Le lettere alla signora Merlin in teatro tra storia ed evocazione. La recensione dello spettacolo “Legge 75 – Cara signora Merlin”

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di Giuseppe Leone

LECCO – Debutto positivo per lo spettacolo teatrale Legge 75 – Cara signora Merlin, scritto e diretto da Daniele Cauduro e messo in scena dagli attori della Compagnia del Lago, lo scorso 8 aprile nella Sala Teatro Ticozzi di Lecco, nell’ambito della rassegna  Teatro tra natura e cultura, nata dalla collaborazione tra la Compagnia del Lago e l’ente Parco Monte Barro.

merlin1Un atto unico di amara e incandescente materia ispirato a una raccolta epistolare pubblicata con il titolo: Cara senatrice Merlin: lettere dalle case chiuse, quelle che le “signorine” inviarono alla senatrice poco prima che venisse promulgata la tanto controversa legge 75 del 1958; e che ora vengono fatte rivivere sulla scena da Giacomo Manara (Alessandro Ravagnati), reporter, attraverso immagini e ricordi quali affiorano da una sua intervista ad Alma (Elisabetta Rigamonti), un’ex tenutaria in pensione, “malata e stanca”.

Accanto a lui, unico uomo sulla scena, Elisabetta Molteni (Paloma),  Stefania Valsecchi (Salomè) e Alice Pavan (Fidalma) non si sono risparmiate, dando vita a una generosa interpretazione fatta anche di fisicità e bellezza, oltre che di intensità drammatica. Tre donne che, nell’imminenza della chiusura delle case di tolleranza, si guardano, per la prima volta, dentro la propria anima, in un andirivieni di stati d’animo contrastanti e contraddittori che, ora, le fanno inveire contro la senatrice, ora, le mettono d’accordo con la sua decisione, ma sempre con un fondo di acre dolore.

merlin2Ecco Paloma, aspirante tenutaria, che, temendo per la sua “carriera”, risulta particolarmente polemica nei confronti della Merlin;  Salomè, che sente ora più cocente il  tradimento dell’uomo che un giorno l’aveva portata lì con la promessa di sposarla; e Fidalma, che sembra accorgersene solo ora dell’orribile realtà di quella casa dove un giorno, giovane e bella, era entrata per gioco e leggerezza..

Convincente la regia di Cauduro, che dirige lasciandosi guidare senz’altro pregiudizio ideologico che la testimonianza di quelle lettere, che usa come grimaldello per aprire quel mondo, giunto ora al suo tramonto, accompagnato dalle urla disperate di queste donne – a detta del regista – “fragili, dure, arrese, impaurite ma soprattutto oneste”, come, fragile, duro, arreso, impaurito e onesto, alla fine, risulterà pure il reporter, al solo sentire che quella donna da lui intervistata,  ha avuto, un tempo, un figlio di nome Giacomo. Un finale a sorpresa, che chiudendo un dramma finisce per aprire  un altro: quello dei figli nobili-plebei. Ma questa è un’altra storia.

Doveroso aggiungere un apprezzamento particolare per la scenografia, essenziale e ben aderente – tre porte in un interno e uno specchio – di Rita Minniti, debitamente rispettosa di un testo che così tanto ha puntato sull’introspezione.

Alla fine, applausi per tutti, per questa “Prima” che, come da tradizione, ha devoluto parte del ricavato alle Opere di Medici Senza Frontiere.

                                                                                               Giuseppe Leone

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