RADIO FLÂNEUR – “All that was east is west of me now” di Glen Hansard. Non ci sono montagne che non si possano scalare per il cantautore irlandese

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Un silenzio discografico durato quattro anni che viene interrotto da una chitarra distorta degna del miglior Neil Young: è così che Glen Hansard è tornato sulle scene con il nuovo album All that was east is west of me now, un disco dove alla matrice folk-rock che è diventata negli anni il marchio di fabbrica del songwriter irlandese si aggiungono altre influenze che vanno ad arricchire la tavolozza dei colori musicali presenti nel suo quinto album in studio.

Accanto ai nuovi esperimenti sonori, resta intatta l’innata capacità di scrivere testi profondi e sentiti, che da sempre mettono in luce l’anima e lo spessore umano di un cantautore che ha non ha mai cercato troppo le luci della ribalta, ma che è arrivato dritto al cuore del proprio pubblico grazie all’empatia che riesce a trasmettere con le sue storie, le sue canzoni e soprattutto i suoi concerti: d’altronde non si diventa per caso amici (e colleghi di palco) di autorevoli colleghi come Bruce Springsteen o Eddie Vedder!

Tornando al nuovo album – il cui titolo deriva proprio da un verso della prima canzone in scaletta e che affronta il tema del tempo che passa ineluttabile per tutti – il noise-rock dell’iniziale The feast of St. John fa scattare subito l’orecchio dell’ascoltatore, che si aspetterebbe il solito folk acustico un po’ low-profile: invece spunta subito una chitarra distorta per un brano squisitamente rock, teso e inaspettato, quasi sperimentale per lo stesso Hansard, un’invocazione che funziona alla grande anche nel ritornello: “And oh, oh like birds of bad weather / oh, oh here they come / and oh, oh may they fall together / oh monsters begone…”.

Down on our knees sembra uscita direttamente da Vitalogy dei Pearl Jam, nello specifico dall’intro di Corduroy; voce bassa e una spinta ancora decisamente rock per sostenere l’andamento del brano, che lascia in bocca lo stesso straordinario stupore del brano precedente grazie anche a un testo con parole ben piantate nell’attualità: “Pandemic, famine, war, privation, mass migration / four horsemen riding, knights of the apocalypse / we’ll all go down on our knees / won’t we all go down on our knees eventually…”.

La successiva There’s no mountain è invece il vero capolavoro del disco: qui si va sul sicuro, pescando direttamente dalle atmosfere tradizionali che ben conosce il cantautore irlandese; testo pazzesco per una ballata sorretta da pianoforte e chitarra acustica che cresce verso dopo verso, fino a esplodere in un finale che è un inno per chiunque non voglia arrendersi, ma provarci e crederci sempre: “But we climbed it, and we scaled it / and when the wind and the weather were with us I knew we wouldn’t fail / and we see it, and we take it / and if we fall by the side at least we’ll know that we tried / to leave a little light on our way… There’s no mountain great or small you can’t climb / there’s no mountain you can’t move or you can’t climb…”.

Altro apice del disco è la conclusiva Short life, tipico affresco in pieno stile Glen Hansard giocato inizialmente su due accordi, con un testo strepitoso e tanta complicità che si respira durante l’ascolto di tutto il brano; una ballata lenta ed emozionante che ben si addice al cantautore di Falling slowly e Bird of sorrow, nella quale ci esorta a non sprecare in cose futili il poco tempo che abbiamo a disposizione durante questa vita: “It’s a short life and there’s so little time / and there’s a real risk stirring that we may never put these troubles to right / it’s a dangerous lie that we’ve got endless time / but there’s a real hope hovering / that we may one day get some good across the line… / In this short life we only get so much time at the wheel… / So we drive that mile / we pull the sense inside / we spend the first part runnin and the next part waving goodbye / to a short life, we only get so much time at the wheel / in this short life there’ll be no going back this time / don’t throw it away…”. Capolavoro totale.

Nel mezzo, a completare un disco veramente interessante, ci sono altri quattro brani di qualità sempre elevata: Sure as the rain respira a pieni polmoni del buio della notte, con il contrabbasso a segnare il tempo e un sussurro di voce che tra inglese e francese scandisce parole d’amore mai banali: “The one thing that’s true, the very best of everything is you, your heart is enormous…”. Between us there is music e Ghost proseguono sul filone delle ballate intimiste e riflessive, con un’ottima sezione d’archi a impreziosire la prima e un falsetto unito a un tappeto sonoro quasi trasognante a scandire la seconda. Con Bearing witness si rialzano un po’ i decibel, grazie a basso e batteria che dettano di nuovo i tempi e a un Glen ispirato nel testo e deciso nel canto, che sembra rifarsi al miglior Dylan degli anni che furono: “Cause it’s not what you’re given, but what you do with it, and it’s not the road less traveled, but how you choose to live…”.

Dopo l’enorme e già citata Short life, per concludere il disco c’è tempo ancora per una breve coda musicale intitolata Reprise, che di fatto chiude le danze e conferma Glen Hansard come uno dei migliori cantautori attualmente in circolazione: il suo nuovo All that was east is the west of me now forse non raggiunge i picchi sorprendenti degli splendidi primi tre dischi da solista, ma risulta senza ombra di dubbio uno degli album più belli, riusciti e profondi pubblicati in questo 2023 che va concludendosi, segnando l’ennesima evoluzione di un cantautore di cui abbiamo sempre più bisogno.

Matteo Manente

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