“Bella Ciao”: un potente affresco di un passato che ritorna
Recensione del concerto al Teatro della Società

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LECCO – Uno spettacolo potente e commovente, ma allo stesso tempo piacevole e soprattutto di elevata qualità artistica, in grado di coinvolgere emotivamente e a tratti stregare il pubblico del Teatro della Società di Lecco. Stiamo parlando di Bella Ciao, il concerto andato in scena nella serata di venerdì 20 maggio presso il teatro lecchese e che ha visto alcuni dei più importanti esponenti della musica popolare, etnica e politica contemporanea italiana riproporre il celebre spettacolo del 1964, tenutosi al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Un concerto, quest’ultimo, che tante polemiche aveva suscitato a causa delle tematiche delle canzoni, ma che aveva anche lanciato il revival folk in Italia.

Dalle canzoni di lavoro come Bella Ciao (mondina) o Povere Filandiere a quelle più politiche, come la bellissima versione de La Lega e la struggente Addio Lugano Bella, da brani tradizionali che trattano temi religiosi a quelli che parlano di emigrazione e di argomenti più scanzonati. Questi i pezzi proposti dallo spettacolo e che il pubblico ha piano piano metabolizzato: inizialmente forse un po’ diffidenti, gli spettatori sono in seguito rimasti senza parole, come in un silenzio stupito, sino all’ovazione finale.

bella ciao1E proprio qui sta il fatto più sorprendente della serata: perché un pubblico composto in maggioranza da under 40 ha apprezzato così tanto canzoni che descrivono un’Italia sconosciuta, un mondo popolato da mondine, carbonari e filandiere? Le ragioni ci sono. La prima è senza ombra di dubbio la qualità degli interpreti e l’efficace lavoro di riarrangiamento dei pezzi fatto da Riccardo Tesi, anima dello spettacolo insieme al direttore artistico che lo ha scelto, Franco Fabbri. Tesi ha infatti preso la scaletta del 1964 e l’ha riproposta integralmente, modificandone però gli arrangiamenti. Si è passati dalle schitarrate tipiche della versione originale, più vicine al folk americano (allora di moda) che alla musica popolare italiana, all’organetto di Tesi, unito alla chitarra di Andrea Salvadori, alle più che convincenti percussioni di Gigi Biolcati e alla chitarra (e voce) di uno dei pochi cantanti politici italiani, ossia Alessio Lega. Ma il vero fiore all’occhiello della formazione messa in piedi da Fabbri è stato il tris di voci femminili che raramente si ha la fortuna di vedere sullo stesso palco.  Lucilla Galeazzi, Elena Ledda e Ginevra Di Marco si sono infatti rivelate a dir poco perfette. Difficile provare a stabilire chi sia stata la migliore tra loro: ognuna con le sue caratteristiche ha regalato momenti veramente intensi ed emozionanti. Galeazzi con la sua espressività quasi teatrale oltre all’indiscussa capacità vocale, Ledda con un’incredibile intensità e profondità e Di Marco con la sua tecnica e versatilità.

Tanti i momenti del concerto da ricordare, primo fra tutti l’esecuzione da brividi di Elena Ledda di No Mi Giamedas Maria, canzone religiosa sarda che parla della Passione e in particolare del dolore di Maria. Quasi nessuno in sala ha capito le parole in sardo, ma l’esecuzione di Ledda è stata di una tale intensità spirituale da rendere difficile trattenere la commozione. Altro momento da ricordare l’esecuzione di La Lega con una soluzione di arrangiamento più moderna e accattivante, che ha dato maggiore forza a una canzone di protesta tra le più conosciute e amate. E ancora Mia mama a vol ch’j fila, con Biolcati in un one man show voce e body percussion, Tutti Mi Dicon Maremma, grande classico della tradizione popolare toscana fatto rivivere da Ginevra Di Marco in una performance che nulla ha da invidiare all’esecuzione della grande Caterina Bueno, la divertente Sant’Antonio nel Deserto con un’interpretazione scherzosa e ironica di Lucilla Galeazzi, la quale ha anche cantato O Gorizia, canzone che più di altre diede scandalo del 1964. E come non ricordare il gran finale, durante i bis, di Bella Ciao con un Teatro della Società che entusiasta ha cantato e battuto le mani a tempo?

Bella ciaoGrande performance e grande qualità, quindi. Solo questo? Tornando alla domanda iniziale del perché lo spettacolo possa aver avuto questa risposta positiva, verrebbe da dire che forse quel mondo non è poi così diverso da quello di oggi. Ciò che i nostri bisnonni e le nostre bisnonne cantavano e chiedevano nelle risaie, nei campi e nelle fabbriche non sono gli stessi diritti che ora vorrebbero gli immigrati nei campi di pomodori, o i giovani precari? Rimane, certo, una grande differenza: allora c’era e stava nascendo un senso di appartenenza più forte, una comunanza di intenti che pare scomparire nella società liquida attuale, dove sempre più spesso non esiste solidarietà, dove poveri e deboli combattono contro altri poveri e altri deboli in una gara al ribasso inimmaginabile solo vent’anni fa. Storie che sembravano dimenticate e anacronistiche, oggi paiono tornare reali, in una sorta di passato che ritorna. Un insegnamento, quello che mette la solidarietà al primo posto, che può farsi ottimo antidoto contro quell’egoismo fatto di muri e filo spinato che l’Europa dei nazionalismi (altro terribile passato che ritorna) ci propone. E se a farcelo capire è un bellissimo concerto tanto meglio.

Daniele Frisco

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