Da un viaggio in Kurdistan a un romanzo che dà voce al popolo yazida. Intervista a Claudia Ryan, autrice di “Hana la Yazida. L’inferno è sulla Terra”

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Docente di Storia dell’arte all’Istituto Greppi di Monticello Brianza, Claudia Ryan è anche giornalista e scrittrice e il 24 novembre (alle 21) presenterà a Valgreghentino (nella Biblioteca civica) il suo romanzo Hana la Yazida. L’inferno è sulla Terra, pubblicato da San Paolo nel 2016. Un appuntamento, questo, che chiude il ciclo di incontri Verso l’Altro(ve). Storie d’Oriente, organizzato proprio dalla Biblioteca di Valgreghentino e dedicato a Siria, Egitto e Kurdistan.

Giornalista, insegnante, scrittrice. Quando nasce la sua passione per la scrittura narrativa, prima o dopo quella giornalistica? Quanto è importante la contaminazione tra giornalismo, insegnamento e narrazione dentro la sua scrittura?

claudia ryanHo scoperto la bellezza della lettura e poi della scrittura alle scuole medie. A quegli anni risale il mio primo tentativo di romanzo, un giallo ambientato a Londra. Era ovviamente un progetto troppo grande per una ragazzina e l’ho subito accantonato. Con esso, la scrittura. Mi ci sono riavvicinata attraverso il giornalismo, alla fine dell’università: laureata in Architettura, ho iniziato a collaborare con alcune riviste, scrivendo di architettura e di design. Quasi per scherzo, ho iniziato a insegnare e non ho mai più smesso. Sono approdata alla narrazione con un libro (Giro di Boa, Edizioni Sì, 2012) che intrecciava racconti e immagini e che ruotava attorno al tema del divorzio, che avevo vissuto. Su consiglio di persone care che mi invitavano a condividere il mio vissuto, ho pensato di rendere pubbliche alcune mie riflessioni, che speravo avrebbero potuto essere utili ad altri. Credo che la scuola e l’architettura mi siano servite nel passaggio alla narrazione, l’una allenandomi all’efficacia comunicativa, l’altra avendomi abituato alla descrizione degli spazi interni e dei paesaggi.

Nell’agosto 2014, il mondo scopriva in modo drammatico l’esistenza della minoranza yazida nel Kurdistan iracheno. “Hana la Yazida. L’inferno è sulla terra” (San Paolo, 2016) nasce da un viaggio nell’Altrove, dall’incontro con l’Altro e da un reportage. Cosa l’ha spinta a fare questo viaggio in Kurdistan, qual è il legame che la avvicina a questo Paese e alla sua realtà?

Mi sono imbattuta nella realtà del Kurdistan e degli yazidi perseguitati da Daesh negli articoli online e sui giornali. Ho letto molto, ho ricercato, mi sono documentata. Mi sono scontrata con storie strazianti di abusi, torture, violenze su donne e bambini. A poco a poco, una storia si è delineata nella mia mente. Ho capito che volevo raccontarla, ma che non potevo farlo senza conoscere di persona il popolo e la terra di cui volevo scrivere. Ho deciso di intraprendere il viaggio in Kurdistan per due motivi: ascoltare racconti fino ad allora soltanto letti e scoprire i profumi, i sapori, i costumi, le tradizioni del luogo. Il viaggio è stato funzionale alla storia e ha fatto sì che questa risultasse fondata e credibile. Il ricordo dell’esperienza resta indelebile, come il bagaglio di testimonianze, fotografie, filmati, volti e voci che porterò per sempre con me.

Lei ha raccolto le testimonianze di alcune donne irachene che ha incontrato e ha dato loro una forma narrativa, piuttosto che puramente giornalistica. C’è una scelta importante di rielaborazione e amalgama delle varie esperienze ascoltate. La figura di Hana nasce dalle storie che le donne le hanno raccontato. Qual è il valore aggiunto della narrazione rispetto al reportage? Quale ricchezza e quale libertà crede che apporti, alla testimonianza, lo spazio narrativo?

ryanNel mio viaggio in Kurdistan, ho fatto incontri significativi con alcune donne, mogli, figlie, madri, dentro le loro tende. Le loro parole e le loro esperienze sono confluite nella storia, nella vicenda di Hana e in alcune storie minori, collaterali. Il romanzo permette che il lettore si immedesimi nei personaggi ed entri nella storia sentendola vicina. Hana la Yazida è narrato su un doppio livello di voci: quella del narratore, in terza persona, e quella di Hana, giovane donna yazida scampata a Daesh e ora infermiera, in prima persona. Questa seconda voce introduce il lettore nel punto di vista della protagonista, rendendolo partecipe degli accadimenti. È il potere della narrazione: creare una personalizzazione che è impensabile, invece, dentro il carattere obiettivo e descrittivo del reportage. Da questo punto di vista, la narrazione è più libera e permette di amplificare l’esperienza e farla riecheggiare ai lettori, rendendola forte e immediata.

Come i suoi precedenti romanzi – “Virginia” (Leone, 2012), ambientato nel Seicento, e “Il fuoco nelle tenebre” (Leone, 2014), collocato nel X secolo – anche “Hana la Yazida” è un romanzo storico che parla d’attualità. Il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Nei suoi intenti narrativi, quanto peso ha avuto la denuncia della violenza?

L’intento di denunciare la drammatica realtà del genocido della minoranza yazida e la violenza femminile ha fondato dall’inizio l’idea del mio romanzo. La situazione femminile mi sta molto a cuore. Già con Virginia, romanzo in cui ho raccontato la storia della Monaca di Monza, ho voluto mettere in luce la violenza psicologica impressa sulle giovani donne, come lei, imprigionate nei conventi contro la loro volontà. Ho cercato, sia con Virginia sia con Hana, di calarmi nel personaggio per leggerlo da dentro, per dimostrarlo con potenza ed energia e per dargli voce.

Claudia Farina

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