In “African Requiem” un’Ilaria Alpi tra fumo, odori e suoni di Mogadiscio

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di Pietro Radoicovich

LECCO – Il fumo che aleggia sul palcoscenico apre la scena di African Requiem e precipita immediatamente lo spettatore in quel 20 marzo del 1994, a Mogadiscio, pochi istanti dopo l’attentato in cui persero la vita la reporter Ilaria Alpi e il cameraman Miran Hrovatin. Tutto attorno un’atmosfera scura e decadente, una scenografia composta quasi esclusivamente da barili arrugginiti. Da qui, da questa immagine drammatica e fortemente evocativa prende le mosse lo spettacolo andato in scena sul palco del Teatro della Società sabato 24 gennaio, conclusione della pluriennale ricerca artistica del giovane regista e sceneggiatore Stefano Massini, realizzato ad hoc nel ventennale dalla tragedia. È allora importante ricordare fin dall’inizio il crudo dato di cronaca, che è poi quello che conosciamo tutti, il momento che si fissa nella coscienza popolare, che crea il mito, l’eroe. Tuttavia, sebbene questo incipit mostri quanto sia necessario commemorare i fatti di sangue di allora, African requiem ci propone una lettura diversa, meno pomposa delle celebrazioni ufficiali e delle dichiarazioni vuote delle autorità, che dopo tanti anni ancora non hanno messo in luce gli aspetti più torbidi di questa vicenda.

African Requiem (2)Ilaria si rialza pochi secondi dopo essere stata massacrata e comincia a raccontarci la sua versione in prima persona, il racconto dei suoi ultimi tre giorni di vita. E lo fa con una naturalezza spiazzante. L’interpretazione della Ragonese ci riporta l’immagine di una giovane donna dedita al proprio lavoro, di una giornalista intrepida e graffiante, che insegue una verità scomoda, senza sfoggio di eroismi. Ilaria fa quello che dovrebbe fare ogni giornalista: raccontare i problemi della gente, e così percorre le strade polverose della Somalia per cercare di capire per quale motivo la gente muore, non semplicemente riportare il numero delle vittime. Ilaria resta lontana dagli altarini della politica e dalle proclamazioni dei compatrioti che si nascondono dietro la cosiddetta cooperazione, in nome della quale si costruisce l’Ospedale Italia, e per la quale i funzionari italiani lamentano la mancanza di tanti soldi, tanti zeri.

Eppure gli zeri ci sono, e la giornalista lo scoprirà durante il suo viaggio, che è anche il nostro viaggio. I soldi ci sono, e tanti, ma finiscono in un altro tipo di cooperazione: quella del traffico di armi, che vengono cedute ai somali assieme a bidoni di rifiuti tossici che vengono scaricati in mare, causando il disastro ecologico e umanitario. E qui la Ragonese diventa incisiva, ripetendo come un mantra una cifra enorme: 14 più undici zeri. 14 miliardi di lire, a tanto ammonta la speculazione. A questa rivelazione arriviamo attraverso un racconto semplice, quasi umile, che vuole partire proprio dall’esperienza reale e pratica della giornalista, a partire, come vuole il sottotitolo dello spettacolo, dagli appunti di fine giornata.

Ilaria beve il tè in un bar di Mogadiscio, donna italiana in mezzo ai somali, e rifiuta l’offerta dei compatrioti di fornirle una scorta, ben sapendo che proprio tra loro si nasconde il marciume. Invece si organizza da sola, creandosi i propri spazi, cerca un autista ed è disposta a contrattare il prezzo. Non vuole un professionista, ma che sia armato, solo armato. Nour Aden non fa la guardia di mestiere, ma sa sparare, «come se a Mogadiscio ci fosse qualcuno che non sa sparare». Ma se non è un professionista, allora chi gli darà le armi?

