RADIO FLÂNEUR: “The Joshua Tree” degli U2 – Trent’anni fa la consacrazione degli U2, con un disco in bilico tra Irlanda e America

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Outside it’s America”: lo sanno bene gli U2 di metà anni Ottanta che per compiere definitivamente il grande salto che li potrebbe consacrare nel panorama del rock internazionale è necessario guardare al di là di quell’oceano che separa la loro amata Irlanda dall’America, che proprio di tanti rocker è patria e culla musicale. E così fanno Bono e compagni: dopo il successo e il consenso unanime riscontrato in Europa con i primi album – Boy, October, War, ma soprattutto The unforgettable fire – gli U2 si lanciano alla loro personale scoperta dell’America, sfornando un disco che per caratteristiche, contenuti, testi e musiche è destinato a diventare inevitabilmente una pietra miliare non solo della loro carriera. The Joshua Tree, questo il titolo dell’album pubblicato il 9 marzo 1987, rappresenta la consacrazione mondiale della band irlandese, l’ingresso ufficiale compiuto per la porta principale nell’olimpo del rock che conta per davvero. Visti i brani contenuti nel disco non poteva andare diversamente: un disco predestinato, con le canzoni giuste al momento giusto, una band in stato di grazia che gira come un ingranaggio perfetto, dei riff di chitarra taglienti come lame e una voce, quella di Bono, forse a uno dei suoi apici qualitativi, che canta e interpreta testi spesso in bilico tra poesia e un impegno civile-sociale sempre più marcato.

La svolta americana degli U2 – che sarà ripresa e completata un anno più tardi con Rattle and hum, disco direttamente figlio del tour americano della band – passa attraverso la sintesi fra due tensioni creative e musicali differenti, incarnate proprio da Bono e The Edge: il cantante e leader del gruppo, complice un recente incontro con Bob Dylan, era affascinato dall’idea di esplorare a fondo le radici del rock a stelle e strisce, mentre il chitarrista avrebbe preferito continuare sulla scia wave del precedente The unforgettable fire, che tante soddisfazioni aveva già regalato alla band di Dublino. Da queste due visioni musicali contrapposte sgorgherà la linfa vitale che andrà a irrorare i solchi del nuovo lavoro, che come l’albero di Giosuè cresciuto nella Death Valley statunitense e ripreso sul retro della copertina dell’LP ha le radici ben piantate nella terra della tradizione rock-blues americana e i rami rivolti al cielo delle nuove influenze musicali portate dal post-punk e dalla new wave.

joshua tree1The Joshua Tree è quindi in buona sostanza la trasposizione musicale del viaggio che gli U2 compiono per andare alla scoperta dell’America e delle sue contraddizioni: da una parte l’America più pura e innocente del sogno accessibile a tutti, culla della musica rock e blues, di tanti film e di parecchia letteratura; dall’altra l’America reale, quella delle politiche imperialiste dell’epoca Reagan e delle disparità sociali sempre più evidenti fra ricchi e poveri. Di fronte a questa duplice visione dell’America che si fa largo sempre più nelle coscienze di molti, è evidente che il viaggio verso la felicità – quella sancita e riconosciuta come diritto costituzionale per tutti gli americani – debba passare prima attraverso il deserto interiore e i problemi della vita quotidiana di ciascuno, simboleggiati proprio da quel cactus solitario sul retro del disco della band irlandese; dallo scontro fra diritto alla felicità e difficoltà nel perseguirla nasce così quella voglia di riscatto che è alla base di The Joshua Tree, viaggio in musica verso quella promised land che secondo il mito americano spetta a tutti da qualche parte oltre la frontiera.

La ricerca della Terra Promessa per gli U2 passa pertanto attraverso una fase di composizione e un processo di scrittura più particolareggiati, con maggiori riferimenti biblici e religiosi nei testi (I still haven’t found what I’m looking for, With or without you), uniti a nuove invettive sempre in bilico tra contenuto sociale e rinnovato impegno politico (Bullet the blue sky, Red hill mining town o Mothers of the disappeared), con testi capaci di rappresentare allo stesso tempo la continuità con il furore e la rabbia degli esordi (Sunday bloody Sunday, Gloria, I will follow) e la capacità di lanciare nuovi ponti per le future evoluzioni della band, senza trascurare la sfera degli affetti, il legame con l’Irlanda e alcune situazioni di crisi personali (Trip trough your wires, One tree hill, In God’s country). Musicalmente questo insieme di tematiche così eterogenee si traduce in un album in cui i tipici fraseggi chitarristici di The Edge, il basso potente e preciso di Adam Clayton, la batteria di Larry Mullen Jr. e la voce di Bono Vox si fondono in un tutt’uno capace di regalare undici brani che brillano di luce propria anche a distanza di trent’anni.

