RADIO FLÂNEUR: “Calibro 77” dei Gang
Gli anni ’70 rivisitati in chiave rock dalla banda dei fratelli Severini

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C’è chi fa un disco di cover per mancanza di idee, per vincoli contrattuali o per tributare omaggi musicali non sempre perfettamente a fuoco; e poi ci sono i Gang, che con il nuovo album Calibro 77 hanno fatto tutt’altra cosa: selezionata una manciata dei brani per loro più significativi del miglior cantautorato italiano anni ‘70, Marino e Sandro Severini li hanno arrangiati ex novo in chiave rock sotto la produzione del fidato Jono Manson, già al timone di comando del precedente Sangue e cenere. Con l’ausilio di alcuni musicisti americani di prim’ordine, tra cui la sezione fiati già al fianco di Bruce Springsteen, i Gang hanno scelto di raccontare tramite queste canzoni un preciso periodo storico – il 1977 e più in generale l’Italia barricadera degli anni Settanta, ricca di fermento culturale, politico e ideologico – che è poi coinciso anche con la crescita personale e artistica del gruppo marchigiano.

calibro77-cdÈ evidente che con queste premesse sia difficile parlare di Calibro 77 solamente come un album di cover: al suo interno compaiono tutti i cantautori più rilevanti di quella stagione, da Guccini a De André passando per De Gregori, Bennato, Lolli, Gaber, Finardi e altri ancora. Con il nuovo album – realizzato ancora una volta con la fortunatissima formula del crowdfunding – la banda dei fratelli Severini ha voluto in qualche modo “riportare tutto a casa”, riprendendo “una volta per sempre” quel discorso di Radici, Memoria e Condivisione di certi ideali che li ha portati ad essere una delle più importanti realtà del rock italiano degli ultimi trent’anni. Calibro 77 è la condivisione definitiva delle radici di una storia che parte tanti anni fa dalle campagne marchigiane e che passa prima per i Clash e poi per il cantautorato italiano storico, riscrivendo così le regole del folk-rock d’autore a casa nostra; è la celebrazione di un background musicale, ideologico e culturale comune a tanti fan che si riconoscono nella loro musica e nel loro percorso condotto sempre a testa alta; è il ricordo di un Movimento e di un tempo passato che si è fatto Memoria, che ha segnato nel profondo chi l’ha vissuto in prima persona e che per questo motivo vuole ancora cantarlo e tramandarlo. Pertanto, da grande narratore della nostra coscienza collettiva qual è diventato, Marino Severini ha voluto ancora una volta prenderci per mano e cantare la nostra Storia, la nostra Tradizione, il nostro Percorso fatto di canzoni, ideali, rivoluzioni appena accennate e altrettante sconfitte, prendendo in prestito questa volta i brani più rappresentativi di quegli autori che proprio negli anni ’70 l’hanno formato e influenzato maggiormente.

Calibro 77 raccoglie 11 brani di lotta e di piazze, di racconto e rivoluzione, di rabbia e passione, di musica e desiderio, 11 canzoni che come 11 colpi ben assestati sanno centrare ancora il bersaglio delle emozioni, anche a distanza di quarant’anni e passa dalla loro prima incisione; il tutto con un vestito nuovo e internazionale, un sound che trasuda roots rock da tutte le tracce e che rende avvincenti e moderne queste composizioni-simbolo di un’epoca e di un’intera generazione.

Il nuovo album dei Gang parte subito a razzo, con Sulla strada di Eugenio Finardi: è l’inno dei musicisti in perenne movimento e di chi segue comunque la propria strada, con un sound che sa di polvere e terra battuta, di periferia americana ed echi nemmeno troppo velati di Bo Diddley. Io ti racconto di Claudio Lolli, grazie a un tappeto di hammond e tastiere, ha l’incedere lento ed epico delle migliori ballate dei Gang e non sfigurerebbe affatto come una canzone del loro repertorio. Tra i cantautori più rappresentativi degli anni ’70 non poteva mancare Francesco De Gregori, di cui i Gang reinterpretano magnificamente Cercando un altro Egitto, brano forse non tra i più noti del cantautore romano, ma certamente tra quelli più ricchi di immagini e rimandi interpretativi: i fratelli Severini colorano il testo di soul, fiati, flauti e chitarre, creando un groove complessivo che richiama la loro storica Chico Mendes. Si torna al rock n’ roll con Questa casa non la mollerò di Ricky Gianco, brano di protesta tipico degli anni ’70 in cui si parla di occupazioni e sgomberi: chitarre elettriche e slide in primo piano, basso e batteria a tenere il tempo su un tappeto di organo e tastiere per un pezzo che sferraglia come un treno lungo i binari di una prateria americana. Toccare Fabrizio De André è sempre un terno al lotto per chiunque, ma i Gang se la cavano egregiamente grazie a una versione rallentata della sua Canzone del maggio, arricchita di tastiere e sfumature soul a far da contrappunto a un testo che non ha certo bisogno di presentazioni e che rimane di un’attualità sconcertante nonostante gli oltre quarant’anni che ha sulle spalle.

