“Fotogrammi del Novecento”: la Storia raccontata sul Grande Schermo #4 – “Il figlio di Saul” e la Shoah

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Un film che pone l’accento sul ricordo di chi ha guardato la morte in prima persona, degli unici – i membri del Sonderkommando – che con grande difficoltà sono riusciti a testimoniare e a raccontare il luogo più terribile dello sterminio nazista: le camere a gas. In questo quarto appuntamento con la nostra rubrica dedicata alla storia del Novecento sul grande schermo parliamo di Shoah e, in particolare, dei luoghi nei quali si è effettivamente compiuta la più grande opera di sterminio della storia dell’umanità. Per diversi motivi, la lente cinematografica non è mai riuscita a raccontare le camere a gas, questo fino alla realizzazione del rivoluzionario e fondamentale Il figlio di Saul (disponibile su Amazon Prime Video)film d’esordio di László Nemes, al centro di questa puntata di Fotogrammi del Novecento.

Il complesso di campi di Auschwitz è il simbolo di tutta la tragedia della Shoah: è qui che sono stati barbaramente eliminati uomini, donne e bambini europei di origine ebraica e di altre minoranze; è qui che lo sterminio è diventato industriale e la moderna civiltà europea si è trasformata in una macabra macchina di morte. Un simbolo, questo, che deve rimanere un monito per l’umanità proprio per la sua specificità di industria della morte, che lo rende un unicum nella storia dell’uomo. E all’interno di questo campo di sterminio i luoghi più difficili da immaginare sono proprio quelli dove si è consumato effettivamente lo sterminio di milioni di persone: le camere a gas e i forni crematori.

Scorrendo i titoli cinematografici che, nel corso degli anni, si sono occupati della Shoah, non si può non notare come, almeno sino al 2015, nessun regista si sia cimentato in modo efficace nel mostrare questi luoghi di morte e nel raccontare le storie di coloro che hanno visto di persona le camere a gas.  Nel 2015, però, un regista ungherese esordiente, László Nemes, ha realizzato quello che mai nessuno aveva fatto prima: narrare senza retorica e spettacolarizzazione la drammatica esperienza di un membro del Sonderkommando, mostrando il lavoro di chi, all’interno dei lager, ha dovuto collaborare con i suoi stessi aguzzini nell’opera di eliminazione dei suoi simili.

Ma qual era il ruolo specifico di queste unità speciali di prigionieri dei Lager? Il film riesce a far comprendere tutti i loro compiti, che consistevano nell’accompagnare insieme alle SS i deportati all’interno delle camere a gas senza poterli avvisare dell’inganno nazista, nello svestirli, rasarli (per poter riutilizzare i capelli a livello industriale), nel chiudere le porte delle camere a gas e poi riaprirle, portare fuori i cadaveri fino ai crematori e ripulire quei terribili luoghi di morte, così da renderli più simili possibile a delle docce. E non è tutto, perché sempre a queste unità speciali spettava alimentare i forni dei crematori e gettare le ceneri nei corsi d’acqua circostanti. I membri del Sonderkommando erano di solito giovani ebrei dalla buona forza fisica E che venivano selezionati all’arrivo nel lager e fatti alloggiare in zone isolate del campo, questo per evitare fughe di notizie che avrebbero potuto destabilizzare il resto dei prigionieri.

Un ruolo drammatico e controverso, quindi: i nazisti erano infatti riusciti a trasformare delle vittime in carnefici, annullandone la personalità e le emozioni e ribaltando i valori degli esseri umani. Caratteristiche, queste, che come ha spiegato in maniera esemplare Primo Levi erano certamente comuni a tutti i prigionieri dei lager, ma che, per quanto riguarda i membri dei Sonderkommandos, si amplificano ulteriormente, perché all’annullamento della propria identità si aggiungeva, qui, l’odio che molto spesso suscitavano nei deportati.

