RADIO FLÂNEUR – “L’ultima casa accogliente”degli Zen Circus. La band di Appino conferma il proprio stato di grazia con un album davvero ispirato

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Il Circo degli Zen è tornato in città, nell’unica casa accogliente che conoscono, ovvero la loro musica e le loro canzoni. L’ultima casa accogliente – questo il titolo della nuova fatica degli Zen Circus – è un album maturo e praticamente perfetto, nato dall’urgenza creativa tipica del leader e autore della band Andrea Appino, sviluppato poi con gli altri musicisti del gruppo durante i mesi del primo forzato lockdown.

Il titolo del nuovo disco della rock-band toscana racchiude molteplici significati: l’ultima casa accogliente è innanzitutto il nostro corpo che ci fa viaggiare nello spazio, ma anche le quattro mura di casa, intese sia come prigione da cui fuggire fisicamente o mentalmente, sia come rifugio dove ripararsi durante il lockdown o alle quali fare ritorno dopo tanto girovagare. L’ultima casa accogliente sono le coordinate dell’accettazione di se stessi dopo gli anni della ribellione e dell’incazzatura, quelle coordinate entro cui Appino e soci si muovono durante tutte le nove tracce del loro ultimo lavoro; canzoni fatte di testa, cuore e polmoni come suggeriscono le foto sulla copertina, dalle quali traspira meno rabbia sia musicalmente che a livello di tematiche, a vantaggio di una maggiore accettazione di quello che siamo stati e di quello che vogliamo diventare, cercando sempre di perseguire la felicità.

Giusto per spiazzare l’ascoltatore, Catrame inizia con Appino che canta a cappella i primi versi del brano, prima che il resto della band entri a dare manforte a un testo molto personale, che ancora una volta affronta parte dei turbolenti rapporti vissuti in casa dal cantante e compositore degli Zen. Nel testo riemergono nodi emotivi legati al vissuto personale di Appino già affrontati nel precedente e fortunato lavoro Il fuoco in una stanza, ma tutt’altro che risolti, come se certe ferite, per quanto assorbite, possano sempre far male e tornare a bruciare: “Io sono nato in una casa fatta di catrame / negli anni in cui fumare incinta non faceva alcun male / il fumo entra nei polmoni e nei polmoni rimane / come il tumore che vorrebbe uccidere mio padre… / Siamo parte dell’eternità del mondo / e continuiamo a comportarci da millesimo di secondo / chi dice che si nasce liberi si sbaglia / il cordone ombelicale ogni giorno lo ricorda…”.

Musicalmente meno potente e dalle atmosfere quasi taciturne, volutamente arrangiata in punta di piedi, Appesi alla luna è un ritratto acustico di rara dolcezza (“Siamo accendini senza sigarette / siamo fame e sete, siamo dei gradini / fra le salite e le discese di un milione di miliardi di destini / appesi alla luna, sopra Lisbona…”); nato durante un viaggio a Lisbona di Appino, il brano richiama da vicino certe atmosfere che riportano alla mente il Pereira fuoriuscito dalla penna dello scrittore Antonio Tabucchi.

Al contrario, Come se provassi amore è un ottimo pezzo rock, un futuro inno per la band dove le chitarre sono pienamente protagoniste e il ritornello rimane impresso già dal primo ascolto (“Come se provassi amore / quanto è difficile da immaginare / come una guerra dove non si muore / o una malattia che non ha sintomi / e anche senza cura non dà dolore… / Come se provassi amore / ma non saprei da dove cominciare / una ferita che non fa male / o una storia che vivi e poi racconti / ma non puoi cambiare, non la puoi cambiare, non la puoi cambiare…”), mentre nel testo ritornano gli stessi fantasmi cantati nell’iniziale Catrame: (“Ricordo un bagliore / lei sudata mi teneva in braccio / mentre lui sconvolto / le stringeva la mano / una casa, qualche carezza, molte urla ed io che dopo poco cammino / poi un sacco di gente / in una stanza dove stavo rinchiuso tutte le mattine / ad imparare gli altri / la casa è più grande, le urla più forti / aprivo bocca solo per scusarmi…” ).

Non è uno dei brani portanti del nuovo disco degli Zen, un lento e graduale processo di negazioni concatenate per affermare il proprio modo di vedere le cose, che in parte richiama esperimenti simili già provati da artisti quali Francesco Guccini (Quello che non…) o Niccolò Fabi (È non è): tramite una serie di negazioni (“Non era il mare all’orizzonte / non era il vento a muovere le onde / non è la rabbia che mi consola / non è la voglia di vomitarne ancora… / Non è la voglia che non ho avuto / non è il passato che ho dimenticato / non è quel viaggio che mi ha cambiato / piuttosto quando sono stato viaggiato…”), si arriva prima a un’invocazione generale (“Lascia che le navi escano dai porti / lascia che ti vengano a trovare i morti / lascia che i colpevoli vengano assolti / lascia stare per sempre il giudizio degli altri… / Lasciati abbracciare forte / lasciami le ombre, il dolore, la notte / lascia che ti dorma accanto quando viene buio / mentre parli nel sonno e io urlo da solo…”) e infine a una supplica di salvezza che vale per tutti (“Salvami dai mostri, dal mondo / salvami da quello che voglio, il male profondo / dalla morale, dall’obbedienza / dalla normalità fatta sentenza / dalla vergogna, dall’efficienza / la sicurezza, la sufficienza…”). Appino si inserisce in questo filone cantautorale sfoderando una ballata che scava dentro come poche altre canzoni degli Zen, un brano in perfetto equilibrio per testo, armonia e pathos complessivo, basata sui ricordi dell’autore bambino che scresce e lascia il posto all’adulto (“Non è il bambino che è scomparso / è con me, lo sento accanto…”), fino all’esplosione finale carica di una rabbia quasi liberatoria (“Il sangue che mi esce dal corpo / è mio soltanto se lo riconosco / sei una ferita aperta dentro cui viaggiare / tu non mi abbandonare…”).

