RADIO FLÂNEUR – “Songs of Experience” degli U2.
Dall’Innocenza all’Esperienza: come gli U2 sono diventati adulti

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Dopo l’età dell’Innocenza – cantata in Songs of Innocence – ora tocca a quella dell’Esperienza: mentre nel primo caso prevaleva uno sguardo positivo e proteso verso il futuro – complice appunto l’innocenza giovanile – nel secondo capitolo che gli U2 hanno dedicato all’analisi della loro (e nostra) storia, ecco sopraggiungere l’amarezza e la disillusione per una realtà che s’è rivelata ben diversa dai sogni e dagli ideali di cambiamento rincorsi per tanto tempo.

Uscito a fine 2017, Songs of Experience è un disco che per tematiche e modus operandi rappresenta di fatto la logica prosecuzione del precedente album del 2014: le 13 canzoni che lo compongono mettono a fuoco il punto di vista di Bono, The Edge, Larry e Adam, il loro modo di vedere oggi – da uomini maturi, cresciuti e affermati – la vita pubblica e privata, la paura della morte ma soprattutto l’amore per i figli e i propri cari come valore supremo da tramandare ai posteri. In più di un’occasione i testi di Bono – mai così permeati da un senso di fine incombente e quindi legati a una riflessione sulla vita e sulla morte – fanno riferimento alla volontà di riuscire a tramandare alle future generazioni ciò che è riuscito a imparare in questa vita; una sincerità non indifferente, per una rockstar ormai sulla cresta dell’onda da decenni e che mai come in questo disco si è messo a nudo, affrontando tutte le sue fragilità più sentite e le paure più recondite. Proprio per questo in tanti hanno parlato di Songs of Experience come una sorta di “testamento” di Bono e compagni: per fortuna però gli U2 godono ancora di ottima salute e hanno in programma un tour lunghissimo e pieno di date, che toccherà anche l’Italia il prossimo autunno.

Il nuovo capitolo della band irlandese si apre con l’eterea Love is all we have left, una dichiarazione che è anche l’ultima certezza o sicurezza del disco, come se da questo punto in poi l’innocenza scomparisse del tutto a vantaggio dei dubbi, delle angosce e dei tormenti dettati dall’esperienza; dopo una vita vissuta tanto intensamente, l’amore è tutto quel che siamo riusciti a lasciare: un monito e insieme un augurio, affermato non a caso all’inizio del disco su un tappeto di synth e con una voce appena sussurrata. Da qui in poi arrivano tutte le incertezze e le paure di Bono, prima fra tutte quella per la morte, che fa capolino nella successiva Lights of home, oltre che nella conclusiva 13 (there is a light).

Lights of home si apre con due versi che rimandano a un incontro diretto con la morte – “I shouldn’t be here ‘cause I should be dead, I can see the lights in front of me…” – per poi lasciarsi andare a considerazioni anche di carattere religioso, quando afferma “Oh Jesus, if I’m still your friend, what the hell, what the hell you got for me?”. Sul grido finale di “Free yourself to be yourself, if only you could see yourself” c’è il primo riferimento evidente a Songs of Innocence, con il riallacciamento al brano Iris (Hold me close) e il relativo ricordo della madre: le luci di casa in questo senso potrebbero anche rappresentare la volontà di Bono di tornare a casa per rincontrare la madre ormai scomparsa. E sempre restando in ambito di morte, ritorni a casa e agganci con il disco precedente, ecco la conclusiva 13 (there is a light), che fa il paio a Song for someone citandone seppur con un significato opposto il ritornello: quella che era una canzone per qualcuno, qui diventa una canzone per “qualcuno come me”, dove quel qualcuno è proprio il leader della band irlandese, che ammette la perdita dell’innocenza con l’avanzare degli anni e con l’accrescersi dell’esperienza: “’Cause this is a song, a song for someone, someone like me…”.

