Musica con le ali. I migliori album del 2019 secondo “Radio Flâneur”

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Già dal titolo di questo articolo relativo alla musica ascoltata nel 2019 è possibile intuire quale sia stato – almeno a insindacabile giudizio di chi scrive – il miglior disco dell’anno per quanto riguarda il mondo della canzone d’autore, genere prediletto da tempo sulle frequenze di Radio Flâneur. Ma andiamo con ordine, perché di bei dischi ne sono usciti parecchi anche in questi ultimi dodici mesi. Con una netta predominanza di ascolti in campo italiano rispetto a quelli di stampo internazionale, il 2019 che va concludendosi ha visto mantenere un’ottima qualità complessiva dei dischi pubblicati, almeno per quanto riguarda quegli artisti da sempre attenti a coniugare musica e parole con l’intento di raccontare sé stessi e il mondo che li circonda.

Musica italiana

In un ipotetico podio italiano, la parte del leone spetta senza dubbio a Niccolò Fabi e al suo Tradizione e tradimento: il cantautore romano, tornato a un disco di inediti dopo un capolavoro difficilmente replicabile come Una somma di piccole cose, è riuscito a superarsi ancora una volta e a sorprendere tutti con un album stratosferico per scrittura, composizione e arrangiamenti, sempre in perfetto equilibrio fra passato e futuro, fra radici e nuovi orizzonti, fra elementi tipici della sua tradizione artistica e altri, per l’appunto, di tradimento e rottura, che rispecchiano un processo di moto continuo e una costante ricerca musicale in bilico fra le solite atmosfere minimali e nuovi echi di elettronica sapientemente dosati. Nove canzoni una più bella dell’altra, fra cui spiccano A prescindere da me, Nel blu, il singolo apripista Io sono l’altro, I giorni dello smarrimento, Scotta e Amori con le ali (a cui si deve lo spunto per il titolo di questo articolo).

Altro disco prezioso, curatissimo e mirabolante per ricchezza di suoni, idee e racconti è stato La terra sotto i piedi di Daniele Silvestri: venticinque anni di carriera alle spalle e una freschezza disarmante nel muoversi fra parole e note, ormai tipiche di uno dei migliori cantautori della scena nazionale, hanno fatto del suo nuovo lavoro uno dei dischi migliori dell’anno che sta volgendo al termine. Tra le quattordici tracce dell’album, meritano una menzione particolare Concime, Rame, Qualcosa cambia, Prima che, Scusate se non piango, Tutti matti, La vita splendida del capitano, la sanremese Argentovivo (in collaborazione con Rancore e Manuel Agnelli) e le geniali quanto ironiche Blitz gerontoiatrico e Complimenti ignoranti.

Sempre fra gli artisti del Bel Paese, prova notevole per Ligabue e il suo Start: un rinnovato slancio creativo e una produzione del tutto inedita per il rocker di Correggio hanno reso l’album più corto nell’ormai trentennale discografia del Liga un disco decisamente riuscito, ispirato e ricco di storie da ascoltare a suon di rock e chitarre, fra cui spiccano Polvere di stelle, Mai dire mai, Quello che mi fa la guerra, Il tempo davanti oltre ai singoli Certe donne brillano e Luci d’America.

In campo folk ha stupito positivamente la prova di Cisco, che per registrare il suo Indiani e cowboy è volato fino in Texas per dare continuità a una lunga e importantissima tradizione che va dalla Via Emilia al West: dieci tracce inedite vestite di un sound fresco, molto chitarristico e per certi versi innovativo per il cantautore emiliano, necessarie però per raccontare come è nel suo stile vicende e personaggi del nostro tempo (Adda venì Baffone, Non in mio nome, Don Gallo, L’erba cattiva e Bianca su tutte).

Quasi allo scadere dell’anno è arrivato un altro disco di ottima fattura, e visto il calibro dell’artista non poteva essere altrimenti: D.O.C. di Zucchero è un album praticamente perfetto, nel quale emergono al 100% il carattere, la passione e il carisma del bluesman emiliano che ormai è a tutti gli effetti uno degli artisti più internazionali che abbiamo. Undici brani nuovi di zecca che profumano di Mississippi come di Emilia, di soul come di pop, di vino buono che migliora con il passare del tempo (imperdibili Spirito nel buio, La canzone che se ne va, Sarebbe questo il mondo, Cose che già sai, Soul mama, Nella tempesta, Tempo al tempo scritta con De Gregori e Testa o croce nata da un testo di Van de Sfroos).

