#BringingItAllBackHome. Gli album del 2018: la musica che rimane

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Giunti alla fine dell’anno, come da tradizione, è l’ora dei bilanci, di capire quali e quanti dischi ascoltati in questi ultimi dodici mesi hanno avuto la forza e la capacità di resistere al passare dei giorni e degli ascolti. Di musica come al solito ne abbiamo sentita parecchia, anche se forse rispetto all’anno precedente il 2018 che va concludendosi è stato meno ricco in termini di quantità di dischi sfornati. Tuttavia la qualità c’è stata e ora proviamo a fare un rapido riassunto di quanto ascoltato – e spesso anche raccontato – sulle pagine di Radio Flâneur.

A livello italiano, spiccano alcuni grandi nomi della canzone d’autore: Roberto Vecchioni è tornato dopo anni di silenzio con L’infinito, un album alla sua maniera in tutto e per tutto, pregi e difetti compresi; un altro gradito ritorno è stato quello firmato da Danilo Sacco con Gardè, nuovo disco d’inediti arrivato a quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio. Max Gazzè con l’ambizioso e orchestrale Alchemaya ha dimostrato ancora una volta di essere l’eccentrico e vulcanico musicista che conosciamo e apprezziamo da oltre vent’anni; Elisa con il suo Diari aperti è tornata a una dimensione squisitamente pop perfetta per mettere in luce la sua splendida voce, mentre fra i gruppi vanno segnalate alcune raccolte celebrative, a modo loro differenti e importanti: sotto la spinta dell’inossidabile Omar Pedrini, è stato ristampato in versione deluxe edition con inediti e demo quel capolavoro del rock italiano firmato dai Timoria nel 1993 che risponde al nome di Viaggio senza vento; gli eterni Nomadi con Nomadi55 hanno riarrangiato in un doppio album alcuni dei loro successi più importanti per celebrare i 55 anni di una carriera e di una storia ormai ineguagliabile per chiunque, almeno in Italia; per finire un’altra ottima raccolta antologica con materiale inedito è 2008/2018. Tra la Via Emilia e la Via Lattea, che sancisce con un po’ di amaro in bocca la fine dell’esperienza de Le Luci della Centrale Elettrica di Vasco Brondi: un doppio disco diviso tra brani in studio e altri dal vivo che sono il commiato e il saluto con il sorriso sulle labbra di uno dei cantautori che hanno segnato maggiormente la scena indie dell’ultimo decennio. Di pregevole fattura infine il lavoro di ricerca e di recupero operato da Ivano Fossati sul repertorio dell’immenso Giorgio Gaber, culminato nel disco Le donne di ora. Delusione invece per il nuovo capitolo discografico dei Negrita: Desert yatch club suona privo di grandi idee o soluzioni musicali interessanti e spiace doverlo dire nei confronti di una band che ha scritto pagine importantissime del rock italiano degli ultimi vent’anni… in quest’album del sacro fuoco delle origini non c’è alcuna traccia ed è un vero peccato.

Molteplici le nuove uscite anche in ambito internazionale, con alcuni dischi e cofanetti che resteranno come pietre miliari nel corso dei prossimi anni. Su tutti quello arrivato per ultimo in ordine di tempo e che, con un po’ di sorpresa anche per un fan accanito come il sottoscritto, è riuscito a stupire e sbalordire ancora una volta: Springsteen on Broadway (a breve la nostra recensione) segna l’ennesimo colpo basso ad opera di Bruce Springsteen, con un disco dal vivo che è la fedele copia dello spettacolo messo in scena per un anno intero in un piccolo teatro di Broadway; canzoni acustiche e minimali, dialoghi e introduzioni che valgono quanto le canzoni e un’opera che distrugge il mito e l’iconografia dello Springsteen classico a vantaggio di una nuova e più precisa umanizzazione del personaggio e delle storie (anche difficili e tormentate) che si porta dietro da una vita intera, con le quali forse ha finalmente fatto pace. Il doppio album del Boss è il disco dell’anno, un’opera imprescindibile che segna un prima e un dopo nella concezione degli spettacoli dal vivo. Non ci fosse stato Springsteen, l’ambita palma di miglior disco del 2018 sarebbe andata senza alcun dubbio a Tom Petty e al mega-cofanetto postumo e celebrativo An american treasure: 4 cd che raccolgono tutta l’eredità musicale di uno dei più importanti e fondamentali rocker statunitensi, un artista prematuramente scomparso a fine 2017 del quale si sente ogni giorno di più la mancanza. Sempre a proposito di artisti rock venuti a mancare, non si può non menzionare il cofanetto Chris Cornell, quadruplo box dedicato alla memoria dell’inconfondibile voce di Soungarden e Audioslave: una perdita enorme per tutto il Seattle sound, per il mondo del grunge e più in generale per quello del rock. Restando ancora in America, da segnalare la nuova prova di John Mellencamp che in Other people’s stuff ha raccolto alcuni classici della musica folk e country americana (Eyes on the prize tanto per citarne uno) reinterpretati a suo modo e già registrati nel corso degli anni. Tra i box celebrativi si segnalano invece la riedizione in occasione del trentennale di Appetite for destruction dei Guns n’ Roses e More blood, more tracks di Bob Dylan, ennesimo volume delle sue infinite bootleg series dedicato stavolta al capolavoro del 1975 Blood on the tracks. Dall’altra parte dell’oceano, sulla costa britannica, la stella più lucente in questo 2018 è stata quella di un altro gigante del rock internazionale: sir Paul McCartney con Egypt station ha siglato un altro grandissimo e attesissimo ritorno, con un disco ricco di musica e di idee, arrangiamenti e suoni che sono la summa del processo creativo di uno degli ultimi artisti geniali del Novecento. Infine, di pregevole fattura risulta anche il nuovo album di inediti di Mark Knopfler, Down the road wherever: niente di nuovo sotto il cielo dell’ex chitarrista dei Dire Straits, ma anche in questo caso la classe non è acqua, pur non aggiungendo o togliendo niente alla lunga carriera del musicista britannico.

Una carrellata di musica che non abbraccerà ogni genere o settore, perché non è questo l’obiettivo di questa rubrica: ciò che conta è far passare il concetto che là fuori, nel marasma generale e caotico di questi anni un po’strani, ci sono ancora musica da intercettare e musicisti per i quali vale la pena fermarsi, prendersi del tempo per ascoltarli e poi, di conseguenza, sentirsi quasi sempre meglio. È l’eterno potere della Musica d’autore, quella che non serve solo come sottofondo per divertirsi, ma che aiuta a pensare e a vivere meglio le nostre giornate, anno dopo anno, canzone dopo canzone.

Buon Anno Nuovo e Buona Musica a tutti!

Matteo Manente

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