“Still building and burning down love”
Gli U2 incantano Roma con il loro “The Joshua Tree Tour”

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Roma, Stadio Olimpico

15 luglio 2017

Per una volta partiamo dalla scaletta per capire la portata del concerto che gli U2 hanno tenuto sabato 15 luglio a Roma per celebrare il trentesimo anniversario del loro disco della svolta, quel The Joshua Tree che li ha resi la rock band mondiale che oggi conosciamo. Prima una quaterna elettrizzante di pezzi storici per mettere in chiaro le cose e spiegare quali sono le origini da cui è maturato il loro successo mondiale; poi il piatto forte di questo tour, ovvero l’esecuzione integrale del capolavoro del 1987, traccia dopo traccia; a chiudere altri sette brani tratti dal repertorio relativamente più recente della band irlandese, che ha regalato agli spettatori dell’Olimpico uno show denso di musica, contenuti ed emozioni fortissime.

u2 roma1Ad aprire e anticipare l’ingresso sul palco di Bono e compagni ci ha pensato l’ex Oasis Noel Gallagher, che tra brani del repertorio solista e pezzi storici come le applauditissime Wonderwall, Don’t look back in anger e Little by little ha regalato un’ora di grande musica, riscaldando i tanti fans in attesa da ore. Quindi poco dopo le 21 luci spente in tutto lo stadio e finalmente gli U2 sul palco: una rullata secca di batteria ed ecco subito a bruciapelo Sunday bloody Sunday, seguita a ruota dal ritmo trascinante di New year’s day, dal grido lacerante di Bad e dalla carica energica di una sempre splendida Pride (in the name of love). Quattro brani storici, provenienti dai primi lavori degli U2, che hanno indubbiamente segnato la loro carriera permettendogli di gettare le basi e i presupposti per tutto quel che sarebbe arrivato qualche anno più tardi con la svolta americana di The Joshua Tree e il conseguente successo planetario. E proprio al disco del 1987 è stata dedicata la parte centrale del concerto, così come l’idea alla base del tour di quest’anno: suonare tutte le canzoni contenute in quell’album per celebrarne il trentesimo anniversario e sottolinearne ancora una volta la bellezza, oltre che la sconcertante attualità; brani quasi più validi oggi di quando vennero scritti trent’anni fa, suonati da Bono, The Edge, Larry e Adam con una forza e una precisione quasi invidiabili.

u2 roma2Complice un megaschermo di grande impatto ma mai troppo invasivo alle spalle del palco, che ha rimandato contenuti video studiati appositamente per ogni brano, le canzoni della “svolta americana” degli U2 hanno risuonato in tutto il loro immutato splendore: su uno schermo rosso fuoco l’iniziale Where the streets have no name ha acceso l’albero di Giosuè, dando il via al viaggio di ricerca spirituale e culturale intrapreso trent’anni fa dalla band irlandese; un viaggio proseguito sulle note gospel dell’intramontabile I still haven’t found what I’m looking for e della ballata With or without you, alla quale è stata dedicata dai fans italiani una coreografia su tutte le tribune dell’Olimpico. Bullet the blue sky è stata una fucilata micidiale, con la chitarra di The Edge in gran spolvero a dare spettacolo e la voce di Bono che non solo in quest’occasione, ma per tutta la durata del concerto ha espresso una forza e una limpidezza che dopo tanti anni non mi aspettavo di trovare ancora a questi livelli.

La delicatezza di Running to stand still ha cullato tutto lo stadio, mentre il canto di lavoro e speranza di Red hill mining town, nella nuova versione con tanto di ottoni a impreziosirne la trama sonora, ha suscitato e registrato – almeno a livello personale – il picco emozionale più alto dell’intera serata: esecuzione da brivido, con quel “I’m still waiting, hangin’ on” che è risuonato molto più che un semplice incoraggiamento a stringere i pugni di fronte alle difficoltà quotidiane. Canzone dopo canzone, Bono ha ricordato di essere già arrivati al lato b dell’album, che si è aperto con le trascinanti In God’s country e Trip through your wires; One tree hill e la sua dedica a un amico perso lungo la strada ha per forza di cose abbassato i ritmi dello show prima dell’esplosione viscerale di Exit, altro punto di forza dello spettacolo messo a punto dagli U2. A concludere la fase dedicata a The Joshua Tree, il brano in onore delle madri dei desaparecidos argentini, Mothers of the disappeared, al quale forse non a caso è seguito, come primo pezzo dell’ultima parte, una Miss Sarajevo sempre toccante e di grande impatto emotivo. Con Beautiful day si è tornati al ritmo e all’energia che ha coinvolto e trascinato ancora una volta tutto lo stadio; entusiasmo che è proseguito a pieni polmoni anche con le successive Elevation e Vertigo. Ultraviolet (light my way) – dedicata da Bono a tutte le donne che “esistono, resistono e persistono” – è stato un ottimo ripescaggio da un disco altrettanto fondamentale nella carriera degli U2, quell’Achtung Baby del 1991 da cui, per il gran finale, è arrivata poco dopo anche l’immancabile One. Applausi scroscianti, entusiasmo alle stelle tra i fans e grandi abbracci sul palco tra i musicisti, ma per concludere il primo dei due concerti romani, gli U2 hanno scelto di eseguire e regalare al pubblico italiano anche l’inedita The little things that give you away, brano che farà parte del prossimo album in uscita a quanto pare verso la fine dell’anno. Una canzone molto intensa che ha sancito dopo poco più di due ore la fine di un concerto ad alto contenuto emozionale, che ha restituito l’immagine di una band in grande forma, capace come pochi altri gruppi rock al mondo di celebrare la propria storia nel migliore dei modi: suonando e proponendo senza tuttavia autocelebrarsi i suoi migliori cavalli di battaglia.

u2The Joshua Tree ha compiuto trent’anni, ma per l’approccio alle canzoni e l’interpretazione rivitalizzante messa in campo da parte degli U2 non li ha dimostrati affatto, anzi: a tre decadi di distanza le strade senza nome degli U2 hanno trovato finalmente la loro destinazione definitiva e come tutte le strade che si rispettano non potevano che portare a Roma, per la precisione a uno stadio Olimpico pieno di fans in attesa di (ri)percorrere insieme ai propri beniamini irlandesi quel tratto di strada e di storia che negli anni sì è rivelato così importante per tanti.

Matteo Manente

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