Emozionante ma per motivi ben diversi – e qui dobbiamo aggiungere un triste “purtroppo” – è risultato essere Torneremo ancora di Franco Battiato: di tutto e di più s’è detto su quella che quasi sicuramente sarà l’ultima pagina della carriera discografica del Maestro siciliano, da tempo lontano dai riflettori per una sospetta e non meglio specificata malattia. Il disco è il frutto delle registrazioni avvenute durante le prove del tour del 2017 tenuto da Battiato insieme alla Royal Philharmonic Cocnert Orchestra e comprende versioni splendide di classici intramontabili come La cura, Povera patria, Lode all’inviolato, L’animale, I treni di Tozeur, E ti vengo a cercare e l’immancabile L’era del cinghiale bianco, a cui si aggiunge l’inedito Torneremo ancora: un brano etereo in tipico stile Battiato, con il quale l’artista siculo, con voce apparentemente stanca e affaticata, pare congedarsi per l’ultima volta dai suoi ascoltatori, cantando versi come “La nascita è come il risveglio, finché non saremo liberi torneremo ancora, e ancora…”; naturalmente speriamo tutti che non sia un addio definitivo, ma il disco – e soprattutto le voci che si sono rincorse al momento della sua pubblicazione – sembrerebbero portare verso questa triste direzione.

Fra le altre numerose prove in studio di artisti italiani, si sono fatti notare L’altra metà di Francesco Renga, che dopo l’apparizione a Sanremo con il singolo Aspetto che torni, ha pubblicato un disco rivolto alle giovani generazioni e ricco di buone canzoni pop (L’odore del caffè, L’amore del mostro, Oltre, Prima o poi, Bacon) nate dalla collaborazione con diversi artisti della nuova scena italiana (Ultimo, Gazzelle e Zampaglione fra gli altri). Di ritorno verso le proprie origini musicali più rock e sanguigne possiamo parlare senza dubbio per Gianna Nannini e il suo nuovo album intitolato La differenza, nel quale, oltre al singolo omonimo che l’ha preceduto in radio, spiccano le eccellenti Per oggi non si muore, L’aria sta finendo, Gloucester Road, Assenza, Liberiamo e Canzoni buttate. Piacevole e ricco di novità è risultato essere anche Diari aperti (Segreti svelati) di Elisa, riedizione con parecchio materiale inedito (In piedi e Diari aperti, oltre alle tracce in inglese) rimasto fuori dell’ultimo lavoro della cantante friulana uscito l’anno scorso. Restando in ambito femminile, degno di nota anche Viva da morire di Paola Turci, disco uscito dopo la partecipazione della cantautrice romana al Festival di Sanremo e ideale prosecuzione del discorso avviato col precedente e fortunato Il secondo cuore: un album ricco di belle canzoni, cantate e arrangiate come si deve, tra cui spiccano la sanremese L’ultimo ostacolo, la hit Viva da morire, L’arte di ricominciare, La vita copiata in bella e Piccola. Stando ai primissimi ascolti, invece, non ha raggiunto le (altissime) aspettative Mina Fossati, il disco a quattro mani scritto per Mina dal cantautore genovese che per l’occasione è tornato sulle scene dopo il ritiro del 2011: canzoni molto di maniera (L’infinito di stelle, Farfalle, Luna diamante, La guerra fredda, Tex-Mex, Ladro) che per quanto di altissima classe, non riescono quasi mai a incidere fino in fondo, nonostante la scrittura tipica dell’ultimo Fossati. Rimanendo sul versante cantautorale, i Nomadi hanno dato alle stampe Milleanni, una breve raccolta di brani del passato (Bianchi e neri, la storia, Con me o contro di me, Mamma giustizia…) legati dal filo comune dell’attualità, ai quali si aggiungono due ottimi inediti (Milleanni e L’orizzonte di Damasco) e una versione mai pubblicata di Ma noi no cantata da Augusto Daolio nel 1989. Fra i più giovani, Alessandro Sipolo con il suo Un altro equilibrio si è confermato uno dei cantautori più interessanti degli ultimi anni, così come l’ennesima conferma è arrivata dal rock diretto e senza fronzoli di Carlo Ozzella, che a gennaio ha rilasciato il breve ma interessante EP Fogli sparsi, ideale seguito dell’ottimo Demoni e preludio a un disco – si spera – di prossima pubblicazione.

Sul versante degli album dal vivo, si segnalano gli ottimi lavori degli Afterhours con Noi siamo Afterhours (resoconto audio e video del concerto-evento per i trent’anni del gruppo festeggiati al Forum di Assago), il live acustico dei Modena City Ramblers intitolato Riaccolti (ideale seguito vent’anni dopo di Raccolti e contenente quindici brani storici più l’inedito che dà il titolo al disco, registrati al mitico studio Esagono di Rubiera), il più che gradito ritorno dopo diversi anni di silenzio discografico di Davide Van de Sfroos con il bellissimo doppio album dal vivo Quanti nocc (resoconto degli ultimi tour dell’artista lombardo, con nuovi arrangiamenti per molti classici del suo canzoniere, da Pulenta e galena fregia a Sciuur capitan e tante altre perle lacustri), la legacy edition di Infinito e del relativo tour dei Litfiba nel 1999 e il celebrativo Sotto il segno dei pesci Live Anthology di Antonello Venditti, che proprio durante quest’anno ha festeggiato in lungo e in largo il quarantesimo anniversario di uno dei dischi più importanti della sua carriera (imperdibili i duetti con De Gregori su Roma Capoccia, Bomba o non bomba, Sempre e per sempre e Attila e la stella).

