RADIO FLÂNEUR – “Ritorno al fuoco” dei Gang. Nuove storie senza tempo per il ritorno a casa dei fratelli Severini

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I Gang sono tornati a casa. Non è che fossero mai andati via, ma stavolta le Radici hanno prevalso sulle Ali e il sacro richiamo del fuoco ha portato i fratelli Marino e Sandro Severini a ritrovare la via di casa, sedersi intorno al fuoco, imbracciare le chitarre e raccontare come solo loro sanno fare nel panorama rock italiano le nuove storie raccolte durante il loro girovagare per l’Italia e il mondo, tra le Marche e l’America dove per l’appunto ha preso forma ed è stato registrato il loro nuovo album d’inediti Ritorno al fuoco. Le tracce che compongono questo disco rappresentano l’ultimo tassello di un’unica grande narrazione, sono l’epica che eleva e rende immortali le vite dei numerosi protagonisti cantati negli undici brani, una forza che riesce a donare ulteriore spessore e dignità “all’umanesimo di razza contadina” da sempre alla base del canzoniere dei Gang.

Sublimazione del percorso intrapreso dai fratelli Severini con gli ultimi due dischi in studio, Ritorno al fuoco può considerarsi il capitolo conclusivo di una sorta di “Trilogia del Ritorno” avviata con Sangue e cenere nel 2015 e proseguita due anni dopo con Calibro77, le cui nuove canzoni rappresentano alla perfezione il fatidico cerchio che si chiude. Prodotto ancora una volta da Jono Manson insieme alla sua ciurma di musicisti americani e realizzato grazie a una stupefacente campagna di crowdfunding che ha coinvolto più di 1600 persone tra amici e fans del gruppo, è un disco che sa di già sentito nonostante sia composto da pezzi totalmente nuovi, ma che proprio per questo piace, cresce e commuove ancora di più dopo ogni ascolto. Ritorno al fuoco è un tripudio di suoni e arrangiamenti che donano forza e freschezza al rock barricadero dei Gang, ma allo stesso tempo è anche un caleidoscopio di rimandi e autocitazioni a vari episodi della discografia della band, come una certezza alla quale aggrapparsi in questi tempi pandemici sia a livello sanitario che culturale. Le nuove canzoni disegnano la rotta perfetta per tornare a casa dopo anni di esilio, di ali e radici, di storie d’Italia e sguardi aperti verso il mondo, di approdi e ripartenze verso nuove terre e altrettanti incontri con nuovi banditi senza tempo in ogni angolo del mondo.

E così, dopo il rinnovato slancio dimostrato in Sangue e cenere e il viaggio tra le canzoni che hanno formato i fratelli Severini in Calibro77, nella grande narrazione dei Gang trovano posto nuovi eroi contemporanei come José Mujica (El Pepe), Mimmo Lucano (Un treno per Riace), Modesta Valenti (Via Modesta Valenti), Concetta Candido (Concetta) e Pier Paolo Pasolini (A Pa’, cover del celebre pezzo di De Gregori), ma al tempo stesso compaiono ancora una volta l’antifascismo militante degli anni ’70 (La Banda Bellini), l’attualità rappresentata dall’esperienza socio-politica del Rojava in Siria (Rojava libero) e dalle rivolte dei ragazzi kashmiri che – in nome della propria libertà calpestata – lanciano sassi contro le forze di sicurezza indiane (Azadi), oltre alla Storia spesso tragica del nostro passato da emigranti in America (Dago). A completare l’opera nuova dei Gang c’è posto anche per una canzone d’amore (Amami, se hai coraggio) e un brano più intimista e autobiografico (A volte).

