANDED EDITION
Tutti questi temi sono approfonditi e analizzati più compiutamente nel recente cofanetto Nebraska ’82: Expanded Edition, un box di 4 cd e un dvd in cui si spiega la genesi del processo creativo che ha portato al disco acustico del 1982 con l’aggiunta di outtakes del periodo, nuove esecuzioni acustiche e le fatidiche versioni elettriche provate con la E Street Band, che però non avevano convinto Springsteen tanto da indurlo, dopo mille tentativi, a pubblicare l’album partendo proprio dal provino casalingo effettuato da solo su un registratore a quattro piste.
Nebraska ’82 Expanded Edition restituisce lo spirito di quelle sessioni e svela al mondo, dopo oltre quarant’anni, come Nebraska sarebbe potuto diventare se fosse stato suonato con la E Street Band al completo: un tentativo che all’epoca, fra canzoni scartate, abbozzate o provate in chiave elettrica con la band, non convinceva Springsteen e che quindi, con un atto di follia artistica non scontata, fu accantonato per privilegiare la cassetta registrata in solitaria da Bruce, alimentando di conseguenza leggende e narrazioni più o meno epiche riguardo a quelle versioni elettriche. Riascoltate a distanza di quattro decenni, in effetti, le sessioni elettriche di Nebraska, per quanto splendide e cariche di energia, non riescono ad eguagliare la desolazione e l’inquietudine del lavoro originale: la tensione creata dalla voce, dalla chitarra e dall’armonica di Springsteen in quella stanza vuota di Colts Neck non è in alcun modo replicabile, quindi è stata una fortuna che Nebraska sia uscito nella versione più scarna ed acustica che già conosciamo. Quanto al tanto agognato Elecrtic Nebraska, è la rappresentazione di quel che Nebraska poteva essere ma non è stato: per anni è stato descritto come il Sacro Graal da ogni fan di Springsteen che si rispetti, il sogno segreto e inconfessabile riguardante un album su cui si è favoleggiato per decenni e che oggi possiamo ascoltare nella sua interezza. Brani come Atlantic city, Johnny 99, Reason to believe e Open all night in versione elettrica sono travolgenti e rispecchiano abbastanza fedelmente gli arrangiamenti con cui Bruce le avrebbe poi proposte nel corso dei suoi tour futuri, mentre pezzi come Nebraska o Mansion on the hill vengono soltanto ritoccati qua e là dall’aggiunta di qualche strumento in più; grezza e potente ma ancora lontana dalla sua versione da hit mondiale risulta Born in the USA, al contrario di Downbound train che dà l’impressione di essere ancora troppo acerba rispetto alla versione definitiva del 1984.
Da citare per bellezza e importanza nel processo creativo di Nebraska sono senza dubbio un paio di brani presenti in Nebraska Outtakes: si tratta di Losin’ kind e Child bride, due ballate che spiegano come una canzone si possa trasformare nel corso del tempo, fino a diventare nel caso specifico Highway patrolman e Used cars, entrambe non presenti nelle registrazioni elettriche in quanto scritte successivamente. Interessanti risultano anche gli inediti On the prowl e Gun in every home, mentre le già note Pink cadillac, Downbound train, Working on the highway, The big payback e Born in the USA mostrano qui la loro anima più acustica e originale, così come le aveva pensate, scritte e suonate Springsteen.
A completare il quadro di questo cofanetto importantissimo, sono presenti il disco originale rimasterizzato (Nebraska 2025 Remastered) e la versione audio e video della performance di Nebraska full-album suonato per la prima volta da Springsteen all’interno di un teatro vuoto (Nebraska Count Basie Theatre, Red Bank, NJ): un’esecuzione che nella forma ricorda quella tenuta dal Boss e dalla E Street Band per il cofanetto dedicato a Darkenss on the edge of town, sebbene nel 2009 la potenza elettrica della band aveva regalato una delle migliori esecuzioni di sempre di quell’album.
In conclusione, immergendosi nel cofanetto si ha l’impressione che Nebraska non sia stato tanto un incidente di percorso nella discografia di Springsteen, quanto un passaggio fondamentale per la carriera del rocker statunitense. Senza la discesa agli inferi di Nebraska, infatti, non ci sarebbe stato il trionfo mondiale di Born in the USA, così come senza turbamenti interiori e depressioni altalenanti non ci sarebbe stata la successiva rinascita dell’uomo prima ancora che dell’artista; dal romanticismo di Born to run alla dura realtà di Darkness on the edge of town, passando per la maturità di The River, si arriva dritti ai demoni di Nebraska, che porteranno al riscatto e all’esplosione di Born in the USA.
Nebraska ha condotto l’uomo Bruce prima ancora che l’artista Springsteen dalle tenebre alla luce, dalla tetra oscurità del parabrezza in copertina alla ribalta e alla fama mondiale; è un disco che è entrato nella leggenda passando dalla porta principale, spiazzando chi era abituato a vedere Springsteen come il nuovo salvatore del rock. Nebraska – e il cofanetto Nebraska ’82 Expanded Edition non fa altro che confermarlo – segna un punto di rottura con il sound classico legato a Springsteen e con l’idea stessa di rock avvertita negli anni Ottanta; questo disco così intimo e drammatico è rimasto un diamante grezzo e solitario nella discografia di Springsteen per parecchi anni, fin quando Bruce non ha deciso di tornare verso quelle atmosfere così rarefatte ed acustiche con The ghost of Tom Joad (1995) e Devils and dust (2005): a quel punto, però, la strada era già stata tracciata dai protagonisti di Nebraska e il solco lasciato da quell’album era ormai un sentiero imprescindibile per qualsiasi altro lavoro legato alla narrativa rock in chiave acustica.
Nebraska è un enorme, oscuro, profondo e disperato canto degli ultimi, un disco abitato da anime in fuga alla ricerca di una redenzione difficile da individuare; gente che non aveva mai avuto voce e che grazie a Springsteen trovava finalmente una propria legittimazione sociale, che in fin dei conti era la stessa che andava cercando il loro autore. Con Nebraska il deejay tanto invocato in Open all night è riuscito a liberare Bruce Springsteen da quel nulla eterno che lo attanagliava, consegnando i protagonisti di quelle canzoni – fossero essi ladri, fuggitivi, diseredati o eroi marginali della Storia – all’eternità a cui erano già destinati nella mente di Springsteen, rendendo di conseguenza Nebraska un disco immortale e fuori da ogni tempo.
Matteo Manente