calibro77-1Il cuore del disco è occupato da due dei cantautori più politicizzati e schierati di tutti gli anni Settanta, ovvero Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli: del primo i Gang riprendono Sebastiano, storia di lotte operaie e licenziamenti ai tempi della FIAT che per l’occasione si tinge di nuove venature rock-blues che aggiungono grinta al pezzo. Di Pietrangeli invece propongono Uguaglianza, un altro lento del disco ma dal contenuto fin troppo chiaro (“Alla legge del padrone risponderemo con rivoluzione”), impreziosito da suoni e strumenti acustici tanto cari al De André di Creuza de ma. A proposito di rock-blues non poteva mancare Edoardo Bennato, che i Gang omaggiano in Venderò: testo tagliente e canzone oltremodo attuale, resa dai fratelli Severini in maniera più folk, addolcita dall’uso di violino, fisarmonica e mandolino. Dopo Bennato è il turno del cantautore per antonomasia, quel Francesco Guccini da cui nessuno in Italia, nell’ambito della canzone d’autore, può prescindere: evitando i brani troppo conosciuti e scontati del Maestrone di Pàvana, i Gang rileggono Un altro giorno è andato, tratto da L’isola non trovata. Se nel repertorio di Guccini era tra i pezzi un po’ più ritmati, i Gang ne fanno una versione molto più lenta, come in un ideale ribaltamento di ruoli: ora è Marino il narratore, il raccontatore che si prende tutto il tempo necessario per scandire ogni parola e rendere ancora più definitivi i versi, i dubbi e le considerazioni esistenziali espresse a suo tempo da Guccini. Al susseguirsi delle strofe, la band cresce nello sviluppo della trama musicale, seguendo la Voce del suo leader e riportando la canzone a quell’incrocio di frontiera che sta esattamente tra la Via Emilia di Guccini e il West degli arrangiamenti realizzati dai musicisti americani. È impregnata di rock n’ roll anche la successiva Non è una malattia, canzone di Gianfranco Manfredi in cui chitarre, fiati e tastiere ricamano con un gran ritmo le parole ironiche e sferzanti del cantautore legato agli ambienti della controcultura italiana.

Tuttavia il vero colpo di coda spetta a uno dei brani maggiormente riusciti di Calibro 77, ovvero I reduci di Giorgio Gaber, tratta dallo spettacolo Libertà obbligatoria: è disarmante ascoltare oggi le parole del più lucido fra gli autori italiani che gli anni ’70 li hanno attraversati, vissuti, compresi e infine cantati. I reduci non è soltanto una canzone, è l’analisi definitiva di chi affronta i bilanci che inevitabilmente si fanno a un certo punto della vita, è il punto di vista disilluso e libero che racconta gli intenti di un Movimento e di una stagione intera, è la capacità di mettere nero su bianco e senza sconti per nessuno tutto quello che ha funzionato e ciò che invece è andato storto: “E tutto che saltava in aria, e c’era un senso di vittoria, come se tenesse conto del coraggio la storia…”. Le parole di Gaber tratteggiano l’impegno iniziale, la rabbia e la voglia di cambiare tutto, ma allo stesso tempo raccontano candidamente il successivo fallimento di quelle utopie e di quegli ideali collettivi che hanno lasciato ben presto spazio al riflusso e al ripiegamento sul privato, segnando nel profondo una generazione intera che come ammetterà anni dopo lo stesso “Signor G.” ha perso la propria battaglia di rinnovamento.

Non è un caso che questa canzone concluda il racconto intrapreso dai Gang con Calibro 77: anche Marino e Sandro Severini appaiono ogni giorno di più come due reduci nel mondo della canzone italiana, due eroi solitari che però, come novelli Don Chisciotte e Sancho Panza, proseguono instancabili e imperterriti a sfidare i mulini a vento e a raccontare la Grande Narrazione, quel Passato da cui proveniamo che è il solo a permetterci di andare avanti, in equilibrio costante fra le Radici della Memoria e le Ali del Futuro. Calibro 77 colpisce esattamente in questa direzione: undici grandi Storie che servono per farci riflettere prima di decidere verso quale rotta indirizzare il nostro prossimo Cammino.

Matteo Manente

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