In questo ultimo disco – ha affermato Marino Severini, voce e leader dei Gang – ho voluto cantare quattro Utopie che negli ultimi tempi si sono realizzate, storicizzate e materializzate nella Storia dell’Umanità. Ma anche quattro grandi Chiamate alle quali il nostro Paese, come gran parte dell’Occidente, ha in gran parte disertato… almeno fino ad ora”. “La prima – prosegue Marino – è la nuova Intifada del Kashmir in Azadi, con gli orrori che i governi indiani da anni perpetrano in questa regione ai confini col Pakistan, di cui in Italia non si sa e non si dice niente di niente. Un’altra canzone è El Pepe, dedicata alla visione grande, all’Utopia del “tutto il potere alla Felicità” che trova in Pepe Mujica l’ambasciatore, il profeta, il messaggero. Un treno per Riace è dedicata a Riace, o meglio al “modello Riace”, quello dell’accoglienza e della Interazione con l’Altro, un modello sconfitto ma che arde ancora sotto la cenere e che va assolutamente ripreso e riacceso al più presto. La quarta canzone è Rojava libero, l’ultima Frontiera, l’orizzonte che chiama al Futuro dell’Umanità […]. Nel nord-est della Siria si è realizzata un’Utopia – conclude Severini – e i punti di riferimento ideologici di questo confederalismo sono due: ecologismo e femminismo. In questa Rivoluzione il ruolo delle donne è stato fondamentale, decisivo e capace di fare la Differenza […]. Il Rojava ha insegnato a tutti noi che non c’è più bisogno di “dare l’assalto al Cielo” perché il Paradiso si può benissimo costruire e conquistare qui, sulla Terra”.

Ritorno al fuoco si apre in pompa magna sulle note trascinanti de La Banda Bellini, descrizione in musica dei ragazzi del Casoretto di Lambrate, attivisti del Movimento nato a seguito del ’68, comunisti per nascita ma decisi a ribellarsi persino alle volontà dei padri, del partito e del sindacato sull’onda degli eventi del Maggio francese e in nome di una libertà ancora più ampia. Militanti e antifascisti, ma autonomi da ogni etichetta di partito o organizzazione riconosciuta, i ragazzi della banda Bellini sono presenti in forza ad ogni corteo o manifestazione antifascista nella Milano degli anni ’70: ogni volta si schierano contro sbirri e fascisti di ogni genere, assumendo anche nella canzone il ruolo di rivendicatori e difensori della libertà come antichi banditi o nuovi partigiani: “Lambrate, Casoretto, terra di frontiera, fabbrica o galera, la legge è questa qua… ma c’è chi non si arrende e la vita si riprende, la vita non si compra, la vita non si vende… la Banda Bellini non fa prigionieri, ribelli, guerrieri della libertà, non sono operai, non sono studenti, sono i combattenti della libertà!” Arrangiamento arrembante che richiama da vicino e non a caso, visto l’argomento trattato, brani della Resistenza come La Brigata Garibaldi o Alle barricate degli stessi Gang, con i fiati e le trombe a dar manforte alle chitarre e alle tastiere come era già accaduto brillantemente in brani come Nel mio giardino.

Con Via Modesta Valenti si volta bruscamente pagina, almeno musicalmente parlando, visto che dalla marcia trionfale de La Banda Bellini si passa al lento e solenne incedere di episodi come Marenostro, Ottavo kilometro o Se mi guardi vedi, per una ballata acustica che tratteggia il primo ritratto femminile del disco. Si tratta di un ricordo molto poetico di Modesta Valenti, un’anziana donna senza fissa dimora originaria del Friuli ma morta a Roma nel 1983 senza ricevere i soccorsi in quanto ritenuta sporca e coi pidocchi, diventata proprio per questo ben presto il simbolo per la Comunità di Sant’Egidio e per tutti coloro che vivono e muoiono lungo le strade delle nostre città: “Via Modesta Valenti, c’è un altare di neve, ci sono corone di spine, c’è un silenzio feroce… sono ombre sui muri in cerca del fuoco, sono angeli e diavoli ubriachi di vento caduti nel vuoto… e la notte li sputa sulla faccia di Dio… Tu che puoi coprili d’oro e poi prendili per mano, tu che puoi portali in volo sopra i tetti, oltre il cielo e profuma i loro sogni, metti un fiore sul cuscino, tu che puoi canta per loro, spezza il pane, versa il vino…”.

