“Mai morti” con Bebo Storti: un viaggio necessario nelle vergogne italiane

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LESMO – Mai nei suoi vent’anni di tournée c’è stato un momento migliore per assistere allo spettacolo di Renato Sarti che vede Bebo Storti vestire i panni di un reduce fascista, orgoglioso di tutte le peggiori nefandezze compiute dal regime, dalla RSI e dal successivo neofascismo. La pièce, intitolata Mai Morti e andata in scena a Lesmo nella penultima serata del festival L’ultima luna d’estate, è sembrata quasi necessaria, soprattutto se si osserva la situazione politica europea di questi ultimi anni: un revival di nazionalismi che sta attraversando il vecchio continente. Sì, è vero, già nel 1999, anno di debutto dello spettacolo, erano presenti avvisaglie che qualcosa stava accadendo: piccoli indizi trattati, però, alla stregua di inutili farneticazioni da bar, assurde idee di qualche sparuto e marginale movimento xenofobo. Nessuno, all’epoca, si sarebbe però immaginato che nel giro di una quindicina d’anni avremmo assistito a simili cambiamenti, dal modo di pensare e, soprattutto, di esprimersi alla diversa percezione dell’Europa e del mondo. Nessuno avrebbe potuto sospettare che alcune affermazioni, che in precedenza avremmo considerato come rigurgiti di un passato impossibile da risvegliare e figlie di idee che alcuni credevano sconfitte dalla storia, sarebbero tornate in auge.

Ed ecco, invece, il ritorno in tutta Europa delle peggiori banalità vittimistiche del più becero nazionalismo, infarcito come di consueto di razza, sangue, muri e frontiere, ma con un’arma in più: i social networks, in grado di moltiplicare la diffusione di tutte le peggiori teorie revisioniste, o addirittura negazioniste. È quindi per queste ragioni che è molto più utile assistere oggi a Mai Morti rispetto a dieci o vent’anni fa, in quanto permette di fare un salutare viaggio nelle vergogne italiane che abbiamo abilmente nascosto e manipolato, in tempi, quelli attuali, in cui un rumoroso e scomposto pensiero unico adombra (di nuovo) fantomatici complotti ai danni di una patria gloriosa, ancora una volta vittima innocente di oscuri nemici.

Ci fa bene essere condotti in questo viaggio proprio da una persona sgradevole, violenta, a tratti ubriaca, orgogliosa del suo sconvolgente passato di esponete mai pentito della X Mas. E così si viene catapultati nell’intimità della camera del protagonista e da lui guidati nei suoi ricordi farneticanti, in un vortice di personaggi e di eventi storici che vanno dalla guerra d’Etiopia ai fatti di piazza Fontana, occasione persa per un ritorno al bel tempo che fu. Vediamo apparire nel racconto istantanee di personaggi come Graziani, Badoglio o Borghese, di membri della Ettore Muti che torturavano civili e partigiani nei locali di quello che sarebbe diventato il Piccolo Teatro, ma anche di coloro che secondo il protagonista hanno omesso di raccontare (De Felice) o di confessare (Montanelli) gli atroci massacri in Africa Orientale (medaglie di cui vantarsi per il fascista di Storti). Proprio la parte dedicata all’Africa è forse quella che crea più disagio, la più efficace grazie a una musica ossessiva, a un ritmo incalzante e a volte soffocante, al ricordo questa volta lucido delle violenze e delle italianissime armi di distruzione di massa che tra i primi l’esercito fascista ha usato sui civili, alla descrizione minuziosa di luoghi e alla precisione sul numero dei morti, il tutto raccontato con un orgoglio che non può che disgustare. Una scena, questa, forse più importante delle altre, perché rappresenta una delle ancora troppo poche pietre che tentano di infrangere il mito degli italiani brava gente, del fascismo buono almeno fino all’entrata in guerra, del Mussolini costretto a commettere atrocità solamente dopo il patto con Hitler.

Un racconto di un’Italia nera, quindi, che oggi sembra quasi dimenticata perché, come molti sostengono, poco interessante e appartenente a un altro periodo storico irripetibile. Meglio occuparsi dell’attualità, di quelli che vengono definiti i veri problemi e del futuro, senza però accorgersi che l’Europa del futuro assomiglia sempre di più a quella del passato. Questo in un lento sgretolarsi di molti dei principi dati per acquisiti e poi progressivamente scivolati via in decenni di democrazia, con il consenso sbraitante di alcuni e l’assenso silenzioso e complice di altri.

Uno spettacolo, questo di Sarti, che da solo, certo, non può fermare una marea, ma che forse può ancora fare qualcosa e svegliare qualcuno dal torpore, ricordando cosa è stato il mondo per cui il personaggio interpretato da Storti ha combattuto e suggerendo come sarebbe oggi il nostro paese se lui e i suoi sodali avessero vinto, proprio come descrive perfettamente l’episodio raccontato nell’azzeccato incipit: «Un giorno un parlamentare di sicura fede fascista dice più o meno così ad un ex perseguitato politico ebreo e comunista: “anche se su barricate opposte tutti e due abbiamo lottato per il bene del nostro paese”. E l’altro: “sì, ma con una differenza: siccome abbiamo vinto noi, tu stai seduto sugli scranni del parlamento; se vincevate voi, io sarei ancora in galera se non peggio».

Daniele Frisco

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L'autore di questo articolo

Daniele Frisco

È il flâneur numero uno, ideatore e cofondatore del giornale. Seduto ai tavolini di un qualche bar parigino, lo immaginiamo immerso nei suoi amati libri, che colleziona senza sosta e che non sa più dove mettere. Appassionato di Storia e, in particolare, di Storia culturale, è un inarrestabile studente (!): tutto è per lui materia da conoscere e approfondire. Laurea? Quale se non Storia del mondo contemporaneo?! Tesi? Un malloppo sul multiculturalismo di Sarajevo nella letteratura, che gli è valso la lode. Travolto da un vortice di lavori – giornalista, insegnante di Storia, consulente storico e istruttore del Basket Lecco – tra una corsa di qua e una di là ama perdersi nel folk-rock americano, nei film di Martin Scorsese e di Woody Allen, nella letteratura mitteleuropea e, da perfetto flâneur, nelle strade della cara e vecchia Europa. Per contattarlo: daniele.frisco@ilflaneur.com