Bestia rara invece è una canzone tirata e che fa male per il tema che affronta: ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto, indaga l’inferno privato di troppe donne che ancora oggi subiscono il peso dei pregiudizi, delle voci messe in giro dalla gente o degli insulti per il loro modo di essere, specie se vivono in piccole comunità poco inclini ai cambiamenti in atto nella società (“Sei una bestia rara, ma non lo sai / una puttana come dite voi / tua madre piange e ancora piangerà / ma non preoccuparti, abbracciala… / Da dove arriva? E chi lo sa / il dottore dice che c’era già / nella tua testa, nelle tue idee / dentro al tuo giardino, fra le orchidee… / La vita grida contro di te / e nel paese si dice che / sei nata male, nata senza Dio / il sangue fra le gambe lo vedo io / il ciclo torna, ritorni tu / sorridi ancora piccola Gesù / una brava mamma si gode la vita / ma che brava moglie, che bella fica…”).

Un altro dei pezzi fondamentali dell’album è 2050, nel quale si parla al passato di un tempo futuro che deve ancora arrivare, ma che alla luce di certi nostri comportamenti potrebbe non essere così lontano dal sopraggiungere (“I grattacieli spenti emergono dal mare / a ricordarci cosa abbiamo fatto e che possiamo fare / quando lui ti chiederà che cosa ha fatto la gente / digli “Abbiamo fatto tutto, non abbiamo fatto niente” / Scisso gli atomi di una conchiglia / vinto la morte, perso la meraviglia / strappato foreste come fili d’erba / abbiamo dato un nome ad ogni stella / fatto l’amore senza capirne nulla / condannata la pace ad essere anche guerra / cambiato il corso dell’acqua corrente / abbiamo fatto tutto, abbiamo fatto niente…”). Emergenze climatiche, cambiamenti repentini in atto da anni, pandemie e virus di ogni sorta… di questo passo, nonostante la vita scorra di continuo fra alti e bassi, bisogna vedere se ci arriviamo al 2050!

A completare il disco, prima del finale quasi psichedelico della title-track, mancano all’appello altre due canzoni: l’autobiografica Cattivo, che citando il leader degli Zen “è l’esorcizzazione di tutto ciò che non voglio più essere, dentro c’è tutto quello che mi sta sulle palle non tanto negli altri, quanto in me stesso” (“Non sento niente, non provo nulla / mi guardo dentro, non mi riconosco / e quando volo ogni volta casco / non sento niente, non provo nulla / mi guardo dentro, non mi riconosco / quando recito ogni volta è un fiasco… / Oggi la città è bellissima / la gente litiga e si urla contro / mentre il traffico è un girotondo / guardo la mia vita come al cinema / il protagonista di certo è Dio / così il cattivo oggi sono io…”) e Ciao sono io, quest’ultima dedicata alla guarigione del padre di Appino da un tumore che gli ha regalato una nuova voglia di vivere, oltre che al ricordo degli amici, della comunità e dei luoghi di origine dei componenti del gruppo (“Mio padre in ospedale / voleva morire e adesso vuole solo guarire / ci lasciamo dietro un solco / e qualche chicco di grano / figli qualcuno e accanto nessuno… / Ciao, sono io, ti ricordi di me? / calciavamo palloni, sgonfi come polmoni / il primo giorno di lavoro il padrone ci dice / siete qui per faticare, ragazzi mi dispiace…”).

La conclusione del lavoro, come detto, è affidata a L’ultima casa accogliente, che non a caso dà il titolo all’intero lavoro ed è posta al termine di questo nuovo viaggio musicale degli Zen Circus. La canzone, dalle tinte musicali inquiete, è una canzone d’amore che non vuole dimostrare di esserlo (“Sei spuntata dal nulla come questo camion / un frontale ti salva la vita, a volte è necessario / l’acqua corrente non vede le stelle / le ritrovo tutte quante sulla tua pelle / dici che la musica serve a far tacere le persone / e niente, sei il mio continente / l’ultima casa accogliente…”); musicalmente richiama certe atmosfere dei Pink Floyd di Comfortably numb e rappresenta allo stesso tempo la speranza dopo un periodo di buio, così come un riparo sicuro dove rifugiarsi o un’isola dove approdare in caso di necessità, ma anche la base concreta dalla quale ripartire dopo aver fatto finalmente pace e i conti con il proprio passato e quello che siamo diventati (“E se dicembre è il mese della fine / per noi è l’inizio, come Gesù Cristo / in questo bosco, dentro a questa casa risorgeremo / e sulla notte torna il sereno…”). Riassumendo con le parole del suo autore, “L’ultima casa accogliente è il mio corpo nel suo incontrarsi con quello di un’altra persona, con tutto il bene che ne deriva”.

L’ultima casa accogliente è l’ennesima dimostrazione che gli Zen Circus sono cresciuti enormemente dai tempi in cui mandavano tutti affanculo e che dopo le ultime prove discografiche eccellenti (Il fuoco in una stanza e l’antologico Vivi si muore) non hanno più intenzione di fermarsi: le nove canzoni contenute in questo nuovo capitolo discografico sono la prova di maturità definitiva avvenuta in casa Zen.

Matteo Manente

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