Si torna al combat-rock più puro con la successiva Rojava libero, grido di speranza per la regione autonoma a nord-est della Siria che prende il nome da un termine curdo che significa “occidente” e costituitasi in seguito alla guerra civile siriana sulla base di valori come ecologismo, femminismo e confederalismo, ma anche laicità, decentramento, uguaglianza di genere, tolleranza multietnica e multi-religiosa. Introdotta dal suono dolce del mandolino, il brano lascia ben presto spazio alle chitarre elettriche di Sandro Severini, che nel finale si lancia in un assolo degno delle storiche Le radici e le ali o La lotta continua, così come della più recente Sangue e cenere. Nel complesso la canzone è un ottimo esempio – l’ennesimo da parte dei Gang! – di come si possa fare ancora canzoni impegnate e soprattutto del buon rock in italiano senza per forza scrivere testi di merda, buoni solo per qualche passaggio in più nelle radio: “Fiore del deserto, terra del tramonto, ultima preghiera, lingua dei profeti, popolo di eroi, sangue sulla pietra, stella che risplendi rossa come il fuoco, tu sei la bandiera, fiume che risorgi nei secoli dei secoli ad ogni primavera… Rojava libero, Rojava libero!”.

Nonostante l’impegno sempre ben presente nei loro brani, anche i Gang sanno scrivere canzoni d’amore: Amami se hai coraggio è per l’appunto un’ottima ballata che celebra i sentimenti con forti influenze soul che riportano alla mente la splendida Più forte della morte è l’amore, mentre il testo cita direttamente altri due titoli del canzoniere dei Gang, ovvero Io e te e la meno nota Il tempo in cui ci si innamora: “In fondo agli occhi nascondi il vento, quando ti specchi nel tuo giardino… solo per te il sole sorge, sorge per te ogni mattino… come un’isola che canta, come un cerchio che si chiude, come un gioco senza regole, come noi, io e te… Amami se hai coraggio, è questo il tempo in cui ci si innamora… Amami se hai coraggio, arrenditi all’amore, senza paura…”.

Trombe in stile mariachi e un sound sferragliante da confine messicano fanno da sfondo alla festosa Un treno per Riace, viaggio metaforico di un treno che come quello del Generale di De Gregori “è mezzo vuoto e mezzo pieno” e punta dritto verso la terra del sindaco Mimmo Lucano, che ha fatto della sua città il luogo dove applicare un nuovo modello vincente di accoglienza per i tanti migranti sbarcati lungo le coste italiane. Un eroe del nostro tempo, che ha fatto dell’integrazione la sua bandiera e che per questo non solo è stato attaccato a mani basse dalla destra più becera che popola e spopola nell’Italia di oggi, ma è stato anche abbandonato dalla sinistra nel momento di maggior difficoltà. I Gang ovviamente si schierano dalla parte degli ultimi e di chi, come il sindaco Mimmo Lucano, questi ultimi ha tentato di difendere e integrare, cantando di quel treno il cui viaggio sembra “una rumba, ma se rallenta diventa un tango”: “Con la pioggia e con il vento, con la luna e con le stelle, con la neve sopra i monti, con il sole sulla pelle… Oltre tutte le frontiere, i deserti e le città, fino a Riace questo treno arriverà… Non so quando arriveremo, se all’alba o al tramonto, quel che conta è che ci aspetta di sicuro un altro mondo… Come passa la bellezza, passeremo via cantando, sopra questo treno che fino a Riace ci sta portando…”.

Fra i tanti banditi e fuorilegge presenti nel disco – intesi nel senso letterale di chi combatte la legge per riaffermarne il principio – c’è spazio anche per una ballata acustica e molto autobiografica, intitolata A volte e che, al primo ascolto, sembra uscita direttamente dalla penna di Dario Canossi e dei suoi Luf; un bel ritratto della figura del cantautore, ma soprattutto delle forze e delle fragilità che ne costituiscono il suo essere uomo prima ancora che artista: “A volte vorrei tanto rivoltare il mondo, a volte grazie al cielo mi basta a verti accanto, a volte sulla strada mi sento da per me, a volte piango e non so perché…”.

