“Amori da morire”, il triangolo amoroso in un registro comico.
La recensione del terzo spettacolo del Festival di Merate

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MERATE – «Noi ti uccidiamo, Mario». Protagonista del terzo appuntamento del Festival Nazionale di Teatro – Città di Merate, lo scorso sabato 9 novembre l’Associazione culturale Opera di Ostia Lido (Roma) ha portato sul palcoscenico il suo Amori da morire, commedia dai toni quasi fumettistici, giocata sugli intrecci di un triangolo amoroso in continua evoluzione.

@ Michele Masullo

In scena, un letto a baldacchino, due tavolini bianchi e sul retro una parete con due finestre. È in questa camera d’albergo che si svolgono le tre scene, in cui si assiste a un sovvertimento dei ruoli all’interno del triangolo: i personaggi passano da vittime a carnefici, da amanti a traditori, da avversari ad amici, alleati contro lo stesso oggetto del desiderio.

Esasperate, le caratteristiche di Doriana, Mario e Simone – i tre protagonisti – disegnano quasi la caricatura degli stessi, che perdono la credibilità di persone vere e diventano a tutti gli effetti personaggi, in un valzer di desiderio e gelosia che si evolve in un crescendo fino al paradosso: la comicità sfocia nella farsa.

Una cornice comica riuscita, quella di Amori da morire, nella quale i personaggi diventano macchiette e persino l’orchestrazione di un omicidio si trasforma in occasione di risata: tra battute sagaci e gergo romanesco, alcuni momenti dello spettacolo sfiorano l’arguzia dello sketch comico.

@ Michele Masullo

A farla da padrone per tutto lo spettacolo è il ritmo col quale le scene si susseguono, nell’equilibrio dei personaggi che sanno come tenere il palcoscenico.

Nel testo scritto e diretto da Gianni Pontilio, in scena nei panni del marito, particolarmente efficaci sono i dialoghi: fulminanti e paradossali, strappano la risata del pubblico che accetta lo strabordare dei personaggi e delle loro parole all’interno del gioco comico nel suo complesso ben riuscito.

Claudia Farina

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L'autore di questo articolo

Claudia Farina

È la più piccola dei flâneurs, con una chioma ribelle e un sacco di sogni. Fin da bambina innamorata del racconto e delle parole, saltella tra una storia e l’altra, tra la pagina e la vita. Laureata in Lettere Moderne, è alla ricerca costante di nuove ispirazioni e di luoghi dove imparare. La tesi sulla narrazione nella musica di Wagner è stata un colpo di testa (e un colpo di fulmine!). Suona il clarinetto da (un po’ meno di) sempre, ama la musica, l’amicizia quella vera, la natura, lo stupore e la Bolivia, che porta nel cuore. Crede negli incontri che cambiano la vita e la rendono speciale, come quello con Il Flâneur! Pensa molto (forse, troppo). Le piace viaggiare e scoprire il mondo, fuori e dentro i libri. Nella scrittura si sente a casa ed è convinta che la cultura, passione ribelle, sia davvero in grado di cambiare il mondo.