Direttamente dal Festival di Sanremo sono arrivate invece alcune delle raccolte e dei best of più interessanti dell’anno: per il proprio decennale gli Zen Circus hanno pubblicato Vivi si muore 1999-2019 (17 brani del repertorio più gli inediti L’amore è una dittatura e La festa), mentre i Negrita sono tornati al Festival in occasione del loro venticinquesimo di carriera pubblicando Negrita 1994-2019. I ragazzi stanno bene, un bel doppio cd antologico con gli inediti I ragazzi stanno bene, Andalusia e Adesso basta. Infine, il festival della canzone italiana ha segnato il ritorno alla forma canzone di Simone Cristicchi, che dopo diversi anni a proporre interessanti spettacoli teatrali ha rilasciato l’ottima raccolta Abbi cura di me.

Infine, merita una nota a margine il cofanetto Note di viaggio, capitolo 1: Venite avanti…, album-tributo alle canzoni e all’arte di Francesco Guccini, nel quale alcuni dei maggiori esponenti della canzone italiana (Ligabue, Carboni, Bersani, Agnelli, Elisa, Consoli…) interpretano alcuni dei brani più significativi del Maestrone (Incontro, Auschwitz, Canzone delle osterie di fuori porta, Scirocco, L’avvelenata…) sotto la sapiente guida e direzione di Mauro Pagani. Il risultato è un disco curatissimo negli arrangiamenti, in cui spiccano l’evidente riuscita degli abbinamenti fra artisti e canzoni, fermo restando che la Voce di Guccini – qui presente con l’inedito dialettale ed emozionante Natale a Pavana, musicata per l’occasione da Pagani – è sempre e sempre sarà tutta un’altra cosa.

Musica internazionale

Sul versante estero, la palma d’oro degli ascolti di Radio Flâneur non può che andare a Bruce Springsteen, l’indiscusso Boss della musica americana che nel 2019 ha messo a segno una doppietta discografica (e un film) legati al suo ultimo progetto Western stars. Un disco in studio uscito a giugno – il migliore degli ultimi anni fra gli album di inediti di Springsteen, sia per scrittura che per produzione e arrangiamenti – e una successiva riedizione in chiave live delle stesse canzoni (da Hello sunshine a Tucson train, passando per The wayfarer fino alla cover conclusiva di Rhinestone cowboy che da sola vale la versione live del disco!) suonate nella sua fattoria del New Jersey per costruire la colonna sonora all’omonimo film in uscita nelle sale cinematografiche a inizio dicembre: una confessione a cuore aperto sulla sua vita filtrata come solo Springsteen sa fare attraverso una carrellata di nuovi personaggi, sconfitti dalla vita ma mai domi.

A proposito di vecchi guardiani del rock, proprio allo scadere del 2019 è arrivato una delle sorprese più inaspettate dell’anno, a firma di uno dei gruppi più importanti della musica rock mondiale: WHO, degli eterni e a quanto pare inossidabili The Who, è un album incredibile per sound e freschezza, nel quale – specialmente nella prima parte – si sentono ovunque echi e richiami ai formidabili Tommy e Quadrophenia. La classe è classe e quando Roger Daltrey canta in maniera così cristallina e Pete Townshend spara schitarrate taglienti come solo lui sa fare, le canzoni non possono che trarne beneficio immediato; tra i brani imperdibili, l’opening All this music must fade (un rock n’ roll che la dice lunga sulla voglia di fare degli Who, con The real me dietro l’angolo), Ball and chain (testo d’attualità che cita Guantanamo e un mood sonoro vicino a certe atmosfere di Tommy, con un piano inziale che sembra lanciare da un momento all’altro Pinball wizard), I don’t wanna get wise (rock di gran respiro con un bell’inciso), Detour (che sul finale cita apertamente Won’t get fooled again e Baba O’Riley), la gran ballata Beads on one string, Hero Ground Zero (gli Who nel loro tipico wall of sound, tra chitarre elettriche e grandi orchestrazioni), Street song e la malinconica I’ll be back (ottima ballad con tanto di armonica inziale che mette i giusti brividi).