Si torna ancora verso il Sud del Mondo con El Pepe, ritratto pressoché perfetto sia nel testo che nell’arrangiamento dell’ormai ex presidente uruguaiano Josè Mujica, detto per l’appunto “El Pepe”. Per tutto quello che ha incarnato Mujica – dal suo essere “ambasciatore e messaggero dell’utopia del potere alla felicità”, oltre che un presidente povero e sempre tra la sua gente – non poteva non finire nel canzoniere dei Gang, che per l’occasione rispolverano il sound che a suo tempo costituì l’ossatura di Chico Mendes, altra figura di enorme rilevanza per tutto il Sudamerica. Il testo è un elogio delle qualità di El Pepe, con un ritornello trascinante e veramente riuscito: “El Pepe parla e tutto torna, il Pane, il Sole, la Vita e la Speranza… Pepe, il presidente ha un cane con tre zampe, Pepe quando cammina, il passo di un gigante, Pepe la Vittoria, Pepe l’Unità, Pepe la Bandiera e Terra e Libertà, Terra e Libertà!”.

Con la successiva Concetta si rallenta ancora una volta e si torna in Italia, più precisamente a Settimo Torinese in provincia di Torino, nel Piemonte operaio, per dare voce alla tragica vicenda di Concetta Candido, una lavoratrice che il 27 giugno 2017 si è cosparsa d’alcol e si è data fuoco nella sede dell’INPS di Torino Nord dopo aver perso il posto di lavoro come addetta alle pulizie per conto di una cooperativa presso una birreria locale e non aver percepito alcun sussidio a lei spettante. Concetta si inserisce a pieno titolo nel filone dei pezzi dei Gang come Sesto San Giovanni o Non finisce qui e come ha scritto Marino Severini “è una storia esemplare che ha a che fare con tutti noi, molto più di quanto siamo disposti a credere. Gli uomini e le donne come Concetta sono i nuovi operai, senza sindacati né tutele, protagonisti involontari di una corsa al ribasso nel precariato, nel lavoro nero e nelle retribuzioni. Ed è forse significativo che il fuoco di Concetta sia divampato nella stessa città marchiata dal rogo della ThyssenKrupp, che anticipò la metamorfosi sociale in atto ormai da decenni nel nostro Paese”. Per dirla con Jannacci, Concetta è una Vincenzina che la fabbrica – in questo caso la cooperativa fasulla e inventata dagli stessi datori di lavoro! – ha umiliato e sconfitto definitivamente, costringendola a un gesto estremo che le ha causato gravi ustioni su tutto il corpo, senza per fortuna ucciderla: “Un tempo era la fabbrica, la lotta e il sindacato, ne han fatto una riserva chiusa fra il raccordo e la ferrovia… Concetta ha perso tutto, la casa e il lavoro, per lei non c’è più posto, per lei nessun futuro e allora stamattina Concetta si dà fuoco perché Concetta stamattina non vuol morire più… E bruciano le mani, brucia la speranza, bruciano anche gli occhi, brucia questa stanza, e tutto fuori e dentro brucerà… Pioggia di case, ruggine sui fiori, Torino tu che dici? Torino tu che fai? Torino non importa, hai altro a cui pensare… Torino che ne sai, tu che non hai mai visto il mare…”.

Un’altra storia che ribalta la visione comune dell’emigrazione è quella narrata in Dago, nella quale a ritmo di un forsennato tex-mex e chitarre in grande spolvero si racconta di quando eravamo noi italiani a lasciare il Bel Paese per cercare fortuna Oltreoceano e non sempre finiva bene. Quella di Dago – un termine che ha incerte origini etimologiche, ma che a seconda delle interpretazioni può derivare dalle espressioni inglesi “they go” (tradotto in italiano “finalmente se ne vanno”) o “until the day goes” (“fin che il giorno se ne va”, inteso come “lavoratore a giornata”), dalla storpiatura dei nomi Diego e Diogo (coniata dalla marina mercantile inglese e statunitense per apostrofare i marinai spagnoli e portoghesi a inizio del XIX secolo), ma soprattutto dalla parola inglese “dagger” (“coltello”, usata in maniera dispregiativa per dipingere lo stereotipo dell’italiano come accoltellatore, predisposto ad adoperare proprio il coltello) – è la storia di un eccidio avvenuto il 14 marzo 1891 a New Orleans, quando una folla di cittadini assalì la prigione locale e uccise 11 immigrati italiani, in particolare siciliani. Una canzone che arriva a parlare dell’attualità passando per l’inevitabile lume della Memoria della nostra Storia più recente da tenere sempre accesa: “Come cani venuti dall’inferno, senza volto e senza nome, e tutti che gridavano: morte, a morte i dagos… Eran cento, mille, diecimila e presero d’assalto la prigione, su di noi tutti i colpi scaricarono, chi col fucile, chi col bastone… Tanto l’odio, tanto era il furore che là fuori ai pali ci impiccarono, e la folla feroce che gridava: morte, a morte i dagos… Dago, oh dago, sudore e sangue amaro, dago, schiavo della loro libertà…”.

