Un bravo Gioele Dix omaggia Franco Parenti
La recensione de “Il malato immaginario” diretto da Shammah

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malato-immaginario-aperturaLECCO  – Sempre al centro della scena. Sempre, o quasi, seduto sulla sua sedia rossa. Intorno a sé i personaggi: le figlie, la moglie, un sempre crescente numero di medici cialtroni e, naturalmente, la servetta Tonina, che tutto sa e tutto gestisce. Gioele Dix è un ottimo, credibile, a tratti divertente, malato immaginario: un personaggio riuscito, ben cucito su un attore che non è, come forse tanti lo ricordano, soltanto un comico, ma che sa essere anche fulcro della scena, sa parlare anche quando tace, sa dare un’impronta sua a un ruolo, quello di Argan, ben noto. Un Argan forse più ironico che calcolatore, più vittima che padre padrone, ma che ci pare sicuramente convincente, buon omaggio allo spettacolo diretto a inizio anni Ottanta dalla stessa regista, Andrée Ruth Shammah. Il malato immaginario del teatro Franco Parenti ha aperto in grande, ne siamo convinti, la stagione di Teatro d’Autore del Teatro della Società di Lecco: uno spettacolo andato in scena mercoledì 16 novembre 2016 e che, accanto a Giole Dix, ha portato sul palcoscenico un’ottima squadra di attori, prima tra tutti la bravissima Anna Della Rosa nel ruolo di Tonina.

dix1Ma colui che più di tutti, forse, si è messo in gioco in questa produzione è proprio lui, Dix: un temuto ma riuscito confronto, il suo, con l’indimenticato Franco Parenti, mattatore della pièce in cui lo stesso Dix aveva la parte di Cleante, l’innamorato della figlia maggiore di Argan. Ora, a più di trent’anni di distanza, Dix sa rendere omaggio a Parenti, sa trovare una sua strada per raccontare la debolezza dell’uomo, le sue paure, la sua incapacità di vedere in modo lucido non solo il proprio corpo, ma anche il mondo esterno, abitato da dottori impreparati e che vogliono preservare un potere quasi mistico, da mogli astute e calcolatrici, da figlie devote ma considerate semplici pedine da muovere nel gioco della vita. Un ossimoro vivente, il nostro Argan di Dix: sano e malato insieme, la corporatura dell’attore non fa che rendere ancora più esplicita un’antitesi profonda, un contrasto tra un corpo robusto, forte, e la convinzione di malattia.

Argan vuole attenzioni, si capisce: è debole e cerca conferme in chi parrebbe poterle dare, si circonda di medici dalle più diverse e precipitose diagnosi. È una fede incondizionata, cieca, talmente devota da fargli ordire un piano per far sposare la figlia proprio a un dottore, benché figura per nulla raccomandabile. Da capofamiglia si agita, si arrabbia, litiga con Tonina, e intorno a lui le trame si infittiscono, i personaggi si parlano, si nascondono. Riuscitissima, a tal proposito, la scenografia di Gian Maurizio Fercioni, la stessa di un tempo: delle quinte nere, trasparenti, dietro le quali i personaggi si muovono, osservano, si riparano, ascoltano. C’è Antonia che si traveste da medico ottantenne; c’è Cleante che attende in silenzio; c’è la figlia Angelica che spera di poter cambiare la volontà del padre.

dix3E lui, Argan, nel mezzo, sempre su quella sedia che pare essere parte di sé: sembra astuto ma è vittima di astuzia altrui, sembra cattivo ma, in fondo, è indifeso, burattino nelle mani di una moglie senza scrupoli e di quei medici che tanto ammira. Dix tace, è centro attorno a cui tutto si muove, ma con la sua figura sa parlare, sa dare ritmo, diverte. E poi Tonina, vero alter ego di Argan: una brillante, incalzante e sarcastica interpretazione di un personaggio che è capace, con la sua intelligenza e furbizia, di risolvere tutto, di ribaltare, infine, le parti della commedia.

Valentina Sala

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