RADIO FLÂNEUR – “Cartoline da qui”.
Sessant’anni di Nomadi e nuove canzoni per guardare al futuro

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Non è raro che i titoli dei dischi rimandino a indirizzi o corrispondenze più o meno realistiche: Springsteen ha esordito nel 1973 con Greetings from Asbury Park, NJ e ha recentemente mandato metaforiche lettere ai suoi fans con Letter to you; Guccini ha usato il proprio domicilio bolognese per intitolare l’iconico Via Paolo Fabbri 43 nel 1976 e molti altri esempi ci sarebbero ancora. I Nomadi invece, per il nuovo album di inediti pubblicato in occasione dei loro sessant’anni di attività, non hanno scelto un indirizzo fisico preciso, bensì un luogo indefinito del presente dal quale inviare messaggi ai propri fans: Cartoline da qui racconta infatti di un presente che è il frutto di sei decadi di solide radici, ma che non intende cadere in trionfalistiche autocelebrazioni; un presente che è ben ancorato al passato, ma che com’è giusto che sia punta dritto verso un futuro tutto da scrivere e da cantare insieme.

Trattandosi dei Nomadi, nel nuovo album non può certo mancare l’attualità con la critica ai nuovi sistemi di potere sempre più spregiudicati e oppressivi denunciati nella splendida e finemente ironica Barbanera (“Cento nuovi schiavi pettinati bene in posa per il nuovo calendario, cento nuovi schiavi senza più catene, ma legati al cappio del salario”), che dietro ad un deciso andamento folk critica in maniera esplicita certi comportamenti della polizia americana: “Per distillare violenza e veleno non servirà una pistola, puoi puntare una fiaccola in cielo o un ginocchio alla gola…”. L’attenzione e la denuncia della piaga sociale del caporalato è al centro della riuscitissima Il caporale, altro classico brano da Nomadi per tematica affrontata e arrangiamento proposto: “Il caporale oggi indossa una maglietta rossa che era bianca soltanto stanotte, non è il rosso del sangue, non è il rosso del vino, è soltanto il suo giro di morte… Scenderà un sollievo di pioggia a bagnare le strade, scenderà a lenire il dolore in queste lande assolate, scenderà un sollievo di pioggia a bagnare le strade, scenderà a lenire il dolore in questo inverno d’estate…”.

La consapevolezza e l’orgoglio di essere quel che siamo traspaiono tra il rock graffiante di Gente di parola (“Noi non siamo eroi, siamo solo uomini che non mollano mai… Noi così da una vita ormai, noi così senza fermarci mai… E per amare una volta ancora queste mani, gente di parola…”) e la successiva Posso farti una domanda (“Io non so più fingere e vivere a metà, io voglio credere e ora dimmi chi ci ascolterà…”). L’arrembante A volte capita, come spesso accade con le canzoni dei Nomadi, invita a non scoraggiarsi né tantomeno a lasciarsi andare quando veniamo colpiti da tante negatività: “A volte capita di esser travolto da una giornata in cui va tutto storto, sembra che il vento poi ti soffi un po’ addosso, senti quel peso schiacciarti dentro… Poi prendo la vita e il mio pezzo di mondo, contando i segni e le mie ossa torno a vivere, poi conto i miei anni e prendo in mano la vita, io sono in volo e non è ancora finita, torno a vivere…”. I versi di Francesco Guccini recitati dall’attore Neri Marcorè in apertura e chiusura del disco conferiscono poesia a Noi in musica e Musica in noi (“Questi suoni sono tutti musica e noi musica facciamo, e di musica e nella musica viviamo, perché siamo i Nomadi”), mentre l’amore e i sentimenti più genuini connotano Dillo piano e Un’altra rosa, cantata in duetto con la reggiana Antonella Lo Coco. Il tempo che passa nel confronto fra padre e figlio fa da sfondo a Questa età che vola (“Lo sai, c’è un buco enorme che non ho riempito, ci scriverò il tuo nome e una carezza sola, ci metto quattro ali sopra il tuo vestito e un filo d’aquilone a questa età che vola…”), mentre un testo scritto da Giorgio Faletti e donato una decina d’anni fa a Beppe Carletti è la base su cui è nata la più che attuale I ragazzi del ponte (“I ragazzi del ponte hanno tutti un difetto, una rabbia che a volte è bisogno d’affetto…”).

Tuttavia, il vero colpo grosso dell’album – giustamente scelto come primo singolo promozionale – è Cartoline da qui, stupenda rock-ballad scritta da Luciano Ligabue dopo aver visitato la mostra dedicata ad Augusto Daolio a Reggio Emilia; un brano che citando apertamente il Woody Guthrie di This land is your land parla senza tanti giri di parole di attaccamento alla propria terra e alle proprie radici (“Questa terra è la mia terra anche se è cambiata già un bel po’, sembro un albero piantato, ma nessuno può sapere dove sto”); un graditissimo regalo del Liga ai Nomadi nel ricordo dell’indimenticabile Augusto, che sembra davvero materializzarsi strofa dopo strofa: “Un microfono e un pennello, le mie tasche sono piene già così, è con quelli che vi mando cartoline da qui…”.

Tutte queste tematiche sono perfettamente amalgamate dai Nomadi con il loro stile inconfondibile, dal quale stavolta emergono (finalmente!) le chitarre tirate a lucido dell’ottimo Cico Falzone, che in Gente di parola, A volte capita e Il caporale piazza un paio di assoli taglienti come non succedeva da diversi dischi a questa parte. Il violino di Sergio Reggioli dipinge di tinte folk la solo in apparenza scanzonata Barbanera, mentre Daniele Campani suona ispirato come non mai e detta i tempi con la sua batteria sempre precisa. La grinta rock di Massimo Vecchi emerge nell’ottima A volte capita e in Gente di parola, mentre la classe di Beppe Carletti confeziona il tutto destreggiandosi come sempre fra tastiere, organo Hammond e fisarmonica. Infine la voce tonante e possente di Yuri Cilloni dona spessore e profondità a tutte le canzoni del nuovo album, che si dimostra essere un lavoro dai testi mai banali, dalle melodie riuscite e orecchiabili, con ritmi trascinanti e oscillanti fra le ballate più lente e riflessive, il folk allegro ma mai spensierato e il rock più deciso che fa battere il tempo e tiene accese le menti: per averle scritte tutte a mano, non sono affatto male le nuove “cartoline da qui” degli eterni vagabondi della musica italiana!

Matteo Manente

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