Prima del gran finale, è la volta dell’unico brano del disco non firmato dai Gang: si tratta della cover di A Pa’ di Francesco De Gregori, dedicata a Pier Paolo Pasolini e alla quale i fratelli Severini sono sempre stati legati, così come al pensiero dello stesso Pasolini. Il brano funziona benissimo e rappresenta il perfetto anello di congiunzione tra questo Ritorno al fuoco e il predecessore Calibro77, nel quale i Gang avevano già omaggiato De Gregori con la splendida Cercando un altro Egitto: “Non mi ricordo se c’era luna né che occhi aveva il ragazzo, ma mi ricordo quel sapore in gola e l’odore del mare come uno schiaffo… A Pa’, tutto passa, il resto va…”. Perfetta e definitiva in tutta la sua classicità.

La traccia finale di Ritorno al fuoco è Azadi, una parola urdu che rappresenta un concetto da sempre caro ai Gang e molto presente anche in questo nuovo album: libertà! Sostenuta da un’intro piena di strumenti etnici, Azadi è, per citare ancora una volta le parole di Marino Severini, “un inno, una preghiera, ma anche un grido che ha invaso le strade del Kashmir contro quella che è considerata l’occupazione indiana e che poi ha trovato eco per le strade dell’India nella voce degli oppositori al nazionalismo indù”. Azadi è dunque il canto finale di chi da sempre difende la propria terra, quello con cui in questo nuovo lavoro si concludono le danze attorno al fuoco prima di andare a dormire, un modo per darsi la buonanotte certi che, nella resistenza per una libertà tanto agognata, il mattino seguente sarà migliore della giornata appena trascorsa: “E’ notte e il fiume canta sotto le stelle, racconta il vento le Città del Sole… e danzano i ribelli e batte il cuore, tiene lontana la paura dal dolore… libera è la terra che cammina, col passo di chi non si arrende e gira, danza e gira e si fa bella solo per chi la terra la difende… Azadi, azadi, azadi… ”.

Il risultato di questo ennesimo intreccio di storie e personaggi, condito da un sound ancora una volta molto “americano” sempre in bilico fra tex-mex, soul, influenze mariachi e l’ormai consolidato rock barricadero in salsa marchigiana dei Gang, è un disco energico, vitale, sorprendentemente bello ma soprattutto utile e necessario: Ritorno al fuoco sancisce la “long walk home” dei Gang e laddove Springsteen giusto quarant’anni fa era sceso “down to the river” per ritrovare quei valori e quei “legami che ci uniscono”, i Gang scelgono invece di sedersi attorno al fuoco di casa, prendendosi tutto il tempo che serve per cercare di riaccendere in noi la scintilla dell’entusiasmo, del senso di Comunità e del sentirci Popolo attraverso l’esempio e i valori rappresentati dai protagonisti cantati nelle nuove canzoni. Canzoni che, come ha sottolineato Marino Severini, «ho scritto perché mosso da una voglia, da un desiderio che è quello di mandare affanculo la solita lagna che si ascolta ovunque e da tempo in questo Paese: “ma è tutto finito, ormai non c’è più niente e nessuno per cui vale la pena lottare, ecc ecc…”. Ecco: queste canzoni non sono la solita lagna ma “cantano” tutta un’Altra Verità!». Canzoni che già dal primo ascolto ti prendono per mano e ti accompagnano in un viaggio alla scoperta di altri mondi e nuove storie spesso poco conosciute che vale sempre la pena di andare ad approfondire, per poi riportarle a casa e ricantarle tutti insieme attorno al fuoco della nostra Comunità.

È quello che dovrebbe fare l’Arte.
È quello che dovrebbe fare la Musica.
È quello che hanno fatto i Gang.
Una volta. E per sempre.

Matteo Manente

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