“Radici”: terzo e ultimo volume per il fumetto del lecchese Giorgio Pandiani. Intervista all’autore

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Dopo otto anni di lavoro, eccoci giunti all’atto conclusivo di “Radici”: che percorso è stato per un disegnatore e fumettista indipendente come te arrivare al terzo volume di un’opera realizzata in tre parti? Pregi e difetti di questa esperienza? Riscontri ottenuti e percepiti dai lettori?

Come prima cosa lasciami dire che sono molto contento di aver completato la storia. Radici era un progetto piuttosto ambizioso e non era scontato riuscire ad arrivare fino in fondo, da solo. Colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che mi sono state vicine, chiedendo notizie sul volume tre e aiutandomi a finirlo, rinvigorito dalla consapevolezza che in tanti aspettavano l’epilogo della vicenda. L’ultimo volume è stato, com’era prevedibile, il più complicato dei tre, a livello narrativo e di disegni, ma ha riservato anche alcuni dei momenti più emozionanti della lavorazione e mi sembra concluda un processo di crescita, sotto tutti i punti di vista. Superata una certa diffidenza iniziale verso un progetto totalmente indipendente e che affronta un argomento di cui non si parla volentieri, i riscontri ai primi due volumi sono stati, in generale, molto positivi, seppure con un’inevitabile sospensione del giudizio, di fronte a un’opera non ancora conclusa. Ora il finale c’è e sono molto curioso di conoscere quali impressioni susciterà nei lettori.

Nel terzo volume si scava ancora e definitivamente più a fondo nella storia di Silvio, alla ricerca di una conclusione che passa inevitabilmente per le tappe più importanti della sua vita: l’amore per Sara, la sua infanzia e la passione per la natura e la biologia, fino all’amicizia con Fari, la crisi legata al dottorato mancato e l’entrata nella banda di Capo e Rocca. Se sei d’accordo penso che emergano in maniera più chiara tutti questi diversi temi già accennati nei volumi precedenti e che aiutino a chiudere definitivamente i cerchi narrativi lasciati in sospeso nei primi due volumi.

L’intenzione era proprio questa: nel primo volume Silvio ci appare come una persona un po’ smarrita, svuotata, e, con il procedere della storia, comprendiamo da cosa ha avuto origine questa apatia e mancanza di interesse verso tutto. In parallelo scopriamo di più anche sulle vite degli altri personaggi e sugli elementi fantastici della vicenda: radici senzienti, terremoti improvvisi e visioni. La struttura narrativa è apparentemente complessa, con diversi piani temporali che si sovrappongono e più voci narranti, spesso inaffidabili, che si alternano ma, come hai notato, in realtà la storia è perfettamente circolare. Sta al lettore analizzare ciò che ha visto, riordinare gli eventi e comprendere le cause reali di quanto sta succedendo, ai personaggi ma anche al mondo nel suo complesso. Spesso le apparenze ingannano e la verità si nasconde sotto la superficie. Come le radici.

Sempre a proposito di tematiche del fumetto, ritorna il ruolo forte e decisivo delle visioni che colpiscono Silvio, causate dalle radici delle piante che sono le vere protagoniste di tutto il racconto e che così facendo interagiscono con gli umani nel tentativo di farli ragionare sul ruolo spinoso del rapporto fra uomo e mondo vegetale; si può dire che quello delle radici nei confronti di Silvio sia un processo quasi psicanalitico nel quale si scava fino alla sua infanzia per fargli vedere la luce e le cose secondo il loro punto di vista? Leggendo il fumetto appare in maniera evidente che la progressiva presa di coscienza di Silvio passa proprio tramite le radici, che hanno bisogno di messaggeri per contrastare l’idea che l’uomo possa vivere senza il mondo vegetale o comunque sfruttandolo senza rispetto.

Sì, di sicuro c’è qualcosa di psicanalitico nel tentativo delle radici di far raccontare e rivivere a Silvio i momenti cruciali della sua vita, per cercare di comprendere cosa lo abbia portato al punto in cui si trova ora. Così come Giano si è autoconvinto dell’inevitabilità del suo fallimento, allo stesso modo noi ci stiamo raccontando la storia che gli esseri umani sono fatti in un certo modo e non possono che comportarsi di conseguenza; le piante e le radici cercano di andare a scardinare questo pregiudizio, ricordando all’uomo, che tanto si vanta dal suo essere cosciente, quanto le possibilità dipendano dalle scelte fatte e non da qualcosa di inevitabile o di preordinato.

Anche in questo terzo volume torna l’elemento principale del fumetto, ovvero la necessità di trovare un punto di equilibrio fra l’uomo e il mondo vegetale che lo circonda, ma questa volta si fa un passo in più: viene detto che questo rapporto s’è rotto a causa, per esempio, delle coltivazioni intensive e dello sfruttamento eccessivo da parte dell’uomo dei terreni e delle colture. Alla luce delle politiche attuali, c’è ancora un margine per rimediare o siamo irrimediabilmente fregati?

