RADIO FLÂNEUR: “Delaltér. Verso un altro altrove” dei Luf. Un concept album su chi viaggia “in direzione ostinata e contraria”

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iLUF – “DELALTÉR. VERSO UN ALTRO ALTROVE”

Un concept album su chi viaggia “in direzione ostinata e contraria”:la maturità artistica dei Luf

Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti” cantava Fabrizio De André per introdurre i disordini del maggio francese nel suo Storia di un impiegato; lo stesso verso si potrebbe utilizzare per condensare in un unico commento il nuovo disco dei Luf: Delaltér. Verso un altro altrove infatti è un concept album che costringe chi lo ascolta a porsi delle domande, a riflettere su quel che accade nel mondo e, alla fine, a sentirsi per forza di cose coinvolto con le storie raccontate. Tutto questo perché sono storie con radici ben piantate nel nostro presente, intrise della drammatica quotidianità dei migranti in fuga ma, più in generale, perché ci pongono di fronte alle vicende di chi nella vita si trova a viaggiare, sia in senso fisico, sia in quello metaforico. Ci si può anche illudere che Lampedusa – immortalata nella struggente Lampecrucis – sia a migliaia di km di distanza da casa nostra, ma il carico di dolore e umanità che si porta dietro non può certo lasciare indifferenti, né tantomeno assolvere le nostre coscienze proprio per questa lontananza geografica. Ecco quindi la forza di questo nuovo progetto discografico dei Luf: parlare di uno dei maggiori drammi contemporanei – quello della condizione di chi fugge o di chi comunque è costretto a muoversi “verso un altro altrove”, per l’appunto – declinando il tutto in chiave fortemente poetica, con musiche a tratti anche festose, come per restituire a tutti questi migranti un po’ di dovuta umanità, oltre che per combattere la nostra assuefazione da telegiornale, che rischia altrimenti di far naufragare quel rimasuglio di pietà umana che fortunatamente alberga ancora dentro di noi.

delalter-lufPoi certo, non tutto il disco parla di migranti, profughi o disperati in fuga da guerre e devastazioni: Delaltér è un disco sul senso del viaggio e sui viaggiatori, un disco su chi – citando ancora De André – si muove spesso e volentieri “in direzione ostinata e contraria”, magari “per la sola ragione del viaggio” o per scappare da un luogo o da una situazione non più sostenibile. Chiaramente il trittico iniziale demarca in maniera netta i confini entro cui si muove la nuova narrazione dei Luf, segna il tracciato entro cui le nuove canzoni vanno a incanalarsi, pone i paletti tematici di quello che a tutti gli effetti è un vero e proprio concept album.

Verso un altro altrove, che apre le danze, è il canto di speranza di chi si lascia alle spalle un pezzo di storia, legami, affetti e quant’altro, per intraprendere un viaggio che non sa ancora dove lo porterà. E’ un invito al viaggio, una sorta di incoraggiamento da dedicare a chi parte senza conoscere la meta di destinazione: “Adelante  Comandante, nelle scarpe del migrante / nelle tasche di chi ha niente una rosa nascerà…”. Lampecrucis si muove laddove i Gang hanno dato voce a Marenostro, ovvero in quei territori dove ha ancora senso parlare di canzone d’autore a tutti gli effetti: impegno e poesia sono messi in musica per dare voce al grido degli ultimi, dei disperati che però non cadono mai nella rassegnazione: “Non puoi cambiare il colore del vento / non puoi fermare il respiro del mare / non puoi respingere i figli degli ultimi / scortati da Dio sanno già dove andare…”. Ecco, se c’è una speranza di sopravvivenza per la tradizione cantautorale italiana, è proprio grazie a brani come questo! Lo stesso identico discorso vale per la successiva Ave Maria migrante, che è a tutti gli effetti una preghiera laica, un’invocazione di protezione e di riparo per chi si trova ad attraversare un mare troppo grande, senza sapere cosa ci sarà dall’altra parte della riva: “Ave Maria dei poveri che vengono dal mare / hanno un solo sogno, quello di poter sognare / Ave Maria che navighi negli occhi dei bambini / Ave Maria migrante madre di tutti i clandestini / Ave Maria che hai pianto il tuo figlio sulla croce / ascolta queste lacrime, sono di chi non ha più voce…”.

Delaltér – traducibile letteralmente come “dall’altra parte” – usa il dialetto camuno e il folk tradizionale intriso di banjo e violino per dar vita a una danza scatenata in tipico stile luffico, ambientata tra le montagne delle valli camune: è un prontuario di istruzioni pronte all’uso di chi deve muoversi, una specie di bussola da usare per orientarsi nel proprio girovagare quotidiano: “Se non sai dove andare prendi un sentiero / piuttosto che star seduti meglio perdersi / piuttosto che andare piano meglio correre / ma se non sai nuotare stai sulla sponda…”.

