“Apologia, processo a Socrate”:
dalla scrittura di Platone all’oralità di Christian Poggioni. La recensione

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di Giuseppe Leone

LECCO – Intrigante e coinvolgente Apologia di Socrate quella diretta e interpretata da Christian Poggioni la sera del 22 febbraio nell’aula magna del liceo classico Manzoni di Lecco, su proposta della delegazione cittadina dell’Associazione italiana di cultura classica, davanti a un pubblico accorso numeroso, per la soddisfazione della presidente Butti Garimberti che, qualche istante prima dell’inizio dello spettacolo, lo ha esplicitamente ringraziato, marcandone a suo merito, certo la curiosità di sapere, ma anche la sfida all’inclemenza del tempo.

L’evento, cui fa riferimento l’Apologia, è l’autodifesa che Socrate, accusato di essere empio e di corrompere i giovani, pronunciò, prima di essere condannato a morte, davanti ai giudici di Atene nel 399 a.C.. Un’autodifesa che Poggioni ha sapientemente trasferito dal silenzio del dialogo platonico alle sonorità della sua arte orale, ora stentoree e squillanti, ora tenui e basse, permettendo, così, all’ironia e alla maieutica del filosofo di  dissacrare la vuota solennità dei giudici e di  smontare la falsa opinione  su “un certo Socrate sapiente, che specula sulle cose celesti e investiga tutte quelle sotterranee e rende più forti le ragioni più deboli”.

Ecco, allora, un’aula magna di un liceo contemporaneo rivivere le tensioni civili dell’aula del tribunale della città greca, grazie allo spirito di alta moralità socratica che, per l’intera rappresentazione, l’attore ha fatto aleggiare sulle teste dei 500 giudici della polis che, “nello spettacolo, prendono simbolicamente vita grazie alla presenza del pubblico stesso”, spesso chiamato in causa dalle sue parole non meno attuali e provocatorie, come al tempo del processo; e, più in generale, sul nostro presente e sul futuro, evocato dallo stesso attore alla fine della sua prova, parafrasando un’affermazione di Giuseppe Pontiggia che definiva i classici attuali soprattutto presso i posteri.

poggioniUna ragione in più per giustificare una scenografia senza tempo, essenziale però, nel senso che pochi oggetti, come una piccola bilancia, due capitelli, dei mattoni e Socrate stesso vestito con abiti comuni, sono bastati all’attore per ridurre il tutto a metafora e simbolo di una  condizione che vuole l’umanità eternamente divisa fra chi congiura per far trionfare la menzogna e chi si difende, come Socrate, per ricercare la verità.

Una bellissima performance, insomma, autentica, per giunta senza forzature ideologiche, immaginata a metà strada fra teatro antico e moderno, grazie a una comunicazione immediata quale è venuta a crearsi fra un attore estroverso e generoso qual è Christian Poggioni  e un pubblico che è stato al gioco, fino a rappresentare simbolicamente gli accusatori del maestro.

Fino al tributo finale di applausi scroscianti a un attore per una sera nelle vesti di Socrate, la cui genialità egli ha saputo restituire non tanto a Platone, al cui testo è stato pure fedelissimo, quanto al giudizio dell’oracolo di Apollo che lo aveva ritenuto il più sapiente degli uomini, non per ciò che il filosofo conosceva, ma per quello che riconosceva di non sapere.

Giuseppe Leone

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