ARCHIVIO – Tra musica klezmer e parole della tradizione ebraica: a Barzago la “Memoria Musicale” del violinista Janos Hasur

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BARZAGO – Le parole di Zvi Kolitz, che con la sua penna ha dato voce a uno degli ultimi combattenti del ghetto di Varsavia, si intrecciano a preghiere ebraiche, citazioni, poesie e, come ci si immagina appena sentito il nome di Janos Hasur, alla musica del violino, che qui ripropone melodie della tradizione klezmer. Memoria Musicale, questo il titolo dello spettacolo che venerdì 3 febbraio alle 21 (nell’Aula Civica di via C. Cantù 4, a Barzago) porta ancora una volta in scena il violinista ungherese Janos Hasur, primo violino della storica Teaterorchestra di Moni Ovadia e dal ’99 performer solista, di volta in volta impegnato nel raccontare un po’ della cultura est-europea. Una serata, quella di venerdì, inserita nel cartellone dei Percorsi nella memoria 2017 – la rassegna promossa dal Consorzio Brianteo Villa Greppi in occasione del Giorno della Memoria – e che attraverso un sapiente mix di parole e suoni saprà creare un’atmosfera mistica e di ricordo.

janos-hasurE così, dopo averlo visto in diversi spettacoli dedicati all’est europeo, questa volta Hasur si cimenta in una performance sulla memoria della Shoah, che come anticipato prende le mosse da un racconto pubblicato per la prima volta a guerra finita e firmato dallo scrittore Zvi Kolitz, ebreo lituano emigrato in Palestina. Il testo, Yossl Rakover si rivolge a Dio, ha per narratore un combattente nella rivolta del ghetto di Varsavia: conscio dell’imminente fine della resistenza, Yossl Rakover parla al suo Dio, lo chiama in causa, gli chiede spiegazioni, domanda perché del suo silenzio dinanzi a un così immenso orrore.

«Il narratore – si legge nella presentazione dello spettacolo – sarebbe stato testimone di ogni sorta di orrori; avrebbe perso in condizioni atroci i suoi bambini, sua moglie. Unico superstite, ma per pochi istanti ancora, della sua famiglia, ci lascia a mo’ di testamento spirituale i suoi ultimi pensieri. Finzione letteraria, certo; ma finzione nella quale tutti noi riconosciamo con sbalordito turbamento la nostra vita».

L’ingresso è libero.

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