Meno angosciose le dissertazioni che portano Bono a scrivere la splendida The little things that give you away, uno dei pezzi forti e meglio riusciti dell’album: già proposta nel finale del recente Joshua Tree Tour, è una riflessione a cuore aperto da parte di Bono, che ammette tutta una serie di paure e di preoccupazioni in un clima di totale sincerità; la canzone, che parte lenta per poi esplodere in tutta la sua solennità, certifica in modo definitivo la perdita dell’innocenza: “It’s the little things that give you away, the words you cannot say, your big mouth in the way… and all my innocence has died sometimes…”.

Tra il timore per la morte e altre riflessioni più o meno amare sulla vita presente – dettate anche come vedremo fra poco da alcune situazioni di attualità che non fanno dormire sonni tranquilli a nessuno – c’è spazio anche per l’autoironia di The Showman (little more better), messa non a caso come cuscinetto fra i brani più politici e l’appena citata This little things that give you away. Nel brano lo stesso Bono si prende gioco in maniera ironica del suo ruolo di rockstar e più in generale di quello dei cantanti visti come portatori di chissà quale verità; un pezzo brioso e scanzonato, nel quale il cantante non ha nessuna intenzione di prendersi troppo sul serio.

Ben altro tenore e livello di profondità è riservato a quella che di fatto costituisce la trilogia dei rifugiati: tre canzoni – American soul, Summer of love e Red flag day – che rappresentano il blocco dei pezzi più politici e attuali del disco, una terzina di brani messi di seguito uno dietro all’altro come se formassero un unico nucleo narrativo grazie al quale gli U2 dicono la loro su alcuni aspetti del mondo attuale che li preoccupano alquanto. American soul, introdotta dal rapper Kendrich Lamar, critica l’avvento di Trump alla Casa Bianca e – ricoprendo il ruolo che aveva In God’s country trent’anni fa su The Joshua Tree – descrive l’eterna contrapposizione americana vista da Bono; il leader irlandese incita quindi gli americani a recuperare la propria identità originaria di popolo accogliente, aperto e fondato secoli fa proprio da migranti europei in cerca di fortuna, mentre oggi, al contrario, rifiuta di accogliere chi vi cerca nuovamente rifugio: “For refugees like you and me, a country to receives us, will you be my sanctuary… refuJesus…”. Summer of love è allo stesso tempo un canto di sofferenza e speranza che sposta l’attenzione sul dramma della guerra siriana, raccontando di Aleppo e di una stagione estiva sinonimo di pace e tranquillità che in realtà non è mai sbocciata a causa della guerra in atto: “I’ve been thinking about the west coast, not the one that everyone knows, in the rubble of Aleppo flowers blooming in the shadows for a summer of love…”; eppure non manca la speranza, perché una rosa sa crescere anche nel cratere di una bomba: “And like a flowers growing in a bomb crater, from nothing a rose it grows…”. A chiudere la terzina c’è Red flag day, altro pezzo dedicato al dramma dei migranti e che nello specifico racconta di una delle innumerevoli traversate in mare compiute da chi non ha più nulla da perdere; la paura di morire viene superata dalla voglia di rincorrere quella bandiera rossa, simbolo di libertà e della possibilità di rifarsi una vita al di là del mare: “I, I can feel your body shaking, I, I will meet you where the waves are breaking… Not even news today, so many lost in the sea last night, but one word that sea can’t say is no…”. Il brano è tra i pezzi più rock del disco, con suoni che rimandano ad atmosfere anni ’80 e strizzano più di un’occhiata a hits del calibro di Sunday bloody Sunday. Sempre di tempi oscuri parla The blackout, brano dalle tinte quasi dark nel quale come in un gioco di opposizione fra luci e ombre emergono molte delle angosce legate all’attualità politica e al futuro che lasceremo ai posteri, temi che attanagliano da un po’ l’animo di Bono; gli arrangiamenti richiamano da vicino l’epoca Acthung baby e brani come Even better than the real thing, non a caso un altro disco che segnò un momento decisivo nella storia degli U2, con il passaggio dal sound degli esordi (l’età dell’innocenza) a quello nuovo e per certi versi sbalorditivo degli anni ’90 e 2000 (l’età dell’esperienza).