African requiem porta in scena l’orribile realtà somala di quegli anni, ma lo fa a partire dalla quotidianità, e dalla trasposizione delle sensazioni e delle percezioni, anche fisiche, della giornalista, che diventano un aspetto fondamentale nell’economia della rappresentazione. La forte suggestione sensoriale del fumo che accoglie lo spettatore fin dal primo momento rende la cifra di uno spettacolo che vuole raccontare attraverso gli odori, i suoni, le luci, che vuole coinvolgere il pubblico, trascinarlo in un vortice di percezioni quasi tattili. E proprio gli odori, i fumi e i profumi, la puzza di bruciato, torneranno più volte durante il racconto di Ilaria, come uno degli elementi più pregnanti di questo viaggio nella Somalia deturpata. Il puzzo di smog misto a spezie delle strade polverose di Mogadiscio è quello che vogliono nascondere con lo smisurato utilizzo di profumo gli italiani d’Africa, eredi di un’antica e brutale colonizzazione, italiani che guardano a Roma, distante più di settemila chilometri, come alla propria patria lontana e perduta. Il fumo è anche quello dei villaggi che bruciano, con i civili trucidati per rappresaglia, da una guerra che si combatte tutti contro tutti, ma tutti con le armi che vengono dall’Europa. La scena in cui Ilaria si viene a trovare, quasi per caso, in questa realtà raccapricciante, è sicuramente una delle più toccanti. Alle immagini vivide raccontate a voce si accompagna una musica lenta, lancinante, che improvvisamente si ammutolisce in un silenzio insopportabile, rotto solo dal volo insicuro delle mosche. E le mosche si sentono davvero, l’effetto sonoro è così realistico, che sembra di essere in mezzo alla carne putrida e alla cenere.

African Requiem (4)I brani musicali originali di Enrico Fink, eseguiti dal vivo da Luca Baldini, Massimo Ferri ed Enrico Zoi, sono studiati su melodie africane e costituiscono un elemento imprescindibile della narrazione della Ragonese. Esse ricreano quell’atmosfera esotica che immerge lo spettatore nell’affresco sensoriale dell’Africa di Ilaria Alpi, ancora una volta confermando uno spettacolo molto fisico, in cui le suggestioni sonore si mescolano con le immagini e gli odori penetranti. Anche le parole diventano quasi materiali, e rincorrono il ritmo, talvolta battuto sui bidoni rugginosi. Il testo, ricco di espressioni colorite, riflette uno stile vario, capace allo stesso tempo di parlare vita vissuta e di raccontare la ricerca della giornalista, ma anche di riportarci la tragedia di un popolo tradito. La molteplicità delle suggestioni narrative è data anche dallo sdoppiamento delle parole di Ilaria fra la recitazione della Ragonese e di Luisa Cattaneo, intrecciate con sequenze video che riproducono le interviste registrate dalla reporter e che per l’occasione hanno il volto, o – meglio – la bocca, di Gioele Dix e Gianmarco Tognazzi.

La forza della narrazione allora non si risolve in una mera riproposizione documentaristica degli eventi, anzi, proprio nella capacità di mischiare gli aspetti fonici, visivi e olfattivi, restituisce uno spettacolo di alto teatro. Perché in uno spettacolo/commemorazione come African requiem è facile cadere nel tranello di nascondersi dietro a un certo teatro civile, in cui il valore artistico non è messo al primo posto, come dice la Ragonese «per la serie lo-spettacolo-è-brutto-ma-siccome-tratta-una-giusta-causa-diciamo-che-ci-piace». Invece proprio perché si tratta di un argomento importante, che compete le coscienze di tutti gli italiani, è giusto proporre una rappresentazione di valore. Ancora una volta lontana dalle celebrazioni sterili e ipocrite per il mantenimento dello status quo.

African Requiem (1)Isabella Ragonese, palermitana di nascita, ha ancora addosso il nefasto ricordo del fragore dell’esplosione dell’attentato a Borsellino, e forse anche per questo si presta magnificamente a vestire i panni di una donna assassinata per le sue idee. Una giornalista che, come il compianto magistrato, non cercava la fama e il compromesso, credeva piuttosto nella dura ricerca della verità, come sottolinea ancora una volta la Ragonese, «una ragazza di un’Italia virtuosa che non vogliamo si perda mai».

Pietro Radoicovich

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