Un Simposio fra Platone e Thomas Mann nella messinscena di Christian Poggioni a Lecco. La recensione dello spettacolo

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di Giuseppe Leone

LECCO – Una magia fra ragioni del testo e senso delle parole a un tempo, questo Simposio di Platone, messo in scena e interpretato da Christian Poggioni la sera del 29 novembre nell’aula magna del liceo Manzoni di Lecco, su proposta della delegazione cittadina dell’Associazione italiana di cultura classica.

A presentare il regista e attore – accompagnato in scena dalla violoncellista Irina Solinas, che ha eseguito musiche di sua composizione – la presidente Marca Mutti Garimberti che ne ha ricordato: del primo, unitamente al diploma in recitazione nel Piccolo Teatro di Milano nel ’99 e un Master in regia nella University of Southern  California di Los Angeles nel 2003,  anche una sua stupenda Apologia di Socrate di alcuni mesi prima in questi  stessi spazi; e della seconda, il diploma al Conservatorio Verdi di Milano, il dottorato in Musica da Camera al Conservatorio di Ferrara, nonché due importanti esibizioni sotto la direzione di Riccardo Muti e Sir Jeffrey Tate.

L’evento cui fa riferimento Il Simposio è una conversazione sull’amore al termine di un banchetto tenuto in  casa del tragediografo Agatone, per festeggiare la sua vittoria in un concorso tragico del 416 a.C.; una conversazione rimasta per molto tempo nella memoria degli ateniesi e di Platone, che la includerà più tardi nei suoi Dialoghi, riportandola, non come avvenne realmente in quella lontana sera, ma come la riferirà, una quindicina d’anni dopo, davanti a suoi amici, Apollodoro, un signore ateniese che l’aveva sentita raccontare, a sua volta, da un certo Aristodemo, presente alla riunione, perché era innamorato di Socrate.

Una magia fra ragioni del testo e senso delle parole, si diceva, che l’attore comasco ha fatto rivivere in settantacinque intensissimi minuti, inizialmente nelle vesti di un Apollodoro dandy  decadente, con abiti rigorosamente bianchi: cappello, mocassini, cappotto, giacca, gilet, camicia, canottiera sciarpa, guanti, calzini e bastone, che diventerà – svestendosi di un indumento  ogni volta  che passa da un discorso all’altro – ora Aristofane, ora Socrate, ora Alcibiade e altri ancora, fino a restituire a quel simposio la moda dell’epoca greca, ma anche i “modi” armonici della scala musicale ellenica, se si aggiunge che l’altra novità della regia, contrariamente a quanto deciso da Platone, è stata la riammissione sulla scena di una musicista, che ha fatto sentire armonie discendenti dalla musica greca antica, eseguite periodicamente a legare i discorsi in una circolarità unificatrice.

Una bella messinscena, insomma, portata avanti con una voce di grande presenza fonica, in un’atmosfera quasi d’incantamento e di sogno, velato di malinconia, come ve n’era tanta nel discorso sull’amore di Aristofane che rimpiangeva il tempo quando uomini e donne vivevano in un solo corpo; o di Socrate, che, per bocca di  Diotima, una donna di Mantinea assente al simposio, sosteneva che l’amore nasce mancante e la mancanza lo fa crescere. Ma la malinconia non era solo  la loro, era anche quella di un regista-attore che ha saputo elevarla al di sopra del simposio stesso e indirizzarla verso Atene, come del resto già Platone ne lasciava intravedere tanta, componendo il dialogo nel 385 a.C.

Chiudono la serata uno scrosciante e prolungato applauso  e una soddisfattissima presidente, che dà l’arrivederci a venerdì 13 dicembre prossimo alle  21, sempre nella stessa sede, per un altro appuntamento che riguarda il celebre dialogo di Platone: I mille volti di Eros. Riflessioni sul Simposio con il commento del filosofo Maurizio Migliori, docente dell’Università di Macerata.

Giuseppe Leone

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