Per fortuna, come contraltare a tanta paura, morte e distruzione, ecco l’altro tema fondamentale di Songs of Experience, ovvero l’amore per le persone più care, siano esse l’amata moglie Ali o i figli che giorno dopo giorno crescono sempre di più. A loro Bono rivolge le parole più belle di tutto il disco, quelle che veramente valgono come monito da portare con sé in questa avventura chiamata età dell’esperienza. Alla moglie Ali dedica il primo singolo You’re the best thing about me e la bellissima ballata Landlady; ai pargoli non più pargoli rivolge Get out of your own way e la stratosferica Love is bigger than anything in its way.

Primo singolo del disco, You’re the best thing about me è un brano spensierato che nel sound richiama lo stile dei classici più recenti degli U2; dedicato da Bono alla moglie Ali – una delle poche certezze rimaste al cantante nel delicato passaggio dall’innocenza all’esperienza – il brano è più in generale uno sguardo adulto sul saper riconoscere l’importanza, il ruolo e la grandezza della donna che ti sta accanto da una vita intera. Sempre alla moglie Ali è indirizzata Landlady, una ballata che di fatto è una lettera d’ammirazione per la donna amata: “And when I’m losing ground you know she gives it back to me, she wisperes, don’t do, just be…”; le onde citate nel testo (“Every wave that borke me…”) non fanno altro che rimandare a Every breaking waves, creando l’ennesimo punto di contatto fra Songs of Experience e il precedente Songs of Innocence. Dedicato da Bono alle proprie figlie e più in generale all’universo femminile, Get out of your own way è invece un incitamento a credere nei propri ideali e a lottare per affermare la propria identità in un mondo ancora maschilista, ben consapevole del fatto che per quanto possa sostenerle, è una battaglia che spetta solo a loro: “I can help you but it’s your fight… the promised land is there for those who need it most…”. A suggellare le canzoni con un messaggio più solare e positivo, ecco un altro dei vertici dell’album: Love is bigger than anything in its way. Ballata pop nel senso più alto del termine, è la seconda dedica fatta ai figli, con tanto di raccomandazione paterna di non perdere mai di vista l’amore, unica ancora di salvezza per tutta la vita futura: “If I could, I wolud come too, but the path is made by you, as you’re walking, start singing and stop talking… Oh, if I colud hear myself when I say oh, love is bigger than anything in its way…”.

Contro la perdita dell’Innocenza non c’è nulla da fare, è un dato ineluttabile e oggettivo per tutti, così come non pare esserci antidoto ai mali e agli aspetti più difficili che caratterizzano l’età dell’Esperienza: è questo il concetto alla base della conclusiva e definitiva 13 (there is a light), il vero testamento spirituale di Bono a margine di tutte le dissertazioni fatte fin qui su vita, morte, paura, amore e affetti. In una lettera aperta che riprende Song for someone ribaltandone però il significato, Bono mette in guardia per quanto possibile i figli le giovani generazioni sull’inevitabile perdita dell’innocenza che prima o poi arriverà per tutti, con una riflessione amara di un adulto che ormai è cresciuto da un po’: “Guard your innocence from hallucination and know that darkness always gathers around the light…”. Tuttavia se c’è ancora una piccola luce che resta accesa – ovvero la forza data da familiari, figli, amici o compagni di band – allora non dobbiamo lasciarla spegnersi, perché sarà proprio questa fiammella a guidarci giorno dopo giorno nell’età adulta dell’Esperienza: “if there is a light, don’t let it go out…”.

Matteo Manente

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