RADIO FLÂNEUR: BON JOVI – “This house is not for sale”. Una nuova ripartenza per la rock-band del New Jersey

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Spiacenti, ma questa Casa – o per meglio dire la nostra Storia, la nostra Band e le nostre Canzoni – non sono in vendita, parola dei Bon Jovi! This house is not for sale è esattamente questo: non solo il titolo del loro nuovissimo album, ma più in generale un manifesto d’intenti che la dice lunga sulla volontà della rock band statunitense di proseguire nel proprio percorso musicale, un grido con il quale affermare di essere sopravvissuta a sé stessa e ad alcuni importanti cambiamenti avvenuti in questi ultimi anni.

bon joviThis house is not for sale segna il ritorno ufficiale dei Bon Jovi sulle scene dopo un disco interlocutorio – Burning Bridges – che chiudeva un’epoca e ne apriva una nuova, ancora da mettere a fuoco per bene e con notevoli mutamenti in atto: il cambio di etichetta discografica avvenuto dopo oltre trent’anni di contratto con la Mercury, ma soprattutto l’uscita dal gruppo dello storico chitarrista Richie Sambora – avvenuta non senza polemiche tra il 2013 e il 2014 – parevano aver messo un po’ in crisi l’attività dei Bon Jovi, ma questo nuovo album si getta il passato alle spalle per proseguire in grande stile sulla strada di sempre.

Certo, il sound senza Sambora si è per forza di cose modificato, ma l’impressione generale che si ha ascoltando questa nuova fatica discografica è comunque positiva: il risultato delle 12 tracce presenti in This house is not for sale (a cui si aggiungono alcune bonus track nelle diverse edizioni deluxe disponibili) è ancora una volta quel rassicurante pop-rock più o meno energico a cui ci hanno abituato ormai da più di un decennio i Bon Jovi, con singoli trascinanti e ritornelli molto orecchiabili a cui si aggiungono qua e là alcune ballate più delicate ed intense. Insomma, sul fronte del suono nessun grande scossone con quanto prodotto a partire da Crush (2000) in avanti; la differenza di questo nuovo album sta piuttosto nell’omogeneità dei temi trattati e nei testi delle canzoni, che riflettono in maniera più o meno diretta tutte le recenti tribolazioni affrontate dalla rock band americana. Da qui la necessità di reagire, di riaffermare i propri valori e i punti di forza dai quali ricominciare: in primis il ritorno alle radici, forti e ben piantate a terra come quelle rappresentate sulla copertina del disco, fatte di musica, storia e canzoni; poi l’accettazione e il superamento degli strascichi dovuti ai contrasti nei rapporti fra Bon Jovi e Sambora; infine, come conseguenza logica a tutte queste difficoltà, la voglia di ricominciare, partendo proprio dall’ottimismo e dalla forza ritrovata all’interno del gruppo, della sua storia e delle sue canzoni, un gruppo che qui acquista i connotati di una famiglia allargata: quel “this house” del titolo è la traslitterazione di un “noi” più ampio, formato insieme dai musicisti del gruppo e dai propri fans.

Il primo singolo promozionale, arrivato in radio a metà agosto, è stato proprio This house is not for sale, un rock tirato e giocato su pochi accordi che ricordano molto da vicino l’andamento di Atlantic City del collega e conterraneo Bruce Springsteen: anche negli argomenti e in certe espressioni usate nel testo si possono trovare diversi concetti cari al Boss del rock a stelle e strisce: “questa casa fu costruita sulla fiducia, questo è quello che è e lo è sempre stato, nessuna palla demolitrice potrà buttarla giù… dove i ricordi vivono e il sogno non fallisce, questa casa non è in vendita, sto tornando a casa…”. Non c’è molto altro da aggiungere, il brano mette già bene in chiaro così le intenzioni della band: nonostante tutte le difficoltà affrontate – sia interne che discografiche – la nostra storia non è finita e, soprattutto, non è in vendita per nessuno… stiamo tornando a casa! Musicalmente il brano funziona alla grande, grazie a un ritornello e a una struttura molto vivace ed orecchiabile: senza dubbio è uno dei singoli migliori prodotti dai Bon Jovi negli ultimi anni.

Living with the ghost, secondo brano in scaletta, affronta direttamente la “questione” Richie Sambora, il chitarrista che per decenni ha condiviso gioie e successi con i compagni di band e che da qualche anno ha smesso di farne parte; il testo è fin troppo chiaro e non necessita di troppe spiegazioni: “Non sto vivendo con il fantasma, nessun futuro a vivere nel passato, ho visto quello che l’odio ha fatto alla speranza, il domani non è stato costruito per durare… ho scritto ogni parola, tu hai fatto il brindisi, ma eravamo fuoco e benzina…”. Living with the ghost non è l’unico brano che rimanda alla rottura personale avvenuta tra Bon Jovi e Sambora: il senso di instabilità interna al gruppo creatasi negli ultimi anni è fotografato anche in Rollercoaster, un brano che si muove in bilico tra la ballata e il rock più deciso del ritornello, nel quale il cantante afferma che “la vita non è un carosello, ma una montagna russa” e tutto “quello che va su potrebbe rovesciarci sotto sopra”. Dei colpi sinistri e violenti che può tirarti la vita da un momento all’altro parla invece Knockout, il secondo singolo rilasciato a pochi giorni dall’uscita dell’album: “ogni giorno mi sveglio con la schiena al muro, ogni volta che ti alzi qualcuno vuole vederti cadere, se hai paura di perdere tutto non vincerai mai… Arriva il k.o., il mio tempo è adesso… nessun rimpianto, questa è la tua vita…”. Un brano dal ritmo trascinante, con un’atmosfera che richiama un certo sound tipicamente anni ’80 e particolarmente caro ai Bon Jovi degli esordi.

