Marco Paolini a “L’ultima luna”. Nel suo “Numero primo” un futuro non lontano, tra tecnologia che ingloba e umanità da preservare

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MONTICELLO BRIANZA – Un uomo. Nonostante la tecnologia sempre più invadente, rapido sostituto di una natura che pare indietreggiare e lasciare spazio a grandi fabbriche di neve artificiale, a concepimenti che sono contratti notarili, ad animali stampati in 3d. Ettore è ancora, a 5000 giorni da oggi, un uomo, con le sue paure, i suoi sentimenti. Numero primo, lo spettacolo in forma di studio che Marco Paolini ha portato in scena sabato 3 settembre nel parco di Villa Greppi, a Monticello Brianza, narra di un futuro non troppo lontano, mette insieme, in una forma ancora da definire, pezzi di un’Italia che sarà, flash disordinati di un avvenire che, a pensarci, lascia inquieti. Un contesto che è sempre quello del nord-est, caro al narratore veneto, ma traslato in avanti di più di una decina di anni rispetto ad oggi.

Paolini Villa Greppi1

@ Deborah Restuccia

Sul palco allestito nel parco della Villa, Paolini racconta in quel modo che da sempre lo contraddistingue e tramite le parole dà forma alle immagini, alle scene. Pare di vederlo, Numero Primo, il nuovo bambino, quello che prende il posto del piccolo Nicola, già protagonista dei famosi Album dell’attore. Parla un italiano non perfetto, accetta un destino che pare duro, difficile: ceduto dalla madre morente a un uomo conosciuto su Internet, impara subito a chiamare quell’uomo papà e, nel farlo, gli cambia la vita. E per amore di una donna mai incontrata, ecco che Ettore diviene padre naturale per atto notarile e senza alcun atto sessuale, sceglie di occuparsi di un bimbo di cinque anni, di sfamarlo e mandarlo a scuola, di comprargli una capra su Amazon e di farlo giocare sulla neve artificiale prodotta nella grande fabbrica di Porto Marghera.

Paolini Villa Greppi2

@ Deborah Restuccia

La tecnologia ci addomestica, non capiamo sino in fondo cos’è ma ne facciamo parte, all’inizio è sempre lontana, difficile, poi prende tutto, ci rende costantemente connessi. E questo, da attore, Paolini lo sa bene, spettatore sul palco di continui e strani fuochi fatui - così li chiama – tra il pubblico, di improvvisi bagliori che illuminano di verde, o azzurro, i volti di chi ha davanti.

Paolini racconta, prosegue nel suo monologo, costruisce nelle nostre menti luoghi e personaggi: pur con qualche sbavatura, segno di un lavoro che è ancora in divenire e che deve essere messo a punto, procede nella narrazione, lascia intuire un epilogo prima inimmaginato, solleva dubbi. Che la tecnologia abbia davvero preso tutto in questa storia, persino chi sembrerebbe essere umano? Chi sono, in realtà, quella donna conosciuta in rete e suo figlio?

Uno scenario da fantascienza, drammatico ma insieme, così ci è parso, di speranza. Perché Ettore rimane un uomo che non si tira indietro, che gioca la sua partita sino in fondo, a costo di soffrire. Ama e piange, accoglie e perde, e in lui vediamo ancora, 5000 giorni da oggi, i tratti di un’umanità che parrebbe – nel racconto – poter scomparire.

Valentina Sala

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