Segue a distanza In the end dei Cranberries, il disco postumo del gruppo irlandese che contiene le ultime registrazioni effettuate da Dolores O’Riordan insieme alla sua band poco prima di morire prematuramente, fra cui gli ottimi singoli All over now, Wake me when it’s over e l’epitaffio conclusivo In the end. Di notevole rilevanza anche il ritorno al rock libero e selvaggio di Neil Young e dei suoi Crazy Horse, sguinzagliati per l’occasione tra i solchi del nuovo Colorado (da segnalare l’interminabile She showed me love, ma anche le altre nove tracce confermano uno dei sodalizi più importanti della storia musicale americana), così come di pregevole fattura risulta il tribale richiamo alle origini africane della musica di Santana con Africa speaks (tamburi e ritmi tipici del continente nero in tutte e 11 le tracce del disco, ma quando Santana accende la sua chitarra incendia tutto con il suo tocco sempre inconfondibile).

Tra le raccolte, invece, ottima risulta quella di Sting che in My songs reinterpreta una manciata dei suoi cavalli di battaglia suddivisi tra repertorio solista e Police (tra i brani, le immancabili Every breath you take, Fields of gold, Fragile, Roxanne, Message in a bottle e tante altre). Uscito giusto in tempo per le festività natalizie, Pink Floyd The later years 1987-2019 è la trasposizione in un unico cd del materiale contenuto nel ben più voluminoso box dedicato all’ultima fase di carriera della storica band britannica, quella successiva all’abbandono di Roger Waters: sebbene si tratti dei Pink Floyd orfani del bassista e mente geniale di capolavori come Animals o The Wall (che proprio nel 2019 ha festeggiato le 40 candeline!), il disco offre un ottimo spaccato sugli show e il materiale prodotto in quegli anni… e trattandosi pur sempre di uno dei più grandi gruppi della storia, le canzoni suonate da Gilmour, Mason e Wright – tra versioni in studio e dal vivo rimasterizzate per l’occasione – risultano sempre godibilissime e parecchi gradini sopra la media di qualsiasi cosa inedita possa uscire oggi sul mercato: d’altronde, cosa ci si può aspettare se non la perfezione da brani come Comfortably numb, Shine on your crazy diamond, Wish you were here o le recenti per l’epoca Sorrow, Learning to fly, o High hopes? Perfetto e praticamente onnicomprensivo di tutte le fasi della sua carriera è anche The best of everything. The definitive career spanning hits collection 1976-2016 di Tom Petty and The Heartbreakers, doppio disco antologico con tanto di inedito (For the real) che celebra finalmente come si deve uno dei cantautori più importanti d’oltreoceano: la sequenza iniziale con Free fallin’, Mary Jane’s last dance, You wreck me e I won’t back down farebbe impallidire qualunque altro essere mortale, eppure in Italia Tom Petty continua a rimanere inspiegabilmente un artista per pochi: mistero buffo, uno dei tanti del nostro Bel Paese!

In conclusione

Cercando di tirare un po’ le somme dopo tanto divagare fra le principali novità discografiche del 2019, in campo italiano restano le certezze consolidate di artisti come Niccolò Fabi – senza dubbio è suo il miglior disco italiano del 2019 – Daniele Silvestri, Ligabue, Zucchero, Afterhours o Zen Circus, tutti artisti non di primo pelo, bensì musicisti straordinari che sanno come scrivere canzoni che non siano solo autocelebrazioni o musiche da sottofondo mentre si fanno le pulizie di casa. Analogo discorso vale per la scena internazionale: dio benedica e conservi il più a lungo possibile i vari Springsteen, Neil Young, The Who e via dicendo: quando trova la giusta vena creativa – e i relativi Western stars, Colorado e l’omonimo Who stanno lì a dimostrarlo – la vecchia guardia è ancora in grado di graffiare a dovere e far impallidire qualunque altra proposta musicale, giovane o meno che sia, con buona pace dei pur ottimi lavori di artisti come Glen Hansard (per citare uno che senza dubbio ha talento e ispirazione da vendere e l’ha dimostrato ancora una volta con il suo This wild willing).

La speranza per l’anno che verrà e per quelli a seguire è che il mondo della canzone d’autore abbia la forza di non soccombere sotto la melma della trap, di una scena indie sempre più appiattita e autoreferenziale, oltre che di tutto quel ciarpame che occupa le frequenze radio di questi anni contorti e che sappia tornare a esprimere quegli intenti e quei sentimenti alla base delle carriere di tanti artisti della generazione dei Guccini, dei Battiato o dei De André (senza tuttavia il bisogno di scimmiottarli per forza in prima serata su RaiUno). Di artisti in grado di prendere in mano questo testimone ce ne sono, basta essere consapevoli, citando Niccolò Fabi, che “l’arte non è una posa, ma resistenza alla mano che ti affoga”.

Buon Anno Nuovo e Buona Musica a tutti!

Matteo Manente

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