Ma perché, allora, si accettava di far parte di questa squadra speciale? Non era preferibile, a una simile agonia, una morte immediata? Domande legittime a cui basta dare una semplice risposta: nei campi di sterminio sono saltati i valori umani e cambiate le priorità. Tutto era regolato da leggi e regole diverse, inconcepibili per uomini che non hanno vissuto quell’esperienza. E in quest’ottica di lotta per la sopravvivenza, guadagnare anche solo alcuni mesi di vita aveva la precedenza su tutto. Perché, in fondo, i membri del Sonderkommando sapevano benissimo quale sarebbe stata la loro fine, una sorte che era la medesima di coloro che quotidianamente accompagnavano verso la morte. Una sorte, ancora, non così distante nel tempo, perché come si sa i tedeschi erano soliti cambiare completamente e con cadenza di pochi mesi la composizione delle squadre, questo per evitare fughe di notizie o tentativi di ribellione.

Un mondo disumano, quindi, da cui è veramente difficile redimersi ma in cui, talvolta, può ancora emergere un minimo, debolissimo, barlume di speranza, un qualcosa che può far sperare di ritrovare l’uomo anche nel luogo più impensabile. E nel film Il figlio di Saul si assiste proprio a un lento processo di umanizzazione del protagonista, un tentativo di ritorno dall’abisso, una sorta di lenta resurrezione iniziata dopo il riconoscimento tra i cadaveri della camera a gas del corpo quasi senza vita del suo presunto figlio e portata avanti dal tentativo di ridare valore a un corpo che i tedeschi consideravano solamente un pezzo. Una missione che porterà il membro del Sonderkommando ad andare alla ricerca spasmodica di un rabbino che possa recitare per la giovane vittima la preghiera dei morti.

La pellicola, oltre a tratteggiare in maniera esemplare l’atteggiamento degli uomini del Sonderkommando, grazie alla superba interpretazione di Géza Röhrig riesce anche a mostrare quello che molti, a partire dal regista del capolavoro Shoah Claude Lanzmann, ritenevano impossibile con un’opera di finzione: le camere a gas. Nemes, con la scelta registica di mettere a fuoco solo il protagonista, non si concentra sui cadaveri che appaiono come ombre indefinite attorno a lui, ma ce li fa percepire con le espressioni di Saul, il suo silenzio, la sua estraneazione, e con i rumori che rendono quasi più percettibile delle immagini il dramma di questi uomini.

Un film sicuramente scomodo, che turba, ma che mette in luce con una modalità mai vista prima anche altre caratteristiche del campo di Auschwitz, prima fra tutte la babele di lingue che si mischiavano e si sovrapponevano all’interno del campo: urla, ordini, minacce pronunciate in diversi idiomi – quasi sempre incomprensibili per il protagonista ungherese – creano infatti una confusione amplificata anche da immagini che sullo sfondo non sono volutamente a fuoco.

Dei luoghi, le camere a gas e i crematori – impossibili da cancellare anche a distanza di anni: «Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito – come ha affermato Shlomo Venezia, membro del Sonderkommando – torna sempre nello stesso posto…Non si esce mai, per davvero, dal crematorio».

Daniele Frisco

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L'autore di questo articolo

Daniele Frisco

È il flâneur numero uno, ideatore e cofondatore del giornale. Seduto ai tavolini di un qualche bar parigino, lo immaginiamo immerso nei suoi amati libri, che colleziona senza sosta e che non sa più dove mettere. Appassionato di Storia e, in particolare, di Storia culturale, è un inarrestabile studente (!): tutto è per lui materia da conoscere e approfondire. Laurea? Quale se non Storia del mondo contemporaneo?! Tesi? Un malloppo sul multiculturalismo di Sarajevo nella letteratura, che gli è valso la lode. Travolto da un vortice di lavori – giornalista, insegnante di Storia, consulente storico e istruttore del Basket Lecco – tra una corsa di qua e una di là ama perdersi nel folk-rock americano, nei film di Martin Scorsese e di Woody Allen, nella letteratura mitteleuropea e, da perfetto flâneur, nelle strade della cara e vecchia Europa. Per contattarlo: daniele.frisco@ilflaneur.com