Un’Antigone eroina del suo tempo nella riflessione critica di Gian Enrico Manzoni a Lecco

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di Giuseppe Leone

Un’Antigone senza il mito, semplicemente eroina dell’omonima tragedia di Sofocle, quella commentata nell’aula magna del Liceo classico Manzoni di Lecco, la sera del 21 novembre alle ore 20.45, dal prof. Gian Enrico Manzoni, docente di didattica del latino nella facoltà di lettere dell’Università Cattolica di Brescia, su proposta della delegazione cittadina dell’Associazione italiana di cultura classica.

A fare gli onori di casa, come sempre, la presidente Marca Mutti Garimberti, che ha presentato il professore anche come autore di numerose pubblicazioni relative ad autori latini, oltre che curatore, traduttore e commentatore di tragedie greche; e dal 2011, membro del comitato tecnico nazionale presso il Ministero dell’Istruzione all’interno per l’organizzazione delle Olimpiadi delle lingue e civiltà classiche.

Antigone eroina classica? A questa premessa, posta a titolo della sua analisi, il professore ha cercato di rispondere attraverso una lettura testuale e storicistica a un tempo della tragedia che il drammaturgo  ateniese allestì per la prima volta alle Grandi Dionisie del 442 a. C., sullo sfondo dell’Atene democratica di Pericle, attraversata da tensioni, che Manzoni ascrive a conflitti, ora tra leggi scritte e leggi orali, ora tra leggi dello stato e leggi del sangue, tra il femminile e il maschile, tra la politica e la religione.

Lo ha fatto, subordinando il fatto letterario alle vicende della storia, citando a esempio, accanto ai versi di maggior tensione dove Antigone ammette davanti a Creonte di aver dato sepoltura al fratello Polinice in nome di leggi non scritte (vv. 448-452), altri casi di atafia (divieto di sepoltura a coloro che avessero attentato alla sicurezza della patria), tra cui, quello di Temistocle morto esule, secondo Tucidide, e seppellito dalla propria famiglia in Attica all’insaputa degli Ateniesi che non lo avrebbero permesso.

E non solo, anche ricordando interpretazioni critiche, talvolta in opposizione tra loro, come quelle, per esempio, di Goethe, per il quale Creonte è il solo colpevole “poiché non si comporta come un legittimo rappresentante dello stato ma come un despota”; e di Hegel, secondo il quale,  “queste due identità, valide moralmente allo stesso modo, sono “colpevoli” in quanto unilaterali, perché vedono soltanto quello e non riescono a comunicare tra di loro e ad arrivare ad un compromesso, una sintesi”.

Ne è venuta fuori un’Antigone immanente alla civiltà greca del V secolo a.C., colta in un momento di transizione, quando leggi scritte da poco in nome dell’autorità dello stato e norme orali, che sono in vigore non da oggi, né da ieri, ma da sempre (vv. 456), non si sono ancora ricomposte dentro un unico ideale di giustizia.

Un’eroina demitizzata, allora, classica, questa di Manzoni, se lo studioso conclude la sua relazione togliendo al titolo solo il punto interrogativo e ribadendo che la tragedia di Antigone è un classico perché contiene – dicendola alla Eliot – maturità di mente, di lingua e di costumi; oltre che perfezione stilistica mista a comprensività e universalità.

Tutto questo, almeno, fino a quando l’Antigone della tragedia sofoclea e l’Antigone del mito non si sono ritrovate a confrontarsi durante il dibattito finale con il pubblico che è rimasto attento e interessato per tutta la durata dell’esposizione. E allora c’è stato pure chi ha fatto la domanda se Ilaria Cucchi, oggi, non possa essere una novella Antigone.

Giuseppe Leone

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