Radio Flâneur: “The Monsanto Years” di Neil Young.
Quando la musica si fa accusa

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LECCO – Star dietro ai ritmi delle pubblicazioni di Neil Young negli ultimi anni sta diventando complicato: dopo il deludente A letter home e il più convincente Storytone – entrambi editi nel 2014, a pochi mesi distanza l’uno dall’altro – il cantautore canadese è uscito a fine giugno 2015 con il terzo album nuovo in due anni: The Monsanto Years. Dei tre dischi citati, quest’ultimo è senza dubbio quello con più carne al fuoco, un album senza compromessi com’è nello stile di Young e che, come suggerisce il titolo, si scaglia apertamente contro la Monsanto, una delle maggiori multinazionali nel campo delle biotecnologie agrarie. A onor del vero, il filone delle invettive ecologiste e ambientaliste non è mai mancato nelle canzoni del rocker americano, già autore di brani come Mother Earth o della più recente Who’s gonna stand up (and save the Earth)?, che ancora inedita concludeva gli show del 2014 insieme ai Crazy Horse e che ha fatto da perfetto trait d’union con questo nuovo lavoro. Niente di nuovo, quindi? Non proprio.

neil-young-the-monsanto-yearsArrivato a nemmeno un anno di distanza dall’ultima apparizione discografica, The Monsanto Years dimostra che Young, classe 1945, non sembra assolutamente stanco e tanto meno a corto d’idee da tradurre in musica. E che musica: il nuovo disco – inciso per l’occasione con i Promise of the Real, band losangelina guidata dai figli di Willie Nelson – suona come uno schiaffo in faccia alla Monsanto e a tutte quelle multinazionali che, favorevoli agli OGM, guardano più ai propri interessi e bilanci che alla salute e alla naturalezza dei prodotti. Un album di rock sferzante, che trasuda di un’urgenza quasi punk nel messaggio, con brani che per furore evocano certe composizioni realizzate nei primi anni di carriera da Young con i Crazy Horse: l’iniziale A new day for love, People want to hear about love e Workin’ man vanno proprio in questa direzione, così come la cavalcata di oltre otto minuti di Big Box, senza dubbio tra i brani meglio riusciti del disco. Quasi a controbilanciate tutta questa urgenza e cattiveria musicale, nell’album non mancano alcuni passaggi più acustici, in cui gli amplificatori si placano, le chitarre acustiche tornano protagoniste e l’armonica magica quanto la voce di “Old Neil” torna a squarciare i solchi di tracce come la splendida Wolf moon, che non per niente suona dalle parti di Harvest moon e altri brani simili.

The Monsanto Years riporta Neil Young sulle barricate – ammesso che ne fosse mai sceso – toccando alcuni dei temi sociali e politici più cari all’autore canadese; musicalmente, siamo dalle parti di dischi come Mirror Ball (1995) – quando ad accompagnare Young erano niente meno che i Pearl Jam – o del più recente e altrettanto polemico Living with war (2006), suonato a pieni decibel coi Crazy Horse e apertamente critico contro l’allora amministrazione Bush e la guerra in Iraq. Neil Young non è mai stato uno che le mandava a dire e anche questa volta ha posto la sua musica a servizio di una causa nobile e al tempo stesso quasi insormontabile, accettando il rischio ben calcolato e puntualmente verificatosi di cadere in facili slogan e liriche eccessivamente pedisseque: anche per un mostro sacro del songwriting d’oltreoceano, infatti, il rischio era dietro l’angolo ed effettivamente qualche scivolone in questo senso c’è stato: la  dimostrazione sta nel ritornello della titletrack Monsanto Years o nel fischiettare allegro che permea A rock star bucks a coffe shop, brano che dietro un’apparente allegria cela invece una critica alla famosa catena americana di caffetteria, scandendo versi come se fossero slogan da manifestazione. Tuttavia, proprio per il carattere anarchico del rocker canadese, o si accetta così com’è, gli si perdonano gli scivoloni e lo si ama in toto, oppure gli si gira alla larga… non esistono mezze misure nell’approccio alla musica di Neil Young e questo The Monsanto Years ne è l’ennesima dimostrazione. 

Ad ogni caso quella di Neil Young e del suo nuovo album è un’entrata a gamba tesa, un atto d’accusa formale, forte e senza mezzi termini contro una delle principali multinazionali dell’agroalimentare, una critica che arriva forse non a caso nell’anno dell’Expo dedicato proprio al tema del cibo e del nutrimento del pianeta Terra. Ma al di là della coincidenza con l’esposizione universale di Milano, il nuovo lavoro di Neil Young non ha mancato di suscitare polemiche anche in America, ben prima della sua uscita sul mercato: a un post apparso sulla pagina Facebook del rocker canadese in cui sosteneva che «gli anni della Monsanto sono qui e noi li stiamo vivendo, la Monsanto è l’emblema assoluto di ciò che è sbagliato nel governo mondiale delle multinazionali», era seguita la replica piccata della stessa multinazionale, segno che il rocker  era andato a toccare un argomento sensibile e dei nervi evidentemente scoperti.

neil youngTutto questo caos mediatico genera quindi un paio di considerazioni finali. #1: quando la musica, e l’arte in genere, sanno ancora causare reazioni di questo tipo, con levate di scudi generali e tam tam mediatico, significa che quell’album o quell’opera artistica dovevano essere realizzati. Un plauso dunque, l’ennesimo, a un artista che ha deciso di dar voce tramite le sue canzoni a un argomento che altrimenti difficilmente sarebbe balzato agli onori delle cronache o anche solo all’interno di un disco rock. #2: se oltre alla lodevole opera di mobilitazione dell’opinione pubblica – con tutti i rischi artistici detti – l’operazione comprende anche la possibilità di ascoltare della grande musica, allora il plauso è doppio: The Monsanto Years risponde appieno a tutti e due i requisiti e per questo è promosso a pieni voti come uno dei migliori lavori dell’ultimo Neil Young, consapevoli che il “cavallo pazzo” originario del Canada potrebbe riservarci più presto di quanto pensiamo tante altre interessanti e insospettabili sorprese!

Matteo Manente

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