“Il gioco”, riflessione sul divario tra giustizia e libertà. La recensione del secondo spettacolo del Festival di Merate

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MERATE – «Innocente o colpevole: è una questione di tattica». Portato in scena dalla compagnia Calandra Teatro di Tuglie (Lecce), il secondo spettacolo del Festival nazionale di teatro città di Merate è tratto dal celebre romanzo La Panne di Friedrich Dürrenmatt del 1956. Un thriller psicologico che indossa la maschera dello scherzo.

Atto unico, senza interruzioni o cambi di scena, Il gioco è una chiacchierata tra amici che si svolge a casa di un giudice in pensione. Lì, quattro uomini di legge – un avvocato, un pubblico ministero, il giudice e un funzionario non meglio identificato – sono soliti riunirsi e trascorrere le serate giocando a interpretare se stessi, ma fuori dal loro ambiente lavorativo, liberi da verbali, tecnicismi e procedure.

Cinque sedie a semicerchio su un palcoscenico vuoto e un tavolino sgombro poco distante, questi gli unici elementi scenografici. I personaggi entrano in teatro, percorrono la platea e salgono sul palco. Il primo ad affacciarsi e un uomo affannato, che, rimasto a piedi a causa di un guasto alla sua auto, cerca un alloggio per la notte. Alfredo, commesso viaggiatore.

I quattro amici propongono ad Alfredo di trascorrere la serata con loro e di prendere parte al loro gioco, interpretando la parte dell’imputato. Il gioco si apre all’insegna della leggerezza, scandita da barzellette e da brindisi alcolici: appoggiati a terra, i calici vuoti di volta in volta si dispongono a comporre una cornice sul palcoscenico.

In un clima di ubriachezza crescente, i quattro giocatori si sbottonano le giacche, allentano le cravatte, arrotolano le maniche della camicia sopra i polsi. Troppo preso dal vino e dal tentativo di capire che cosa gli stia capitando, l’unico a sentirsi a disagio nel suo ruolo è il commesso viaggiatore, che, suo malgrado, si trova vittima di un processo a tutti gli effetti.

I quattro uomini di giustizia con domande indiscrete e occhiolini complici scavano nella sua vita e scovano ciò che stavano cercando: «il nostro amico ha avuto il merito di compiere il delitto perfetto!». In questo gioco, i delitti passano dall’essere colpe all’essere meriti: chi li compie, infatti, ha il merito di allietare i giocatori, che possono dare sfogo alla loro giustizia bizzarra e grottesca. «La quotidianità ci prosciuga l’anima. Questo gioco ci fa scorrere di nuovo il sangue nelle vene. La giustizia acquista di nuovo un senso», dice l’avvocato ad Alfredo.

Aumenta nell’imputato la sensazione di disorientamento, che, amplificata dal vino, ondeggia tra fraintendimenti, risate, confessioni, scherzi che non sembrano tali (e forse non lo sono?) e senso di inquietudine che cresce fino a sfiorare il terrore. Un gioco in cui – dice Alfredo – «a chi vi partecipa, dopo un po’ comincia a venire la pelle d’oca». I contorni tra scherzo e cosa seria si fanno sempre più sfocati, per il protagonista e per lo spettatore. Nel ritratto che i giocatori fanno di lui, Alfredo intravede bagliori di audacia, ombre, colpe e lati oscuri, che mai si è soffermato a guardare.

«Chi di noi può dire di conoscere se stesso, i suoi misfatti, i suoi segreti?» Una riflessione sulla ricerca della verità, sulle colpe con cui conviviamo e sulla giustizia, che spesso si ferma alle apparenze.

Il tono esilarante e goliardico dello spettacolo si protrae fino alla fine, quando il riso lascia spazio all’angoscia: l’ospite, presa consapevolezza della propria colpa e schiacciato dal suo peso, decide di autoinfliggersi la pena a cui è stato condannato per gioco.

Uno spettacolo che tiene in equilibrio perfetto il registro comico e quello tragico, sbilanciandosi a volte in favore dell’uno a volte dell’altro e creando un effetto di straniamento nello spettatore e nell’ospite, spettatore lui stesso di un gioco le cui regole sono confuse.

Claudia Farina

 

 

 

 

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L'autore di questo articolo

Claudia Farina

È la più piccola dei flâneurs, con una chioma ribelle e un sacco di sogni. Fin da bambina innamorata del racconto e delle parole, saltella tra una storia e l’altra, tra la pagina e la vita. Laureata in Lettere Moderne, è alla ricerca costante di nuove ispirazioni e di luoghi dove imparare. La tesi sulla narrazione nella musica di Wagner è stata un colpo di testa (e un colpo di fulmine!). Suona il clarinetto da (un po’ meno di) sempre, ama la musica, l’amicizia quella vera, la natura, lo stupore e la Bolivia, che porta nel cuore. Crede negli incontri che cambiano la vita e la rendono speciale, come quello con Il Flâneur! Pensa molto (forse, troppo). Le piace viaggiare e scoprire il mondo, fuori e dentro i libri. Nella scrittura si sente a casa ed è convinta che la cultura, passione ribelle, sia davvero in grado di cambiare il mondo.