Labor of love si inserisce invece nel classico filone delle ballate romantiche, un genere ampiamente frequentato nel corso degli anni dai Bon Jovi con alterne fortune; questa nuova ballad non raggiunge certo le vette di Bed of roses o altri pezzi simili, ma riesce ugualmente a coinvolgere e a farsi ascoltare senza problemi. Si torna a viaggiare su frequenze più decise con Born again tomorrow, canzone nella quale Bon Jovi conferma che rifarebbe da capo tutto quello che di buono o meno buono ha combinato in questi anni di carriera musicale. “Se io nascessi di nuovo domani non vivrei la mia vita in nessun altro mondo”: bando quindi ai rimorsi o ai ripensamenti, ma avanti dritti per la strada di sempre, consci che “le ossa crescono più forti dove si spezzano” e che dagli errori commessi si può sempre imparare qualcosa. Un ottimismo di fondo che si esplicita in maniera ancora più lampante in altri episodi del disco: è il caso ad esempio di Reunion – brano solare che invita a “non dire addio ma arrivederci” e a vivere in modo pieno la propria vita, consapevoli che la fine di ogni storia “è solo una biforcazione lungo la strada - ma soprattutto di God bless this mess, altra canzone che cerca di infondere ottimismo e voglia di ricominciare nonostante le difficoltà che permeano questi tempi duri: “ho del sangue sotto le unghie, ho del fango sulla faccia, la mia voce è rovinata, sto diventando grigio… qui intorno il cielo è spaccato ma non ammetterò sconfitta, quaggiù ti hanno coperto le spalle e bravi uomini sono rimasti al tuo fianco, questo forziere di stracci continua a tenere vivo il sogno… Dio benedica questo casino!”. Ritmo rock alla stessa maniera di Who says you can’t go home (brano del 2005 contenuto in Have a nice day), con chitarre, basso, tastiere e batteria ben in evidenza per uno dei pezzi più sinceri e belli dell’intero disco. Classicamente Bon Jovi, nello stile e nei contenuti, ma allo stesso tempo un brano riuscito alla grande. Infine, lasciati alle spalle dissidi e rotture varie, è tempo di brindare al nuovo tempo che verrà e di farsi trovare pronti al cambiamento in arrivo: New year’s day è per l’appunto un inno alla rinascita, un invito gioioso e pieno di forza che incita a prendere il largo verso nuove avventure, ovunque queste ci portino; una canzone positiva, che serve anche per esorcizzare tutte le tensioni interne e spingere il gruppo a ripartire.

bj2016Alti e bassi attraversano le canzoni e i temi da loro toccati in questo album: così, come contraltare alla serie di brani traboccanti di ottimismo e voglia di ricominciare, c’è spazio anche per il rock più cupo di The devil’s in the temple, brano che riflette il periodo relativo alla controversia con la precedente casa discografica. A suon di metafore – la chiesa vista come la vecchia casa discografica, le preghiere come le proprie canzoni – questa canzone critica alcuni aspetti, meccanismi e comportamenti interni al “music business” dal quale lo stesso Bon Jovi ha cercato di allontanarsi: “il Diavolo è nel tempio, ma non è mio amico”, ammonisce il rocker del New Jersey. Atmosfere più acustiche fanno da contorno a Scars on this guitar, una canzone che parla della chitarra di Jon, uno strumento che evidentemente lo ha aiutato a sfogarsi nei momenti più duri, uno strumento che gli ha permesso di comporre e quindi di trasformare i sentimenti negativi in altrettante canzoni: “Lei è il posto dove vado quando non resta nessun posto verso il quale correre, lei è quella che stringo quando non c’è nessun altro a cui stringersi, lei è stata con me a notte fonda quando stavo affogando nel buio… lei mi ha dato il suo meglio quando io ero al mio peggio…”. La chiusura del disco, almeno nella sua versione standard da dodici tracce, è affidata a Come on up to our house, un brano nel quale non è difficile notare una sorta di chiusura del cerchio per quanto riguarda i temi trattati all’interno del disco, con l’invito a venire in quella stessa casa che all’inizio del disco s’era affermato non essere assolutamente in vendita: “Vieni su a casa nostra, lascia che ti facciamo sentire a casa, vieni su a casa nostra, lascerò la luce della veranda accesa…”. A rafforzare tutto questo c’è anche il passaggio di scrittura dalla prima persona singolare degli altri brani a una prima persona plurale: dall’io iniziale si finisce con un noi, un tributo fatto da Jon Bon Jovi anzitutto alla propria band e a quel senso di appartenenza a una storia più ampia finalmente ritrovato e condiviso con i propri compagni di palco e sostenitori.

Insomma, dopo dodici tracce in cui si alternano brani rock e ballate più tranquille, appare evidente che la casa dei Bon Jovi non sia affatto in vendita, che la voglia di proseguire un cammino iniziato tanti anni fa non sia venuta meno e che le canzoni per affrontare questa nuova fase della propria storia siano ancora una volta al loro posto, pronte per accompagnare la band e i propri fans in questa nuova avventura. I soliti Bon Jovi, quindi? Forse sì, almeno per quanto riguarda le soluzioni musicali adottate, ma con in più stavolta la voglia di dimostrare prima di tutto a se stessi che è possibile ricominciare nonostante i problemi di varia natura che si possono incontrare lungo la strada, anche dopo tanti anni di carriera e di successi planetari… l’importante è riuscire a trovare la strada per tornare a casa e ricominciare!

Matteo Manente

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