Questa macchina è invece una ballata molto intensa che torna a suoni più acustici e raccolti, dedicata a tutti quei viaggiatori che tramite questo mezzo condividono l’emozione e il ricordo di un tratto di strada fatto in compagnia di qualcuno che ora forse non c’è più: “Questa macchina mi porterà all’inferno / sul sedile i sogni fatti e che farò / nello specchio vedo i volti di chi ho perso / penso agli occhi di chi non rivedrò… / Stella senza luna, luna senza stelle / il cielo è troppo grande per due anime gemelle…”.

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Con Don Vecare si torna ai ritmi sostenuti del folk, per una vicenda incastonata al confine tra storia e leggenda: è il racconto epico – naturalmente in dialetto camuno! – di un bandito che sognava realmente l’indipendenza della Val Camonica, ma dopo aver compiuto malefatte di ogni genere, finisce male: “Apri la porta, apri il balcone / Don Vicario non fa più paura a nessuno / apri il balcone, spalanca la porta / con Don Vicario è morta la paura…”. Stelle descrive quello che succede spesso ai concerti, ovvero la magia dell’incontro scaturito da un viaggio che si instaura tra chi suona sopra un palco e chi ascolta da sotto: “Ma questo viaggio non dovrà finire mai / da qui ogni sera ti racconterò i miei guai / su questa strada dove tu non sarai mai più sola / con la musica che uccide e poi consola…”. Un viaggio può essere anche un cammino dettato dai sentimenti, più o meno corrisposti come nel caso della Signora dai lunghi pensieri, un brano smaccatamente folk che farà ballare chiunque lo ascolterà: “Signora dai lunghi pensieri / confondi i domani con ieri / mi dici ti amo, ma tu sei lontano e io resto qua…”. Allo stesso modo, le canzoni di per sé costituiscono un viaggio da percorrere ed è esattamente quello che esprime con forza Camminando e cantando, cover del brano interpretato negli anni Sessanta da Sergio Endrigo: “Camminando e cantando la stessa canzone / imparando e insegnando una nuova lezione / fa chi vuole fare e chi vuole andare va / chi è stanco di aspettare una strada troverà…”. Non sempre però il viaggio è sinonimo di gioia e spensieratezza: a volte capita di inciampare e la vita ci mette di fronte ad inconvenienti e difficoltà tremende, come la perdita delle persone più care: in questi casi c’è poco da fare, l’unico rimedio è quello di buttar fuori il dolore, magari attraverso una canzone come La luna le ‘na randa mata, nella quale si lascia spazio al ricordo di chi non è più con noi: “La luna è una falce folle / nelle mani del Signore / la luna è una falce folle / sbaglia a tagliare i fiori / la luna va e viene / ma non torna mai indietro…”. Dopo una seconda versione di Verso un altro altrove, cantata insieme al giovane cantautore bresciano Alessandro Sipolo, il nuovo disco dei Luf si chiude con Bare a vela, piccola gemma acustica che nel suo minuto e poco più di durata suggella tutto il lavoro, senza tralasciare la poesia per contrastare l’orrore infinito di quelle troppe bare stese al sole di Lampedusa o di altri posti simili: “Di chi sono queste lacrime amare / che solcano il cielo ed il mare / di chi sono queste lacrime amare / chi ha messo le vele alle bare lo sai solo tu…”. Di fronte a immagini viste ormai troppe volte, viene naturale rivolgersi a qualcuno di “superiore” – sia Dio o chi per lui – per cercare di trovare una spiegazione che chissà se c’è o se arriverà, per tentare di razionalizzare il dolore e l’impotenza di fronte all’ennesimo viaggio della speranza – quello “verso un altro altrove”, per dirla ancora come i Luf – che si è infranto tra le onde di un mare troppo difficile da attraversare.

Delaltér è tutto questo e mille altre suggestioni, ma soprattutto è il definitivo passaggio dei Luf all’età adulta: dopo diversi dischi sempre di grandissima qualità (da Paradis del diaol fino ai più recenti Flel e Mat e Famat), la band guidata da Dario Canossi piazza la zampata decisiva, realizzando un concept album come si faceva una volta, un disco le cui tracce sono tutte legate da un tema comune e che sancisce la definitiva consacrazione e maturità artistica di tutto il gruppo: “Adelante, Comandante… verso un altro altrove”.

Matteo Manente

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