Sabina Guzzanti a doppia velocità. La recensione di “Come ne venimmo fuori”

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LECCO – Sabina Guzzanti è un personaggio impegnativo, ingombrante e controverso. Piace o non piace, si ama o si odia. Difficile trovare un compromesso, delle sfumature, sia nello scontro tra ammiratori e detrattori, sia nelle prese di posizione pubbliche dell’attrice, sempre forti e decise. E poche sfumature caratterizzano anche il suo ultimo spettacolo, Come ne venimmo fuori, andato in scena venerdì 11 dicembre al Teatro della Società di Lecco. Per la prima volta davanti al pubblico lecchese, l’attrice ha portato in scena la sua visione del mondo, nella quale individua chiaramente un nemico da attaccare. Si tratta del neoliberismo, causa di crisi e guerre, capace di trasformare l’umanità in un esercito di automi imbambolati dai social network. Automi convinti da poteri forti e invisibili alle masse di vivere nel migliore dei mondi possibili o, meglio, in un mondo con uno stile di vita e un’ideologia politica a cui non ci possono essere alternative, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Una requisitoria, questa, fatta utilizzando l’espediente dello sguardo dal futuro.

guzzanti 5Ed è così che l’attrice si presenta sul palco nelle vesti di SabnaQf2, abitante di un futuro idilliaco di fratellanza e prosperità e incaricata di pronunciare il Discorso delle Celebrazioni per ricordare come l’umanità sia uscita dal Secolo di Merda, ossia il periodo storico che va dal 1990 al 2041. Sabna decide quindi di rifuggire dai soliti discorsi celebrativi, scegliendo di indagare, attraverso una ricostruzione storica, le cause che hanno portato l’umanità intera a entrare nel periodo più decadente di tutta la Storia. Un’era in cui i cosiddetti merdolani sono riusciti, accecati da mass media e social network, ad aderire senza nessuna obiezione a un sistema politico chiamato neoliberismo. Uno scenario perfetto, quindi, per l’attrice, che può parlare liberamente e direttamente ai suoi contemporanei, descrivendone manie e assurdità come la folle passione per Facebook e WhatsApp.

guzzanti 1È proprio in questa prima parte dello spettacolo che la Guzzanti parte con un’analisi storica del pensiero liberista dal Seicento fino ai nostri giorni. Una ricostruzione che è, forse, il momento meno convincente dell’intera pièce, dove non mancano approssimazioni e omissioni, soprattutto fino al secondo dopoguerra. Imprecisioni che, tutto sommato, non costituiscono il difetto più grande della prima ora di rappresentazione, anche perché sarebbe errato considerare uno spettacolo di teatro una sorta di trattato di storia del pensiero politico ed economico. Il vero problema è che questa digressione, eccessivamente lunga e dal tono a tratti sentenzioso, sembra rallentare il ritmo dello spettacolo, soprattutto se paragonata alla seconda ora.

È nella seconda parte del monologo, infatti, che l’attrice cambia completamente passo: continuano sì le digressioni storiche, ma sono più spesso intervallate da fulminei sprazzi di satira forte, dura, ma centrata. Sono cambi di ritmo in cui l’attrice dimostra tutto il suo talento nell’alternare registro formale e imitazione satirica. Tutto questo anche grazie alla regia di Giorgio Gallione, che attraverso un sapiente utilizzo delle luci riesce a mettere in risalto la successione tra attimi di riflessione e sketch satirici. Momenti, questi ultimi, nei quali Sabina Guzzanti propone le parodie dei personaggi contemporanei che l’hanno resa celebre: da un esilarante Berlusconi posseduto da un mafioso a Barbara Palombelli, da Emma Marcegaglia a una Lilli Gruber che presta voce e atteggiamenti alla conduttrice del Tg Porco, fino ad arrivare a Maria De Filippi, impegnata in un’improbabile intervista con Dante. Tutti, come sempre, di ottima resa anche se alcuni ormai quasi dimenticati e un po’ fuori tempo.

guzzanti 6Non mancano, poi, altri lampi di genio satirico che colpiscono, soprattutto se si parla di attualità politica. Questo avviene quando la comica spinge sull’acceleratore, forzando fino all’estremo il paradosso e superando abbondantemente i confini del politically correct. Particolarmente pungente, in questo senso, il forte accostamento tra un’Angela Merkel rea di aver fatto piangere una bambina palestinese e un ufficiale delle SS, oppure l’agghiacciante ma azzeccata intervista al rappresentante del sindacato dell’ULA (Unione Lavoratori Aggratis), interessante se si pensa ad alcune ultime uscite del ministro Poletti.

Uno spettacolo, quindi, che rappresenta Sabina Guzzanti con tutti i suoi pregi e i difetti. Un’artista che fa della totale libertà espressiva la sua più grande forza e che per questo genera attesa in un pubblico in cerca di nuovi spunti di riflessione. Pur con dei momenti meno convincenti, anche in quest’ultimo monologo gli spunti non sono mancati.

Daniele Frisco

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