La sequenza-killer dei primi pezzi dell’album è qualcosa di impressionante per bellezza e qualità: Where the streets have no name, I still haven’t found what I’m looking for e With or without you basterebbero da sole per gridare al capolavoro, tanto sono perfette, equilibrate e potenti per contenuto e orecchiabilità. Where the streets have no name ha il gospel nelle vene, è una sorta di inno spirituale che incarna alla perfezione il senso di fuga che si prova correndo lungo le highways americane, nonostante l’ispirazione sia venuta a Bono durante un viaggio in Etiopia. Anche I still haven’t found what I’m looking for ha una spiccata carica religiosa, con quell’ambientazione desertica da luogo di tentazione e quel grido “only to be whit you” che può essere identificato e rivolto tanto a Dio quanto a una persona fisica. A completare la sequenza iniziale, dopo la classicissima With or without you dedicata da Bono alla moglie Ali, c’è Bullet the blue sky, scoppiettante e nervosa come il suo messaggio di opposizione alla politica imperialista di Reagan in Nicaragua e El Salvador. Nata dai viaggi di Bono in Centro America, la canzone denuncia apertamente il lato oscuro dell’America, quello degli interessi economici statunitensi nelle guerre civili di quei paesi. Il frastuono dei proiettili, degli scontri e dei mortai è reso magnificamente dagli effetti della chitarra di The Edge, mai così aggressiva e apocalittica.

La seconda parte del disco svela altrettanti capolavori, forse meno famosi e meno d’impatto, che ad ogni modo danno forma e colore al nuovo sound della band di Bono e soci. Canzoni come il blues semi acustico di Running to stand still – dedicato alle tante vittime cadute nel tunnel della droga – o One tree hill – dolce ballata dedicata a ricordo di un amico della band scomparso – si alternano a pezzi più esplicitamente politici come Red hill mining town, scritta a sostegno degli scioperi dei minatori britannici colpiti dalle politiche di Margaret Tatcher, e Mothers of the disappeared, omaggio sentito alle madri di Plaza de Mayo e ai desaparecidos argentini. A completare un disco di capitale importanza non solo per gli U2 ci sono i brani che raccontano l’altra faccia del sogno americano, quello più oscuro, profondo e contraddittorio: Trip through your wires è un fantastico country-blues che sa di prateria e frontiera all’orizzonte, con tanto di armonica a impreziosire la trama sonora di una canzone che in un album così “americano” mantiene vivi i legami con la natia Irlanda. Exit, con il suo sound cupo e sperimentale, insiste a far emergere il nostro lato più oscuro, mentre decisamente più rock risulta In God’s country, una immigration song a tutti gli effetti: l’America, specie per gli europei, è spesso stata vista nei secoli come terra dove andare per cercare lavoro e gli irlandesi non sono stati da meno; il brano è dunque un ringraziamento all’America che ha accolto i tanti migranti approdati sulle sue coste in cerca di fortuna… inutile sottolineare l’attualità di un pezzo del genere in epoca Trump!

u2Proprio per la disarmante attualità e la freschezza dimostrata da queste canzoni a trent’anni dalla loro pubblicazione, non stupisce più di tanto la decisione degli U2 di riproporre interamente dal vivo tutto The Joshua Tree, dedicandogli una tournée ad hoc la prossima estate, oltre che una ristampa dell’album con outtakes, b-sides e altri contenuti extra prevista per giugno: merito delle canzoni, certo, ma anche di una band al top della sua forma, che dopo questo viaggio spirituale alle origini del rock americano avrebbe più volte cambiato direzione musicale, passando negli anni a venire dal rock più viscerale e sanguigno a sperimentazioni che strizzavano più di un occhio all’elettronica e a un pop più commerciale ma sempre d’impatto.

I prossimi 15 e 16 luglio il The Joshua Tree Tour toccherà anche l’Italia, con un doppio appuntamento allo stadio Olimpico di Roma che già si preannuncia storico… ma di questo parleremo più avanti, dopo aver visto Bono e soci all’opera lungo quelle strade che forse, dopo trent’anni di ricerca, hanno finalmente trovato il nome che cercavano all’epoca dell’incontro con l’albero di Giosuè.

Matteo Manente

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