ARCHIVIO – Natura bestiale e pulsionale dell’avidità umana in “Rapacità” di Erich Von Stroheim. Se ne parla al corso “Capire la storia del cinema”

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LECCO – Un film muto originariamente della durata di circa dieci ore, poi mutilato e distribuito dalla Metro Goldwyn Mayer in versione ridotta a due ore e mezza. Un lavoro che, a differenza dei precedenti ambientati nell’alta società generalmente europea, descrive il contesto sociale, morale e psicologico della provincia americana, rappresentando il desiderio di denaro e l’avidità, che progressivamente corrompono e annientano i personaggi. Dopo la prima lezione che il corso Capire la storia del Cinema dell’associazione DinamoCulturale ha dedicato all’autore maledetto del cinema muto degli anni Venti, Erich Von Stroheim, mercoledì 14 marzo (alle 21, presso il Laboratorio Aperto! del centro polifunzionale di via dell’Eremo 28) ci si addentra in quello che, forse, è il titolo più noto del regista e sceneggiatore austriaco naturalizzato statunitense: Rapacità (Greed).

rapacità1Un appuntamento che, dopo aver introdotto al pubblico in sala un autore che già negli anni Venti del Novecento fa delle sue opere un’arma di critica alla società, cogliendo i lati malsani, perversi e ipocriti dell’uomo del suo tempo, questa volta va più in profondità e si sofferma su un film la cui produzione è leggendaria. Nove mesi di riprese in luoghi reali, spesso in condizioni climatiche proibitive, per una pellicola, Rapacità, di circa dieci ore, poi tagliata sino a raggiungere un quarto del suo metraggio originale, il tutto con la rimozione di interi blocchi.  Una versione, quella finale, non riconosciuta dal regista ma che, come si legge nell’Enciclopedia del cinema Treccani, può essere analizzata come «un insieme di scene relativamente intatte. Il sapiente impiego dei primi piani e dei dettagli, al pari delle frequenti metafore animali, rivelano il debito stilistico di von Stroheim nei riguardi di David W. Griffith, presso il quale egli aveva svolto il suo apprendistato».

Al centro della narrazione, come anticipato, la natura bestiale e pulsionale dell’avidità umana, qui emblema di vizi e perversioni. A parlarne dettagliatamente nel corso della lezione lecchese sarà Rinaldo Censi, collaboratore del settimanale di cinema, televisione, musica e spettacolo Film Tv, del quotidiano Il Manifesto e di diverse riviste specializzate (“Alfabeta2”, “Fata Morgana”, “Cineforum”, “Filmcritica”, “Doppiozero”). Autore di Formule di pathos. Genealogia della diva nel cinema muto italiano (Cattedrale, 2008) e di Copie originali. Iperrealismi tra pittura e cinema (Johan & Levi, 2014), ha insegnato all’Università di Pavia (Storia e Filologia del cinema) e collaborato con la Nuova Accademia Belle Arti Milano (NABA).

L’ingresso è libero.

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