C’è ancora margine, c’è sempre margine, per cercare di vivere in modo più sostenibile ed equilibrato, ma abbiamo bisogno di cambiamenti a livello di cultura, stili di vita ed economia decisamente… radicali, se mi perdonate il gioco di parole, e tempestivi. Al momento mi pare, invece, che si continui a temporeggiare, rimandare, prendere impegni simbolici, parlare di quel che si dovrebbe fare senza farlo, mentre la questione è urgentissima.

Inevitabile che il fumetto porti a pensare al delicato ma fondamentale tema dei cambiamenti climatici, con tutto quel che ne deriva… ma quanto può fare in questo senso una storia come la tua? Riesce davvero a dare un messaggio di positività e propositività, come sembrerebbe dalle battute finali tra Silvio e Diana durante il giro in bici lungo la ciclabile del lago di Annone?

Lo spero! Quando si parla di questi argomenti si rischia sempre di adottare un punto di vista… pessimista e apocalittico, che difficilmente trasmette ai lettori la sensazione di poter fare qualcosa. Non credo tanto agli interventi dall’alto e ancora meno mi piace la pratica dello scaricamento di responsabilità: se vogliamo cambiare, di sicuro possiamo iniziare da noi stessi, dalle nostre abitudini, dai consumi inutili ed eccessivi di tutti i giorni, dai fumetti che leggiamo, anche. Allo stesso tempo, parlando di più di clima e ambiente, raccontando storie che propongono visioni del mondo differenti, forse si riuscirà a creare una nuova consapevolezza nella popolazione, che di conseguenza farà delle pressioni sulla politica… costringendola a rispondere. Dobbiamo unirci agli attivisti che si impegnano tutti i giorni, a Greta Thunberg, agli studenti che scioperano ogni venerdì, e farci sentire chiaro e forte, perché non c’è più tempo da perdere.

A proposito di finale, ai cattivi della storia Capo e Rocca avviene una specie di contrappasso dantesco: dopo aver sversato e inquinato le acque dei fiumi coi loro veleni, vengono catturati dalle radici allo stesso modo di Silvio – anche a livello di disegno e tratto grafico – ma non dall’ispettore De Luca che gli dà la caccia: come dire che la giustizia della natura che fa il suo corso prima e meglio di quella degli uomini?

Cosa succederà a Capo e Rocca è lasciato, volutamente, all’interpretazione dei lettori. Di sicuro, come hai notato, le ultime tavole richiamano quelle in cui abbiamo visto per la prima volta Silvio, e forse questo potrebbe essere un indizio. Alla base di Capo e Rocca, comunque, sono arrivate prima le piante dei poliziotti, quindi sì, forse il mondo vegetale è stato più veloce di quello umano.

Un’ultima cosa sempre relativa al finale: non è un caso che solo il numero dell’ultimo capitolo del terzo volume della trilogia appaia in pagina bianca senza alcuna cornice che lo contenga, come se il finale aperto permettesse finalmente a tutto il bianco e nero della storia di assumere sfumature e colori differenti, legati a un cambiamento di atteggiamento che ci auspichiamo tutti quanti?

In tutta la storia ho giocato con il bianco e nero e con i suoi possibili significati simbolici: alcuni personaggi sono prevalentemente vestiti di chiaro, altri di scuro, qua e là compaiono delle scacchiere, o altri elementi che ricordano questa dicotomia. Nei frontespizi dei capitoli, in particolare, sono partito da un rettangolo nero chiuso, che pian piano viene invaso dalle radici, fino a dissolversi nel bianco del foglio: è la rappresentazione grafica del tentativo, da parte delle piante, di farci uscire dallo schema di pensiero in cui ci siamo rinchiusi e aprirci ad altre possibilità. Anche le vignette grigie delle visioni non hanno contorni e si basano sull’accostamento di forme e piene e spazi negativi (bianchi), sempre per provare a simboleggiare questa apertura di prospettive.

Per concludere veramente, puoi svelarci quali saranno i tuoi progetti futuri nel campo del fumetto?

Durante la lavorazione di Radici ho accumulato numerosi appunti per il prossimo fumetto. Sembra, come temevo, una storia ancora più lunga, ambientata su un fiume, con un gruppetto di bambini come protagonisti e… parecchi misteri! Dopo otto anni di “doppio lavoro” non so se sarò ancora così incosciente da decidere di affrontare, da solo, un nuovo progetto così impegnativo. Mi do qualche mese di tempo per valutare l’esperienza di Radici nel suo complesso e poi deciderò come procedere. In ogni caso, i personaggi appena nati sembrano molto vivaci e poco disponibili a tornare nell’oblio senza protestare.

Dopo otto anni di convivenza forzata, riuscirai a salutare i personaggi di Radici o credi che torneranno a bussare alla tua porta?

In effetti, potrebbe esserci ancora una storia da raccontare, relativa ai personaggi di Radici: una specie di prequel, o forse sequel, se non entrambi. Forse una ristampa dei tre libri in un unico volume potrebbe essere l’occasione giusta per disegnarla, chissà. Le piante riservano sempre delle sorprese.

Matteo Manente

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