ARCHIVIO – Al Teatro della Società va in scena “Io sono Dio e non voglio guarire”, dell’Accademia della Follia di Trieste

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io-sono-dioLECCO – «Se il disagio sociale è denuncia di una vita impossibile, il teatro è un progetto anticorpo, diventa allusione ad una vita altra, dove altri sono i rapporti fra gli uomini». È da questa idea che nel 1992 prende vita un progetto dal nome esplicativo: Accademia della Follia, luogo in cui «il matto – così lo chiamano – può diventare un talento artistico», sempre che si crei l’opportunità di esplorare e di mettere in scena maschere diverse da quella di malato. E dal ’92 a oggi di strada se n’è fatta: un’idea nata in una città simbolo come Trieste e che passo dopo passo ha visto la produzione di una serie di spettacoli pensati per mostrare la follia sotto una luce diversa da quella della malattia. Tra questi la pièce che sabato 5 novembre (dalle 21) andrà in scena al Teatro della Società di Lecco: un nuovo appuntamento con La cultura per il Sociale, rassegna promossa dal Comune di Lecco con l’intento di portare sul palco tematiche di interesse sociale, dalla disabilità al gioco d’azzardo. A volere in città Io sono Dio e non voglio guarire – questo il titolo dello spettacolo dell’Accademia della Follia – è stato il Forum salute mentale di Lecco, promotore di un appuntamento che vedrà in scena la compagnia formata e diretta da Claudio Misculin.

volantino-orizzontale-io-sono-dio-e-non-voglio-guarire-defAmbientata negli anni Ottanta, all’indomani dell’approvazione della legge Basaglia e della chiusura del regime di segregazione manicomiale, arricchita da musica, balli e acrobazie la commedia mette in scena la quotidianità di alcuni utenti di un centro di salute mentale e il relativo staff, le dinamiche che vi trovano spazio, l’ingiusta associazione tra follia e malattia da guarire. Una critica, quindi, all’approccio ancora oggi diffuso tra gli operatori del settore, portata in scena da un gruppo teatrale che raccoglie l’eredità di un esperimento precedente: il Velemir teatro, nato nell’83.

«Il teatro me lo vedo – così lo stesso Misculin – forte di stomaco e con tutti i denti in bocca, correre nelle strade, nelle vene della gente, organo vitale di un corpo sociale sano. E non rantolare a mezzo proscenio e sussurrare la propria fine sporcando le parole di Shakespeare. Perché l’umanità ha ancora bisogno di cento, mille palcoscenici per far capire che diversità, malattia, solitudine, poesia, non appartengono solo a categorie specifiche di persone, ma sono patrimonio di tutti. Perché chi vive in situazioni di disagio si possa ora porre e un giorno opporre all’incedere di quella violenza materiale, culturale e politica che in ogni tempo, anche oggi, in ogni luogo, anche qui, ancora nega i diritti fondamentali. Perché, dal di dentro, noi sì, noi lo sappiamo: la follia appartiene alla normalità, non ne è affatto la negazione».

Lo spettacolo è a ingresso libero fino a esaurimento posti. Si ricorda che il teatro apre alle 20.30. 

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